• IL CASO CHIOGGIA

Fasci, Amarcord, Boldrini. Lasciate che i morti...

Prima dell’avvento del fascismo, al mare ci andavano solo i malati che avevano bisogno –così si credeva- di respirare aria fortemente iodata. I sani si tenevano lontani dalle spiagge per via del sole. L’abbronzatura era roba da contadini, e indicava appunto il ceto proletario. I signori e le signore portavano cappelli e guanti proprio per conservare una carnagione pallida, vistoso segno del loro ceto di appartenenza. La pelle, più diafana era e meglio era. Sotto una pelle d’alabastro le vene apparivano di color bluastro: da qui il «sangue blu» dei nobili.

I barbieri, con le loro insegne rosse e blu, segnalavano che nel loro «salone» si servivano clienti d’ogni classe. Ma anche la medicina va a mode: si pensi, per esempio, alla mania di togliere le tonsille a tutti i bambini, mania che imperversò fino a tutti gli anni Sessanta; o a quella odierna del gluten free. Ebbene, proprio negli anni del fascismo scoppiò, tra i medici, la moda della talassoterapia e dell’elioterapia. E ai fascisti non parve vero. Infatti, la prima loro ondata era romagnola.

Come si vede nel film felliniano Amarcord, le spiagge senza fine della costiera avevano segnato la loro infanzia, ma erano stati, fin lì, luoghi pochissimo frequentati. Da qui l’idea. Bisognava creare un popolo sano e forte, un milione di baionette, bambini sani, robusti e ben nutriti. Nulla di meglio che un soggiorno all’aria aperta, a fare esercizi ginnici inquadrati e coperti. E fu tutto un fervore edilizio di colonie balneari, nelle quali la maschia gioventù italica potesse ritemprarsi nel corpo e nello spirito.

Data la condizione, nutritiva e abitativa, del proletariato di allora, fu davvero una benedizione per migliaia di famiglie. Il mare, di cui l’Italia abbondava, fu convertito in risorsa e l’Italia divenne la «portaerei» annunciata dal Duce, con l’industria aeronautica (una delle prime al mondo) che sfornava idrovolanti ch’era un piacere. La faccenda delle colonie balneari aprì al turismo località che prima pochi erano in grado di indicare sulla carta. Basti un nome per tutti: Rimini, le cui strade ancora oggi portano nomi evocanti il regime.

Ma colonie marittime di creazione fascista ce ne sono dappertutto, anche in Toscana, dove una intera città venne appositamente fondata, Tirrenia. Quella di portare d’estate i figli dei dipendenti pubblici in colonia fu un’abitudine che rimase anche nella Repubblica, a memoria di chi scrive (che vi prese parte da bambino) per tutti gli anni Cinquanta. Perciò, un bagnino nostalgico (meglio: gestore di arenile) di Chioggia che tempesta di cartelli in stile «romano» la sua proprietà non desta in noi alcuno stupore.

La Presidenta della Camera, in un’intervista, ha detto che certuni provano «disagio» al passare accanto a edifici o creazioni in muratura del Ventennio. Affranti per la sorte di tali disagiati, poverini, una buona soluzione potrebbe essere l’abbattimento delle strutture apportatrici di disagio. Peccato che si dovrebbe demolire, tanto per dirne una, la stazione ferroviaria di Milano. E che dire della «Madonna del Fascio», pregevole mosaico sito in quel di Forlì se non andiamo errati? Ma i lavori di abbattimento dovrebbero riguardare mezza Italia, data la frenesia  edilizia degli anni di regime.

E non solo. A Pisa, per esempio, la Chiesa dei Cavalieri reca una grande scritta, «A fascibus restituta», che ricorda, grata, il restauro avvenuto in quegli anni. In un’altra chiesa uno degli altari laterali è decorato con drappeggi trompe l’oeil rappresentanti miriadi di fasci littori. E in una vetrata c’è lui, il Duce, abbigliato da guerriero medievale. E poi si dovrebbero cambiare i nomi di intere città, da Sabaudia a Carbonia. No, meglio lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Che, dopo settantadue anni, sono stramorti.