• TERRORISMO

Famiglie suicide, ultimo orrore del jihad

Il 13 e 14 Maggio 2018 segnano una data da ricordare. Sono i giorni degli attentati coordinati contro le chiese cristiane in Indonesia, la nascita di un fenomeno nuovo: le ''famiglie kamikaze''. Per compiere gli attentati, infatti, i terroristi hanno usato non solo se stessi ma anche i propri figli.

L'attentato a Surabaya

Il 13 e 14 Maggio 2018 segnano una data da ricordare. Sono i giorni degli attentati coordinati contro le chiese cristiane in Indonesia, la nascita di un fenomeno nuovo: le ''famiglie kamikaze''. Per compiere gli attentati, infatti, i terroristi legati alla cellula indonesiana di Isis Jamaah Ansharut Daulah hanno usato non solo se stessi ma anche i propri figli. Tutti di età compresa fra i 9 e i 18 anni.

Quattro attacchi suicidi in cui gli jihadisti si sono fatti saltare in aria, mietendo vittime fra le minoranze cristiane di Indonesia, che, lo ricordiamo è il più grande paesemusulmano al mondo per numero di fedeli: sono più di 200 milioni, ovvero oltre l'87% della popolazione. Quattro attentati in sequenza che hanno fatto sprofondare nella paura oltre che nella disperazione la popolazione cristiana ma anche quella islamica moderata, che è la maggioranza sebbene con grandi infiltrazioni salafite e jihadiste legate a Isis e, in alcuni casi, ad Al Qaeda. Il fenomeno delle ''famiglie kamikaze'' rientra a buon diritto, nonostante nuovo e tutto da analizzare, nel processo che possiamo definire classico di radicalizzazione 'in dotazione' alle schiere di proselitisti legati alla Fratellanza Musulmana nel mondo: radicalizzati madre e padre, questi sono capaci di esercitare un potere enorme sui bambini, fino addirittura al sacrificio estremo.

Speculare, seppure con tutte le differenze del caso, a quanto abbiamo potuto vedere in Siria e Iraq ai tempi della massima espansione di Isis: bambini di 8, 9 anni che uccidevano prigionieri a sangue freddo, sgozzavano, imbracciavano fucili e brandivano coltelli. Spinti e radicalizzati a fuoco dalle famiglie, dai padri in particolar modo e da quelle madri che facevano parte delle cosiddette Brigate al-Khansa, quelle del controllo sulle altre donne in relazione all'indossare il niqab e al rispetto rigido delle regole imposte dagli jihadisti. Quelle di Raqqa, che era la roccaforte di Isis e il teatro principale di queste immagini, erano già famiglie kamikaze in un certo senso. O le bambine che in Nigeria vengono fatte andare da Boko Haram nei mercati con lo zainetto, a loro insaputa, pieno di esplosivo che poi verrà fatto saltare mietendo vittime su vittime. Insieme a loro, che ne sono drammatici strumenti inconsapevoli. Le famiglie kamikaze di Indonesia sono, in un certo senso, solo l'evoluzione di quanto abbiamo detto.

E non è solo un discorso sunnita radicale, perché è di qualche mese fa la denuncia di Human Rights Watch sul presunto addestramento e utilizzo di bambini afghani immigrati in Iran da parte delle milizie iraniane per combattere contro Isis e al-Nusra. Tutti bambini, si legge, al di sotto dei 15 anni. Ovviamente il macro-problema che sovrintende a tutto questo discorso è relativo alla condizione sociale e psicologica dei bambini, al loro destino: se pensiamo che lo scorso anno il 60% delle bambine di origine maghrebina in Italia non hanno frequentato la scuola dell'obbligo, dovrebbe scorrere un brivido gelido nella schiena di chi deve controllare e legge quanto accaduto in Indonesia. Il jihad e il proselitismo sono sempre dietro l'angolo, pronti a carpire prima la fiducia e poi la cieca accettazione tramite la radicalizzazione di uomini, donne e bambini. Di famiglie intere, che diventano bombe ad orologeria pronte ad essere azionate tramite un indottrinamento massivo il cui fine è solo l'autodistruzione programmata.