• BAYKAR SIVAZLIYAN

Genocidio armeno. L'Europa, almeno, lo riconosca

Intervista al presidente dell'Unione armeni d'Italia, Baykar Sivazliyan, in vista del centenario del genocidio del 1915. Fu il primo genocidio del Novecento, ad opera dei Giovani Turchi. Eppure Erdogan fa coincidere altre celebrazioni per distrarre i capi di Stato. E Al Nusrah distrugge le memorie armene in Siria.

Baykar Sivazliyan sullo sfondo del monte Ararat

“Subordinare il riconoscimento di una verità storica a criteri di opportunità diplomatica non è solo segno di scarsa sensibilità tanto per la storia che per la verità; è l'espressione di un'abiezione morale....” (Marcello Flores). Il 24 aprile 1915 una retata di intellettuali, artisti e politici armeni a Costantinopoli diede il via alla prima fase del genocidio degli armeni ad opera del regime dei Giovani Turchi. Benché la persecuzione, la deportazione e l'eccidio delle comunità armene cristiane in Turchia fosse già iniziata da mesi, la data di quella grande retata di notabili armeni (quasi tutti giustiziati senza un processo) venne scelta come memoriale del genocidio. In vista del centesimo anniversario, La Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato Baykar Sivazliyan, presidente dell'Unione degli armeni d'Italia. 

Presidente, l’Armenia si prepara a una ricorrenza importante, se pur tragica. 

Il 24 aprile gli armeni di tutto il mondo ricorderanno il centenario del genocidio del loro popolo commesso per mano della Turchia ottomana. Quello degli armeni è stato il primo genocidio del Novecento, inteso come sterminio sistematico rivolto contro un’intera etnia. Non sorprende dunque che il termine sia stato coniato proprio per dare un nome ai crimini orrendi commessi in nome del nazionalismo turco, che in pochi anni mandò a morte in nome del “panturchismo” oltre un milione e mezzo di persone: uomini, donne, bambini e anziani massacrati nelle loro case, costretti a marciare fino alla morte nel deserto dell’Anatolia centrale, deportati e lasciati morire di stenti. 

Inquadriamo storicamente questa vicenda tutto sommato non molto conosciuta. 

Tocca un punto centrale: gli armeni furono sterminati nel silenzio della comunità internazionale e ancora oggi il genocidio del nostro popolo fatica a guadagnarsi lo status di verità storica, nonostante le prove non lascino spazio a dubbi. Ogni giorno facciamo i conti con il negazionismo. Storicamente, l’insofferenza turca verso la comunità armena, molto fiera e forte della propria identità cristiana e delle proprie tradizioni, ebbe una sua prima fase tra il 1894 e il 1897 cui seguirono nel 1909 i cosiddetti “Vespri di Cilicia”, con oltre 30mila vittime. Con l’ingresso della Turchia nel Primo conflitto mondiale al fianco delle potenze centrali, e la salita al potere dei Giovani turchi nazionalisti, ebbe inizio lo sterminio sistematico della minoranza armena che allora contava circa due milioni di persone. L’obiettivo era semplicemente eliminare l’elemento estraneo. 

Cosa accadde il 24 aprile del 1915?

A Costantinopoli (Istanbul, ndr) le milizie dei Giovani turchi prelevarono dalle loro case e mandarono a morte intellettuali, scrittori, artisti e notabili armeni. Come sempre, purtroppo, è la libertà di pensiero e di espressione la prima a cadere sotto i colpi del fanatismo. Eventi recenti, penso a Parigi, confermano questa tragica verità.

Deportazione

Come ricorderete il centenario del genocidio? 

Come comunità armena d’Italia abbiamo un programma denso di eventi in moltissime città, che avrà alcuni momenti importanti come la Messa in Vaticano del Santo Padre e la funzione nel Duomo di Milano, tutte nel mese di aprile. Quello che ci interessa non è solo ricordare, ma far conoscere. Vogliamo che il 2015 si un’occasione anche e soprattutto per diffondere la cultura armena di cui l’Italia è densa di testimonianze, anche se pochi lo sanno. Il nostro obiettivo principale sono i giovani e le scuole.

Qualche esempio?

Pensiamo solo a San Lazzaro degli Armeni a Venezia o al fatto che nelle principali Università italiane si insegnino lingua e letteratura armena. Nel 1850, Niccolò Tommaseo mise mano personalmente alla prima traduzione italiana di un volume di Storia dell’Armenia. Sono solo piccole testimonianze di una comunità che ha saputo integrarsi perfettamente e che aspetta solo il riconoscimento di un torto storico che in troppi si ostinano a negare.

 Primo libro armeno

A pochi mesi ormai dall’anniversario, com’è la situazione rispetto al vostro primo obiettivo che è quello del riconoscimento?

Faccio solo un esempio. Per la prima volta la Turchia ha scelto di celebrare la vittoria di Gallipoli sugli Alleati franco-britannici-australiani-neozelandesi con una tre giorni dal dal 23 al 25 aprile, slittando la data della battaglia, fino ad ora ricordata  del 18 marzo. E proprio il 24, mentre a Yerevan saranno proclamante beate le vittime del genocidio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha proposto a 102 capi di stato e di governo un ‘vertice per la pace’ a Istanbul. E’ evidente per noi l’intento di distogliere l’attenzione internazionale dalla questione armena. Ma non è solo la Turchia il problema.

Prego.

Pensiamo alla Siria. Pochi mesi fa è stata saltare in aria dagli uomini di Jabhat al-Nusra la Chiesa di Deir al-Zor che era un simbolo del genocidio, un piccolo monumento eretto a ricordo di quei fatti drammatici contenente le spoglie dei nostri cari, strappate con pazienza nella sabbia del deserto. Non ne resta più nulla, mentre si è “miracolosamente” salvato tutto il resto, lì intorno. Oggi gli armeni sono costretti a fuggire dalla Siria e ci sono già oltre 13mila profughi in Armenia scappati a quei drammi.

Cosa si augura per questo anniversario.

Che sia un’occasione finalmente per dare un senso alla parola “giustizia storica”. Visti i drammi che stiamo vivendo, e con la Turchia sempre più vicina all’Europa, farebbe bene a tutti superare quei drammi con il giusti riconoscimento.