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Forse è il Giallo il colore di Dio

I delitti della camera chiusa di Rino Cammilleri è una raccolta di 19 racconti gialli. Contrariamente al filone positivistico, dove tutto è spiegato dalla ragione, gli investigatori che qui sono messi in scena intuiscono di essere al cospetto di qualcosa di più grande, cogliendo la verità sulla morte e sulla vita delle vittime.

I delitti della camera chiusa

Rino Cammilleri, firma di punta de La nuova Bussola Quotidiana e apprezzato collaboratore de il Giornale, è noto soprattutto per le numerose opere di apologetica e per i molti bei libri dedicati ai santi, ma la sua vera passione (nemmeno nascosta) è la narrativa. Nei panni del romanziere ha pubblicato il pionieristico e fortunato L’inquisitore (tre editori – l’ultimo San Paolo, nel 1998 – e sei lingue), Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo (San Paolo, 2000), Immortale Odium nonché Il crocifisso del samurai (Rizzoli, Milano rispettivamente 2007 e 2009).

Due sono gli assi, pressoché ubiqui, nella narrativa di Cammilleri: il fascino per il genere “giallo” e l’amore per la storia. Intrecciati in trame intriganti, rivelano un’altra costante dell’autore: quello che se Cammilleri fosse un pittore chiameremmo il d’apres. Diverso dalla volgare imitazione, ma distinto anche dal più altolocato “falso d’autore”, il d’apres è il gusto di cimentarsi con ambienti e tecniche altrui. La letteratura pulp e pop (e nessuno dei due termini è spregiativo) ne straripa, e lo stesso fa il fumetto (riferimento di rigore essendo in ballo Cammilleri, appassionato lettore e intelligente esegeta del fumetto, nonché disegnatore dotato): personaggi che nascono da una penna e traslocano a un’altra, oppure prestati per vivere vite nuove. Dosando con cura gli elementi per non esondare con effetti farseschi, il segreto di Cammilleri è un amalgama che attira il lettore. Sì, ma dove?

Per iniziare a rispondere è utile la sua ultima fatica narrativa, I delitti della camera chiusa – che riprende e amplia I delitti della stanza chiusa (Piemme, Casale Monferrato [Alessandria] 2004) –, volume di racconti edito nella famosissima collana “Il giallo Mondadori”. Il prestigio di questa veste è un po’ premio alla carriera. Per un giallista, infatti, essere ammesso in questo reame è come toccare il cielo con un dito. Com’è noto, se non esistesse quella collana, in Italia non esisterebbero nemmeno i “gialli” che così si chiamano proprio in riferimento al colore delle proverbiali copertine della serie. All’estero il genere si chiamano infatti thriller (con anche la variante metaphysical thiller), detective story o persino mystery, e qui siamo già a metà dell’opera di ricerca della destinazione cui Cammilleri porta i lettori.

Il “giallo”, infatti, nella misura in cui costeggia l’insolito un po’ pure inquietante (in inglese uncanny, un altro superbo sottogenere letterario), il misterioso e l’insondabile è un genere perfetto per portarci alle soglie di quella dimensione ulteriore che i cinque sensi non colgono, ma che la ragione intuisce. E qui Camilleri ci sguazza come un topo nel formaggio. 

Anzitutto il “giallo” gira sempre attorno a un argomento maledettamente serio da cui nessuno può sfuggire: la morte. Per contrasto, il “giallo” parla dunque anche della vita. Con questo si sarebbe già detto tutto se si pensa che, in una lettera, a quelli che pensavano che Il Signore degli Anelli fosse solo una banale e un po’ manichea allegoria della lotta tra il Bene e il Male J.R.R. Tolkien rispondeva che si tratta invece di un continuo interrogarsi proprio sulla Morte e sulla Vita. Ma c’è di più. La morte e la vita non sono infatti due categorie astratte del pensiero con cui fare conti intellettuali, ma la nuda realtà che attraversano persone di carne e ossa. Il “giallo” è dunque come si muore e come si vive, ma anche perché si muore e perché si vive. La banalità del Bene/Male entra in scena solo qui, ed è qui che si spoglia di qualsiasi possibile manicheismo facendosi tema serissimo. Il thriller, insomma, racconta vite normali travolte da un insolito destino e pertanto uniche; così uniche da diventare paradigmatiche. Per questo vale la pena che il giallista, che Camilleri le metta per iscritto, e che noi le si legga.

Come sempre in letteratura accade, nel fare questo lo scrittore diventa il dio del proprio racconto. Ne conosce l’ordito nel suo stesso dipanarsi, è il custode del suo ordine ed è il garante della legge che decide quando una vita inizi e quando cessi. Tutta la letteratura è così, ma il “giallo” ancora più consapevolmente perché mette su carta dei delitti. E dei colpevoli. E degli esiti.

Il “giallo” infatti ha, famosamente, solleticato le voglie di sostituire completamente a Dio la ragione che tutto pretende di comprendere, lo scetticismo che nulla vuol più concedere al mistero, il calcolo ragionieristico che tutto spiega anche quando non c’è proprio più nulla da spiegare. Detective famosi della letteratura hanno prestato le arti del mestiere alla dimostrazione romanzata dell’inutilità di Dio, piccoli darwinismi perfetti degni del migliore dei CICAP. Ma esiste anche un altro filone del “giallo”, capace di rintuzzare parola su parola e di battere l’avversario con le sue stesse armi. È il filone delle “bocche spalancate”: spalancate per la meraviglia, per l’irriducibile complessità del cosmo, per l’imponderabile irraggiungibile. Bocche spalancate come quelle di un bambino di fronte alla volta stellata o di un quidam de populo, o di un luminare del ramo, davanti alle proporzioni geometriche della sezione aurea.

Cammilleri appartiene coscientemente a questo secondo filone senza che l’appartenervi appunto coscientemente offuschi l’immediatezza del narrato. Nei 19 quadri di cui si compone la mostra I delitti della camera chiusa mette in scena investigatori che ci somigliano e al contempo no. Che hanno pregi e difetti, capacità e limiti, talenti e mancanze. Persone cioè normali di quella norma che non è piattezza bensì blasone; uomini a tutto tondo che davanti alla morte, e alla vita, non si arrendono alla prima soluzione, ma tornano, domandano, insistono, «Sentinella, quanto resta della notte?». Tutto perché la ragione dei detective di Cammilleri non è una gabbia in cui costringere anche ciò che non vi sta, ma la capacità di andare oltre intuendo di essere costantemente sulla soglia di un’altra dimensione e al cospetto di qualcosa di più grande. È così che quei detective colgono sul serio la verità sulla morte, e sulla vita, delle vittime. La verità sulla morte e sulla vita. «O’Connell non era mai stato molto religioso», scrive Camilleri nel racconto L’ora della pensione, «per lui si trattava di cose da donne. Però aveva sempre pensato che Dio dovesse avere qualcosa a che vedere con lui. Se era vero quel che dicevano i preti, e cioè che il Creatore aveva fatto gli uomini a propria immagine e somiglianza, ebbene lui, Steve O’Connell, davvero gli era simile nel suo rincorrere, da tutta una vita, la verità e la giustizia». Sì, forse è il giallo il colore di Dio.