• CINEMA VERDE

Gli ecologisti arruolano pure Godzilla

In sala. Il remake del classico film giapponese Godzilla, stravolge il senso originario della trama e la ripropone in chiave ecologista. Lasciar fare alla natura: l'uomo è solo spettatore ingombrante. Hollywood pensa solo in verde.

Godzilla

Metti un pomeriggio di inizio estate, vai a vedere Godzilla, col chiaro intento di divertirti, vedere begli effetti speciali e soprattutto ammirare, almeno su grande schermo, una grande storia di lotta fra l’uomo e una natura impazzita. E invece che cosa ti ritrovi? Un film che gronda retorica ecologista dall’inizio alla fine. Che Godzilla fosse un grande mostro verde (e alto come una collina, in quest’ultima versione americana) si sapeva già da una sessantina di anni, ma che venisse reclutato dalla crociata ecologista è l’ultima novità di una Hollywood sempre più ideologizzata.

Uno spunto ecologico, una critica alla scienza che si fa distruttrice oltre che creatrice, si trova già nell’originale Gojira ("inglesizzato" in Godzilla) del 1954, diretto dal giapponese Ishiro Honda. Il primo Godzilla era infatti l’incarnazione mostruosa dell’atomica, 9 anni dopo lo sgancio delle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Era un mostro nuovo, prodotto non intenzionale dei test nucleari statunitensi nel Pacifico, venuto a distruggere ogni cosa umana con la sua mole, il suo soffio radioattivo e un fallout  lasciato come scia mortale dietro il suo passaggio. Era un mostro emblema di una scienza impazzita, finita nelle mani di apprendisti stregoni che non la potevano più controllare. Ma che, alla fine, veniva ucciso dalla scienza stessa. Per la precisione, da uno scienziato che riusciva a inventare una nuova arma altrettanto distruttiva, con cui ammazzava il nuovo drago e uccideva se stesso: un sacrificio nipponico per portare con sé, nella tomba, i segreti di un nuovo strumento di distruzione di massa, per impedire che cadesse in cattive mani.

Il primo Godzilla, dunque, era un’amara riflessione sul rapporto fra scienza e morale: il Novecento è il primo secolo in cui l’uso immorale della scienza può causare l’estinzione dell’uomo. Ma pur sempre un confronto tutto interno all’umanità, fra un senso buono ed uno cattivo del progresso. Sarebbe bastato replicarlo pari-pari, con gli effetti speciali del 2014, per ottenere un capolavoro. Dopo 28 sequel giapponesi tra l’orribile e l’incredibile, un primo grande remake moderno e hollywoodiano, quello del 1998, brillava per superficialità: un film di fantascienza senza troppe riflessioni alle spalle, con un povero mostro che distrugge quel che può e alla fine viene freddato con un paio di missili lanciati dagli F-22. Roba deludente, insomma. Però è ancora peggiore è questo remake, tutto ideologico, diretto da Gareth Edwards e tuttora in sala.

In primo luogo l’attenzione viene distratta da una pluralità di mostri. Ci sono infatti due scarafaggioni alti come grattacieli che si nutrono di materiale radioattivo, emettono impulsi elettromagnetici (capaci di disattivare i circuiti elettrici su aree molto vaste) che, di fatto, soppiantano il ruolo del primo e unico vero Godzilla. Contro questi mostri (chiamati MUTO, acronimo inglese di organismi giganti terrestri non identificati), i personaggi del film e le forze armate statunitensi si dimostrano del tutto inutili. Anche perché lo sceneggiatore, che evidentemente non brilla per doti strategiche, fa compiere loro una fessata dietro l’altra. Chi ci salva da questi nuovi mostri nucleari, contro cui l’uomo è impotente (o troppo stupido per competere con loro)? Il film è già uscito da tempo, quindi possiamo svelare il finale: Godzilla, che qui viene raffigurato come una forza della natura primitiva, è il nostro vero salvatore. E così questi inutili omini, con tutti i loro carri armati, le loro portaerei, i loro aerei e le loro bombe atomiche, non possono fare altro che assistere al duello fra mostri, lasciando radere al suolo tre città (Oahu, Las Vegas e San Francisco) e facendosi fare una predica ecologista dietro l’altra da uno scienziato giapponese, vero narratore del film: l’uomo è arrogante e deve lasciar fare la natura, il mostro Godzilla è l’elemento equilibratore dell’ecosistema, l’uomo crede di dominare la natura e in realtà deve capire che gli deve obbedire, ecc … Abbondano i riferimenti alle catastrofi naturali che hanno riempito le cronache degli ultimi anni.

All’inizio del film assistiamo alla distruzione di una centrale nucleare giapponese (Fukushima), a metà allo tsunami nelle Hawaii (il grande tsunami del 2004). Riferimenti non casuali: per gli ecologisti, infatti, si tratta di catastrofi in cui l’uomo ha la sua parte, causate, a detta loro, dal “riscaldamento globale”, prodotto dall’attività industriale umana e fonte di ogni nuova anomalia. Nella sottile metafora di Godzilla, le cause di entrambi i disastri sono mostri prodotti dall’arroganza umana. E che solo la natura può “riequilibrare”. A che prezzo poi, importa meno: solo tre città distrutte e tutti vissero felici e contenti.

Delusione prevedibile: il XXI Secolo, per Hollywood, è l'era dei verdi. D’altra parte anche la Bibbia è stata riscritta in chiave vegana: in Noah, di Darren Aronofsky, Dio punisce l’uomo col diluvio universale perché … mangiava carne animale. E perché era “industrioso”. Il nuovo manifesto del partito ecologista lo ha comunque lanciato James Cameron, nel 2009, con grande fiuto delle nuove tendenze, con il suo Avatar, successo planetario ormai diventato un classico. In Avatar l’uomo è il colonizzatore yankee, avido, brutto e cattivo di un pianeta abitato da alieni primitivi che vivono in armonia con il loro ecosistema, con la loro Gaia, come piacerebbe a Gianroberto Casaleggio. Gli umani intendevano estrarre un minerale prezioso (di fantasia), ma sono respinti dagli alieni, che pure combattono a lance e frecce, come gli indios di una volta. E il vero eroe è l’unico umano che si fa alieno, passando dall’altra parte della barricata. Oltre ai chiari riferimenti New Age commentati a suo tempo da Massimo Introvigne, Avatar è la summa del pensiero ecologista: de-crescitista, collettivista e sostanzialmente anti-umano. Anche in un film apparentemente estraneo ai temi ecologisti, come Gravity, già commentato su queste colonne, la paura verde è più che evidente: lo spazio cessa di essere la nuova frontiera dell’uomo e diventa un luogo oscuro, vuoto, pericoloso. Meglio tornare coi piedi per terra (ultimo fotogramma del film) e vivere in armonia con Gaia. Ormai è una regola ferrea: fra l’uomo e la natura, deve vincere la natura. Se oggi girassero un remake di Armageddon (quello con Bruce Willis che salva la Terra dall'impatto con una cometa), il regista e lo sceneggiatore farebbero vincere la cometa, giusto per provocare l’estinzione di questa odiosa razza umana.