• 4 NOVEMBRE

Forze Armate, così popolari, così maltrattate dal governo

Frecce tricolori

Le celebrazioni del 4 novembre vedono oggi uno show di tutto rispetto con una presenza di militari superiore agli anni passati e paragonabile a quello messo in campo per la parata del 2 giugno, progressivamente divenuta una sfilata “colorata” a cui partecipano tutti, dai sindaci alle Ong.

Celebrare la vittoria nella Prima guerra mondiale non è certo banale specie a 100 anni dalla disfatta di Caporetto a cui seguì il riscatto e la definitiva vittoria italiana contro gli austro-tedeschi. A Roma cerimonia solenne all’Altare della Patria con il Presidente della Repubblica e la presenza di truppe e mezzi mentre in tutta Italia ci sono caserme e sedi di comandi e stati maggiori sono aperti al pubblico. Una degna celebrazione del fatto che i militari rappresentano da anni l’istituzione più apprezzata dall’opinione pubblica con tassi di consenso superiori all’80%. Nessuna altra istituzione dello Stato riscuote percentuali simili anche se si può discutere a lungo quanto sia merito dei militari o demerito di altri organismi pubblici.

Ma al di là delle parate e delle cerimonie qual è lo stato di salute delle forze armate italiane? Protagoniste di molte missioni oltremare (Afghanistan, Iraq, Libano e Kosovo le più importanti) e diverse operazioni sul territorio nazionale (Strade Sicure) per garantire la sicurezza contro criminalità e terrorismo e in mare per il controllo delle acque tra la Sicilia e la Libia, le forze armate italiane pagano sempre di più il prezzo di stanziamenti finanziari insufficienti ad addestrare, equipaggiare  e sostenere un apparato che conta oggi 172mila unità in riduzione verso la soglia di 150mila entro il 2024.

Un taglio che, in assenza di risorse adeguate per reclutare giovani soldati, viene effettuato soprattutto non rimpiazzando il personale che lascia i ranghi per pensionamenti o dimissioni. Il risultato inevitabile sarà disporre di forze armate composte per lo più da over 40 anche nei reparti di fanteria. Un’armata “di vecchietti” che rischia di avere ben poche capacità di combattimento tenuto conto anche che i fondi per manutenzioni e addestramento sono sempre più scarsi e solo attingendo agli stanziamenti i per le missioni si possono preparare al meglio solo i reparti destinati alle operazioni che assorbono oggi oltre 15mila militari, metà in Italia e metà oltremare.

La Funzione Difesa, cioè quella parte di bilancio assegnata alle forze armate, vede stanziati quest’anno 13,21 miliardi con un taglio di 148,6 milioni rispetto 13.36 miliardi del 2016. Per intenderci, 2,2 miliardi in meno rispetto al 2008 che diventano 3,9 se consideriamo l’erosione del valore monetario. Dieci anni or sono le spese per il Personale (cioè gli stipendi) assorbivano il 59% del bilancio della Funzione Difesa ma oggi la situazione è notevolmente peggiorata, superando il 74%, relegando quindi ad addestramento, manutenzioni e acquisizioni di nuovi equipaggiamenti (le voci Esercizio e Investimenti) appena il 26%. Solo aggiungendo il miliardo di euro stanziati per le missioni e i 2,6 miliardi del Ministero dello sviluppo economico che finanziano l’acquisizione di alcuni nuovi mezzi, l’Italia supera di poco la soglia dell’1 per cento del Pil destinato alla Difesa, cioè poco meno della metà del 2% richiesto da Nato e Usa.

Nonostante gli sforzi del ministro Roberta Pinotti né il governo Renzi né quello Gentiloni hanno mostrato molta sensibilità verso le necessità militari benché, oltre alle ombre, non manchino alcune luci come il finanziamento ad hoc extra bilancio di quasi 6 miliardi che in 20 anni permetteranno di rinnovare parzialmente la flotta. Uno stanziamento apprezzato anche dall’industria nazionale del settore che negli ultimi anni  ha visto restringersi il mercato domestico. Le previsioni di spesa per i prossimi anni non sono certo incoraggianti e potrebbero vedere ulteriori tagli a un apparato già costretto a fare miracoli con sempre meno risorse. Il rischio è di investire ingenti somme in programmi d’armamento costosissimi come l’F-35 senza avere le risorse per mantenere in servizio operativo tali mezzi. Come se comprassimo una Ferrari ma non avessimo poi il denaro per farle il pieno, i tagliandi, il bollo e l’assicurazione. L’aeronautica disporrà di una linea da combattimento composta dai due velivoli (F-35 e Eurofighter Typhoon) più costosi in assoluto in termini di prezzo d’acquisto, costo logistico e di impiego mentre forze aeree con ben maggiori risorse come quella francese e tedesca si stanno standardizzando su un solo tipo di cacciabombardiere.

Inoltre l‘impiego delle forze militari nelle operazioni all’estero negli ultimi anni vede l’Italia chiamarsi fuori da azioni da combattimento (con l’esclusione parziale delle forze speciali) come dimostra anche il dispositivo schierato in Iraq nella Coalizione contro lo Stato Islamico. L’Italia fornisce il secondo contingente in termini numerici (dopo quello Usa) ma i nostri aerei volano disarmati e i nostri militari si limitano ad addestrare iracheni e curdi. Un impiego “pacifico” che sta penalizzando l’Italia in termini di “peso” in ambito Nato e in termini di esperienza e capacità operative dei nostri militari. La rinuncia a combattere rinforza inoltre le critiche del mondo pacifista poiché sembra assurdo investire oltre 15 miliardi per acquistare 90 F-35 (aerei concepiti per l’attacco preventivo, anche nucleare) se poi sul piano politico non c’è la volontà neppure di colpire le postazioni dei jihadisti nel deserto iracheno. La stessa critica si può prestare alle acquisizioni di Marina ed Esercito. Che senso ha acquistare nuovi blindati o ammodernare i carri armati Ariete se i nostri militari si limitano ad addestrare forze straniere e a operazioni di peacekeeping? Perché acquistare fregate lanciamissili Fremm da mezzo miliardo di euro l’una o pattugliatori da 300 milioni se poi li impieghiamo come “traghetti” per portare in Italia immigrati clandestini aiutando i trafficanti ad arricchirsi?

Al di là degli stanziamenti finanziari è l’impiego a qualificare le forze militari ed è paradossale che l’Italia azzeri i suoi interventi bellici mentre intorno alla Penisola aumentano conflitti e destabilizzazione.  A proposito di paradossi non dovrebbe sfuggire che l’ultima guerra combattuta dall’Italia sia stata quella sciagurata in Libia che nel 2011 ci ha visto contribuire con un migliaio di bombe e missili a gettare nel caos la nostra ex colonia e la stessa Italia.