• PERMESSI PER ASSISTERLO

Fido, uno di famiglia e l'animale diventa umano

Vita da cani? Magari, verrebbe da dire a leggere questa storia. Una impiegata dell’amministrazione dell’Università La Sapienza ha ottenuto un permesso retribuito “per gravi motivi personali e familiari” per assistere il proprio cane malato. Il quadrupede infatti aveva una paralisi alla laringe e necessitava di un intervento chirurgico. Dato che la donna è single, nessuno a suo posto avrebbe potuto assistere il cane durante l’operazione e per la successiva convalescenza. Risultato: due giorni a casa a spese dei contribuenti.

All’inizio l’Università ha negato la richiesta alla dipendente e allora questa si è rivolta alla Lega antivivisezione che ha dipinto subito uno scenario a tinte fosche: munendosi di precedenti giurisprudenziali ha provato che la donna, se non si fosse presa cura del quadrupede, sarebbe stata incriminata per maltrattamento e abbandono di animale. La Sapienza ha ceduto non per timore delle manette. La responsabilità penale è infatti personale, non di certo del datore di lavoro. In altre parole, anche se l’università non avesse concesso il permesso, i guai con la giustizia li avrebbe avuti la donna, non l’ateneo romano.

Ha ceduto molto probabilmente per due motivi tra loro connessi. Il primo: una condotta omissiva che configura reato rappresenta certamente un grave motivo personale. C’è però da aggiungere che la proprietaria assai difficilmente si sarebbe resa colpevole di quei reati, dato che aveva portato in cura l’animale più volte e lo stesso poteva essere lasciato nelle mani sicure del veterinario per l’intervento. Un secondo motivo per cui La Sapienza ha concesso il permesso è da individuarsi molto probabilmente nella volontà di non finire nell’occhio del ciclone mediatico. Passare per nemici degli animali è un attimo oggigiorno. Ora l’Università ha accordato il permesso per motivi personali, non familiari. Sta alla discrezione del datore di lavoro ovviamente concedere tali permessi. Che poi i motivi fossero “gravi” è assai sindacabile. Comunque la donna avrebbe potuto usufruire delle ferie per stare vicino al cane, opzione che la padrona di Fido ha rifiutato di netto.

Fin qui, volendo non ci sarebbe notizia alcuna. Il fatto invece che merita attenzione riguarda come la LAV in prima battuta e poi i media hanno cucinato la vicenda: la donna ha chiesto un permesso familiare per assistere il cane malato. Ma così non è stato. Infatti il permesso riguardava motivi personali. Il caso è quindi servito per lanciare un messaggio chiaro: gli animali domestici fanno parte del nucleo familiare. I tuoi parenti possono avere anche il pelo, le piume e le squame. La donna intervistata dai giornali e dalla trasmissione Porta a Porta ha infatti affermato che il cane è uno di famiglia. In modo analogo Gianluca Felicetti, presidente LAV che ha fornito supporto legale alla signora, ha spiegato che “ora, con le dovute certificazioni medico-veterinarie, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente un altro significativo passo in avanti che prende atto di come gli animali non tenuti a fini di lucro o di produzione sono a tutti gli effetti componenti della famiglia, è un altro passo avanti verso un’organica riforma del Codice Civile”.

Sostenere che cani, gatti, pesci, criceti e canarini sono membri della famiglia è l’anticamera per equiparare gli animali agli esseri umani, qualificando così i primi come persone. Nelle università è da anni che si svolgono convegni sugli inesistenti diritti degli animali, che si organizzano tavole rotonde sugli esseri animali non umani, espressione che vuole ricordare agli irriducibili non darwinisti che l’essere umano è solo una delle tante specie animali che popolano la Terra al pari del paguro e dello scarabeo stercorario.

Ora l’etica potremmo definirla come un sistema chiuso necessariamente autocompensativo: se togli importanza ad un elemento del sistema un altro deve compensare, acquistando quel valore sottratto al primo elemento. E così se oggi tratti da animale l’uomo – uccidendolo nel ventre materno con l’aborto o su un letto di ospedale con l’eutanasia o fabbricandolo in provetta con tecniche che vengono dalla zootecnia o usandolo come cavia quando è ancora embrione – è naturale che domani si tratterà l’animale come l’uomo, considerandolo alla stregua di un figlio e a breve riconoscendogli soggettività giuridica. E’ una legge di compensazione ineludibile che ci ricorda che l’animale mai potrà essere persona, ma che l’uomo a volte può comportarsi da bestia.