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Golfo Persico: tutti contro il Qatar e i Fratelli Musulmani

Il vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo che si è svolto a Riyadh è un punto di svolta. Sono stati fissati i parametri per una cooperazione economica, politica e di sicurezza, dai firmatari è escluso il Qatar. Perché sostiene l'Iran e sponsorizza i Fratelli Musulmani, sempre più deboli nel Medio Oriente. Ma sempre più forti in Occidente. 

Consiglio Cooperazione del Golfo in sessione

Il vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo che si è svolto a Riyadh lo scorso 9 dicembre rappresenta un punto di svolta non soltanto nella storia dell’organizzazione, ma per l’intero mondo arabo. La dichiarazione finale in sette punti fissa come obiettivi precipui del Consiglio il raggiungimento dell’integrazione in materia economica, di politica estera e di sicurezza tra tutti gli stati membri, tranne uno: il Qatar.

L’assenza dell’emiro Tamim Al Thani all’incontro, malgrado l’invito ricevuto dal re saudita Salman bin Abdulaziz, sancisce di fatto la fuoriuscita di Doha dal consesso che unisce i paesi arabi del Golfo, a pochi giorni di distanza dall’annuncio della prossima fuoriuscita formale dall’OPEC. Il sottosegretario agli esteri, Sultan bin Saad Al Muraikhi, non ha potuto non firmare la dichiarazione finale del vertice, poiché contiene principi generali dall’indiscutibile validità, come la lotta al finanziamento del terrorismo, alle ideologie estremiste e alle milizie armate che destabilizzano il Medio Oriente. Tali principi, tuttavia, mettono a nudo le politiche attuate dallo stesso Qatar e che hanno costretto il Quartetto composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto, a imporre nei confronti di Doha un embargo marittimo, aereo e terrestre che si protrae dal giugno 2017. Tamim ha preferito far notare la propria assenza a Riyadh in segno di protesta verso l’embargo, ma per ottenere il sollevamento delle sanzioni l’emiro non ha mosso un passo in direzione delle richieste avanzate dal Quartetto e che sono state sostanzialmente recepite dalla dichiarazione emanata dal Consiglio.

Doha infatti non ha interrotto il finanziamento a gruppi e milizie jihadiste in Siria, Libia, Iraq, Palestina e persino nello Yemen, dove da dietro le quinte supporta l’occupazione delle milizie Houthi, strumento impiegato dal regime khomeinista iraniano per portare la sua minaccia direttamente ai confini dell’Arabia Saudita. Tali gruppi e milizie, indifferentemente sunniti e sciiti, s’ispirano tutti ideologicamente all’estremismo dei Fratelli Musulmani, di cui il Qatar continua a essere il principale sostenitore, condividendone i progetti di conquista di Medio Oriente e Occidente. Ciò insieme alla Turchia di Erdogan, con la quale Doha ha ulteriormente rinsaldato il sodalizio islamista, e al regime khomeinista iraniano, che a Doha fornisce soccorso permanente per aggirare l’embargo. Mentre l’emittente Al Jazeera funge senza sosta da megafono internazionale per l’estremismo della Fratellanza e da fabbrica di fake news e propaganda da scagliare contro gli stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

I sette punti fissati a Riyadh sono, in sostanza, un atto di accusa nei confronti del Qatar e il suo giovane emiro ha così pensato bene di disertare l’evento e non naturalmente di rivedere il proprio atteggiamento. Pertanto, la guerra del Qatar al mondo arabo e all’intera comunità internazionale è destinata a proseguire anche nel 2019. Il Consiglio ne ha preso atto e in difesa dei suoi stati membri è pronto a serrare i ranghi nel segno dell’unione fa la forza. I ranghi, per quella che si preannuncia come una lunga battaglia finale, li sta serrando anche il Qatar con i suoi alleati. La potente rete transazionale che fa capo ai Fratelli Musulmani - composta da giornali e giornalisti, politici e opinion leaders, diplomatici ed esperti, organizzazioni della società civile e numerosi attivisti online - è sempre operativa e se registra battute d’arresto in Tunisia, dove il partito Ennahda è in crisi e rischia lo scioglimento, guadagna posizioni in Occidente, a cominciare dagli Stati Uniti e dall’Italia.

Di quest’ultima il Qatar ha fatto il proprio avamposto in Europa, avendone in pugno l’intera classe dirigente, come dimostrato dall’accoglienza ricevuta al Quirinale dal capo dello stato in giù. Oltreatlantico, le prime due donne musulmane a essere state elette nel Congresso americano, Rashida Tlaib e Ilhan Omar, per conto del Partito Democratico, sono entrambe legate al famigerato CAR, il Council for American Islamic Relations espressione della Fratellanza, nonché segno di come questa sia riuscita a penetrare nei gangli vitali della sinistra americana. Al riguardo, il Washington Post e subito dopo il New York Times sono ormai divenuti una piattaforma per la promozione su scala globale della subdola agenda dei Fratelli Musulmani, come evidenziato dal caso Khashoggi.

Elevato impropriamente a martire della libertà di stampa dopo il suo brutale assassinio a Istanbul, la vicenda di Khashoggi ci rivela invece il vero volto della Fratellanza: dal jihadismo terrorista che Osama bin Laden, compianto da Khashoggi su Twitter, aveva ricevuto in eredità da Said Al Qutb, ideologo simbolo dei Fratelli Musulmani negli anni ’60, al fallimento, rimpianto da Khashoggi sulle colonne del Washington Post, delle rivoluzioni presunte democratiche con cui la Fratellanza aveva tentato la conquista del Medio Oriente durante la “Primavera Araba”. Presunte, poiché una volta preso il potere sull’onda del supporto dei media occidentali, i Fratelli Musulmani erano pronti a gettare la maschera per trasformare un’ingannevole Primavera in un gelido “Inverno Islamista”.

Sono stati gli egiziani spodestando Morsi e i tunisini sostenendo Nida Tounes contro Ennahda a impedire che una tale trasformazione potesse compiersi. Ma il nuovo polo dell’islamismo mondiale, composto da Qatar, Turchia e dall’Iran del regime khomeinista, consolidatosi attorno all’ideologia estremista dei Fratelli Musulmani, ha rilanciato l’offensiva sfruttando l’immagine di Khashoggi per colpire quei paesi che nel mondo arabo più si oppongono all’avanzata dell’agenda islamista. Lo dimostra la scelta degli emiri di Doha di continuare a minacciare la sicurezza e la stabilità degli stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo.