• DOPO LA SENTENZA FABO

Fine vita, la "sfida" alla Consulta stimolo per i pro life

La sentenza della Consulta sul caso Cappato può dare l’impressione di chiudere definitivamente i pro-life in un vicolo cieco. Ma apre anche un nuovo e più chiaro orizzonte di impegno contro l’eutanasia. Si sfidi in Parlamento la Corte nel rivedere la legge sulle DAT restringendo, e non allargando le possibilità eutanasiche. Bisogna mettere le basi per un grande movimento nazionale di modifica costituzionale per blindare il diritto secondo giustizia e arrestare il piano inclinato. Appunti per i politici pro life. 
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La sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato, che la NBQ ha illustrato e commentato ieri (vedi qui), può dare l’impressione di chiudere definitivamente i pro-life in un vicolo cieco privo di alternative. Eppure, proprio perché manifesta così chiaramente il suo disegno, apre invece un nuovo e più chiaro orizzonte di impegno contro l’eutanasia e per la vita.

Perché sembra di avere davanti un vicolo cieco? Perché il Parlamento è obbligato ad intervenire sulla recente legge riguardante le Dichiarazioni anticipate di trattamento, allargando le maglie degli interventi eutanasici in modo da coprire con “adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”, come suona il comunicato stampa della Consulta. Perché, invece, si apre così un più chiaro orizzonte di impegno? Proviamo a spiegarlo.

Da tempo in diversi Paesi la lotta tra i difensori della vita e i promotori della morte si colloca ormai a livello costituzionale. Alcuni Paesi dell’Europa orientale hanno blindato la loro Costituzione proprio su questi temi legati alla vita o alla famiglia ed altri si stanno preparando a farlo. Del resto, anche i promotori della morte tendono a cambiare le Costituzioni non solo tramite le interpretazioni delle Corti costituzionali, ma anche in senso letterale, non accontentandosi di ricorsi che diano alle Corti il destro per applicare creativamente la Carta ma ottenendo una nuova formulazione della stessa. Siccome ormai la Costituzione viene tirata di qua e di là, ambedue i fronti sono giunti alla conclusione che la resa dei conti avverrà proprio lì, sul cambiamento del testo costituzionale.

Il motivo di fondo di questo nuovo luogo del duello definitivo è di contenuto. Viene sovvertito il quadro dei diritti e dei doveri e la Carta costituzionale, così come è scritta, non fornisce garanzie. Se avere un figlio è un diritto, come ha stabilito la Corte costituzionale con un’altra famosa recente sentenza, allora la fecondazione, anche eterologa, va garantita. Se scegliere il proprio sesso è un diritto, allora nelle scuole va insegnata l’ideologia gender e lo Stato deve garantirla. Se, per tornare all’oggi, scegliere come e quando morire è un diritto, esso diventa una “situazione costituzionalmente meritevole di protezione”.

Ma nella nostra Carta costituzionale – ci si chiederà – dove sta scritto che c’è un diritto al figlio? che c’è un diritto a scegliere il proprio sesso? che c’è un diritto a scegliere come e quando morire? Da nessuna parte, naturalmente. Ed è proprio per questo che bisogna scriverlo. Altrimenti tutto dipenderà dagli orientamenti dei componenti della Corte costituzionale. In questi decenni, le sentenze della Corte sono sempre state di interpretazione della Carta non nel senso del diritto naturale ma nel senso dei diritti soggettivi e della legge senza il diritto. Oggetto del diritto è il giusto, che rende legittima la legge. Ma le sentenze della Consulta hanno invece progressivamente spostato l’accento sui diritti come espressione di una assoluta libertà soggettiva, fino a stabilire – in una famosa sentenza – che l’espressione “lo Stato riconosce” i diritti della persona va intesa nel senso del positivismo giudico come riconoscimento dei diritti statuiti e non dei diritti naturali. Ciò è avvenuto anche quando alla presidenza della Consulta sedevano fior fiore di cattolici, che pure non mancavano – come non mancano oggi – tra i suoi componenti. Il testo costituzionale – che non è il più bello del mondo – permette queste interpretazioni e le sentenze della Consulta progressivamente le hanno fissate.

Oggi, dopo le tante esperienze fatte, coloro che in Italia pensano che esista un diritto naturale fonte della legge positiva devono ormai darsi un alto obiettivo, senza del quale le strategie rimarranno sempre insufficienti: la riscrittura della Costituzione. So bene che in questo momento si correrebbe il rischio di averne una anche di peggiori, ma le sfide della storia non hanno un esito precostituito. Viceversa, di casi Cappato ne verranno altri, di sollevazioni di incostituzionalità presso la Consulta ne verranno altre, di allargamenti legislativi del principio di autodeterminazione ne verranno altri.

Cosa devono fare, allora, i politici cattolici davanti a questa situazione? I passi da fare sono due: uno di tattica immediata e uno di strategia. Per la tattica immediata si sfidi in Parlamento la Corte costituzionale e ci si impegni nel rivedere la legge sulle DAT restringendo, e non allargando come vuole la Corte, le possibilità eutanasiche. So bene che sarà un’azione di minoranza e di testimonianza da parte dei deputati cattolici o comunque di buon senso presenti nei vari partiti, ma non perciò meno politicamente significativa. So bene che Mattarella e la Corte condannerebbero una tale legge, ma una simile azione parlamentare aprirebbe un nuovo corso politico. Per la strategia, poi, bisogna cominciare a mettere le basi per un grande movimento nazionale di modifica costituzionale per blindare alle origini il diritto secondo giustizia. Altrimenti non rimangono che il vicolo cieco e il piano inclinato.