• BRIGATE ROSSE

Gallinari e i "cattivi maestri" dei nostri figli

Il brigatista Prospero Gallinari è morto lasciando dietro di sé un'infinita scia di sangue. Nessun ravvedimento, nessun pentimento per lui. Oggi si scopre che, pur essendo un detenuto ai domiciliari, ha continuato a "formare" i giovani dei centri sociali.

Una foto di Prospero Gallinari

REGGIO EMILIA – Sorridente, con la bottiglia di Lambrusco nella destra e davanti a lui qualche commensale e diversi bicchieri. Ci sono foto che si commentano da sole. E questa è una di quelle foto che fanno a pugni con il buon senso e la pietà.
Prospero Gallinari è morto lasciando dietro di sé l'infinita scia di sangue che ha provocato e una catena di segreti e misteri sul periodo più nero d'Italia: da via Fani all'uccisione di Moro, di cui il brigatista rosso è stato il carceriere più vicino, ma anche dai rapporti tra la Stasi e l'eversione comunista italiana e quelli con i servizi segreti italiani: ci sono buchi neri che probabilmente non riusceremo mai ad esplorare. Anche per colpa di terroristi mai pentiti come Gallinari.

Lui si definiva un combattente sconfitto: aveva fatto una guerra contro lo Stato e l'aveva persa a differenza dei suoi miti culturali, i partigiani rossi che la guerra civile invece l'avevano vinta ed erano riusciti anche a imporre un certo tipo di storia. Anche nei libri.
Questo a Gallinari non era successo. Però il suo impegno, la sua lotta contro i nemici del comunismo e contro i fantasmi della sua gioventù Prospero Gallinari la portava ancora avanti come fossimo dentro il famigerato “appartamento”. Come? Facendo da cattivo maestro per le nuove genrazioni di gruppi anarcoinsurrezionalisti che giocano alla rivoluzione con i soldi di papà, ma grazie a precisi accordi con i Comuni per la gestione degli stabili che illegalmente occupano. Con tanto di utenze pagate.

E' il caso del Laboratorio Aq16 di Reggio Emilia dove Gallinari, pur essendo un detenuto ai domiciliari con permessi per uscire solo per lavorare o poco più, andava spesso per trascorrere serate con amici, parlare dei temi più urgenti del mondo e «avere a cuore i più umili», come candidamente e probabilmente senza rendersene conto dice oggi il suo legale Vainer Burani. Di pentimenti pubblici, di ravvedimenti, dissociazioni o cambi di rotta, Gallinari non ne aveva mai sentito il bisogno. Di qualunque moto dell'animo in grado di far muovere la tua coscienza e di metterla di fronte allo specchio della realtà neppure l'ombra.
Capita, e di questo c'è da dolersene pur rispettando tutti i moti dell'animo umano e i confini intimi di una persona.

Così come c'è da avere pietà sincera e muta per quel freddo corpo che è ora all'obitorio di Reggio in attesa di funerali che saranno un piccolo evento e che allertano già la polizia dal momento che sono annunciate migliaia di persone provenienti dalle frange più estreme dell'anarconinsurrezionalismo. Perchè Gallinari per i ragazzi di Aq 16 e per i tanti fanatici dell'ideoligia comunista del terzo millenio era ed è già un mito.
Lo testimoniano i tanti messaggi nei blog di ex terroristi dove Gallinari viene onorato come «Il compagno Prospero che combattè la sua battaglia e la perse» oppure come «un rivoluzionario, le cui idee ora dovranno camminare su altre gambe».

Raccapricciante. Come raccapricciante e probabilmente desolante è la foto che il Laboratorio Aq 16 pubblica per ricordare il suo compagno e maestro. «Prospero, ti ricordiamo così: sorridente, a tavola con noi mentre ci raccontavi il fuoco che muoveva te e i compagni dell'epoca».
Nessun accenno al dolore arrecato alle vittime e ai loro figli. Gallinari veniva e viene portato in trono da ragazzi che nacquero quando lui stava già scontando il primo e il secondo ergastolo. Ma di morti ammazzati e di pentimenti loro non parlano. Come se una coltre di nebbia si frapponesse tra la realtà e il mito già precostituito di questo cattivo maestro. Il quale è morto lunedì mattina, proprio a poche ore da quel cin cin, innalzato appena sabato scorso. Mentre alzava i calici e libando discettava di diritti agli immigrati, ma senza ricordarsi che a qualcuno lui aveva tolto il diritto alla vita.