• USA/ELEZIONI DI MIDTERM

GOP, sconfitta indolore, nella vittoria stretta Democrat

Il Partito Repubblicano ha subito una sconfitta che non va sottovalutata, ma nemmeno esagerata. I Democratici hanno vinto, ma non travolto. Il GOP tiene saldo il Senato, ramo da cui passano le leggi strutturali di Trump. Che ora ha, semmai, un solo problema: il fuggi fuggi dal mondo conservatore.

Nelle elezioni “di medio termine” del 6 novembre il Partito Repubblicano ha subito una sconfitta che non va sottovalutata, ma nemmeno esagerata. La sconfitta viene dalla Camera federale, dove il GOP (Grand Old Party, l’altro nome dei Repubblicani) perde la maggioranza di 235 seggi che aveva sui 193 dei Democratici: al momento non tutti gli scrutini sono conclusi e quindi le assegnazioni dei seggi dove le differenze ottenute dai candidati sono piccole restano aperte, ma per certo i Democratici hanno superato la soglia dei 218 seggi che consentono la maggioranza, sottraendo agli avversari almeno 27 seggi  (per aggiornamenti è utile RealClear Politics). La necessità di non esagerare viene invece dal Senato federale, dove, sempre in attesa dei numeri finali (in Mississippi si terrà persino un ballottaggio il 27 novembre), il GOP supera oltre la metà dei 100 seggi e rafforza la maggioranza che già deteneva da 51 a 52, per certo strappando almeno tre seggi ai Democratici. Resta allora da spiegare l’apparente schizofrenia di questo risultato.

La premessa maggiore è che con le elezioni per il Congresso federale gli statunitensi votano ogni due anni (una volta in concomitanza con l’elezione del presidente, un’altra, come quest’anno, a metà del mandato del presidente in carica) per rinnovare l’intera Camera (oggi 435 seggi), i cui deputati hanno mandato di due anni, e solo un terzo (un terzo alla volta) del Senato. I 100 senatori hanno mandato di sei anni. Dato che rappresentano gli Stati dell’Unione e non il numero degli statunitensi (compito che spetta alla Camera, ancorché questa rappresentanza generale sia calcolata ed eletta Stato per Stato), ogni Stato ha pariteticamente diritto a due senatori federali indipendentemente dalla sua grandezza e dal numero dei suoi abitanti. Storicamente, il numero complessivo dei senatori federali è venuto crescendo man mano che nuovi Stati entravano nell’Unione ed è per questo che, pur avendo mandati di durata uguale, i senatori hanno scadenze diverse. Il 6 novembre sono stati eletti 33 senatori di Classe I più due di Classe II a seguito di dimissioni. La premessa minore - tale perché conseguenza della precedente - è che, stante questa rotazione, ogni volta che gli statunitensi votano per il Senato solo un terzo degli Stati (non dei cittadini del Paese) è interessato al voto. Ora, l’esito diverso fra Camera e Senato delle votazioni del 6 novembre è spiegato dal fatto che quest’anno per il Senato hanno votato Stati marcatamente Repubblicani mentre alla Camera questa forza geografica del GOP si è diluita.

C’è però un secondo motivo per non esagerare la sconfitta del GOP: i Democratici hanno vinto, ma non hanno travolto. La minoranza Repubblicana alla Camera continua ad avere oggi più seggi di quanti ne avesse ieri la minoranza Democratica. Il GOP segna il passo, ma i Democratici arrancano.

Un terzo motivo ha che fare con la fisiologia e se si vuole i tic degli americani. Le istituzioni statunitensi sono performanti perché basate su un sistema accorto di pesi e contrappesi. Ma, prima che nella Costituzione federale, la “filosofia del check and balance” è radicata nella mente degli statunitensi e comporta un fastidio quasi epidermico per i monocolore: la Casa Bianca e tutto il Congresso nelle mani del medesimo partito. Che dunque almeno uno dei due rami del Congresso (capita quasi sempre con la Camera) sia guidato da una maggioranza espressa da un partito diverso da quello che esprime il presidente è un classico americano come gli hamburger. E c’entra poco con questioni ideologiche. Alle nostre latitudini sembra strano, ma è così. Ci pare strano perché mai ci sogneremmo di disfare una maggioranza in omaggio al fastidio di cui sopra, ma negli Stati Uniti no. Certo, non bisogna esagerare nemmeno qui.

Gli elettori che si comportano in questo modo sono una piccola porzione, ma le elezioni si vincono e si perdono sempre e solo per piccole porzioni di votanti. A parte le eccezioni che restano tali, gli spostamenti di maggioranze sono infatti dovuti più a elettori nuovi che a elettori vecchi che cambiano casacca: chi per molti motivi si asteneva e chi ha diritto al voto per la prima volta, cioè i giovani, categorie entrambe facilmente mobilitabili per ragioni non sempre identitarie. Per questo gli strateghi vanno a caccia delle minoranze non politicamente marcate e dei nuovi elettori con esche che hanno ben poco a che fare con un pensiero politico o culturale solido. Quella uscita dalle urne il 6 novembre non è insomma un’anomalia. Lo è invece stata la conquista Repubblicana di Casa Bianca, Camera e Senato nel 2016: oggi si torna insomma a un “normalità” più americana.

Un quarto motivo è che chi governa paga il conto. Fare opposizione e promettere è facile, guidare un Paese meno. Il partito al governo viene penalizzato sempre da quella minoranza di cui sopra che fa la differenza, e questa non è una caratteristica solo americana.

Quinto, la flessione del GOP il 6 novembre è in linea con il trend degli ultimi anni. Nel 2106, quando il GOP fece cappotto, Donald J. Trump vinse prendendo meno voti elettorali di Hillary Clinton, alla Camera i Repubblicani persero sei seggi e al Senato due.

Il tutto porta dunque a un primo dato certo. Il Paese resta diviso, non tra Camera e Senato, perché dirlo sarebbe banale, ma in aree geoculturali diverse: Stati a maggioranza conservatrice e Stati a maggioranza liberal. Il secondo dato certo è che quindi la sconfitta è da localizzare geograficamente. Il GOP ha fatto molto diventando negli anni un buon partito conservatore, benché le premesse e i trascorsi non facessero sperare bene. Adesso scopre che il conservatorismo è minoranza. Ovvio, altrimenti il Paese non sarebbe ridotto com’è ridotto. Solo che bisogna cominciare a capire che la situazione non cambierà presto. E che se e quando questo accadrà, sarà non per effetto della politica partitica, ma per ciò che vi sta a monte, su cui bisogna dunque tornare a investire molto.

Alcuni segnali sono del resto gravi. Paul Ryan, il brillante, giovane presidente della Camera, non si è ricandidato e si ritira dalle scene. Il salotto bello dei conservatori in politica perde un altro gran moschettiere, dopo il suo predecessore John Boehner e dopo Rick Santorum (di cui si sono un po’ perse le tracce), tra l’altro tre ottimi cattolici. Con il ritiro di Ryan ha parecchio a che fare il tono assunto dalla politica Repubblicana di questi anni. Toni gridati talora necessari, ma che non possono diventare la normalità. E questo riapre un tema che da un po’ sembrava sopito: quali cambiamenti strutturali apporterà l’“uragano Donald” al mondo conservatore? Con tutto il bene che la presidenza Trump sta facendo, la caratura dei fuoriusciti dà infatti da pensare. La speranza migliore è ritrovare questi illustri prepensionamenti della politica nella battaglia culturale prepolitica, ma intanto il GOP deve andare avanti.

Su questo fronte proprio la crescita dei repubblicani al Senato è incoraggiante. La maggioranza Democratica alla Camera metterà i bastoni fra le ruote all’attività legislativa del GOP, ma è dal Senato che passano certe scelte strutturali di ampio respiro e di lungo termine come quelle che riguardano le nomine dei giudici federali, alla Corte Suprema ma non solo. I tribunali durano infatti più delle maggioranze politiche e quelli non ideologizzati potranno fare moltissimo per fermare la sovversione che arriva per via giudiziale.

Infine merita un cameo il caso di Ted Cruz, che in Texas è parso non farcela contro l’illustre sconosciuto Beto O’Rourke, spinto da una cascata di milioni investiti su di lui anche fuori dal Texas da chi ha sognato a occhi aperti il giorno in cui un liberal sconfiggesse il campione dei conservatori nella roccaforte conservatrice. Ma la realtà è più prosaica. Detto che il GOP deve avvedersi dalle infiltrazioni dentro il proprio mondo molto marcato geoculturalmente, mondo conservatore di cui fa certamente parte appunto il Texas, va tenuto presente che l’efficiente sistema americani di scontri diretti riserva pure un rovescio di medaglia: la personalizzazione, che molto pesa per gli elettori che votano con la pancia invece che con la testa. Ora, Cruz è un conservatore integerrimo, ma questo significa che può risultare non esattamente l’uomo più simpatico del mondo. A fronte del piacione O’Rourke, ha dunque zoppicato. Alla fine però lo ha sconfitto; e che si sia trattato di un incidente di personalità lo dimostra la rielezione facile del governatore del Texas, Gregory W. Abbott, non certo secondo a Cruz quanto a conservatorismo. Il Texas è cioè sempre il Texas.

Un ulteriore ragionamento, raffinato, tra voto geolocalizzato e personalizzazioni il GOP lo deve invece fare sui governatori. Il 6 novembre ne ha persi sette; perché, non è ancora chiarissimo. Ma visto che la strada per il 2020 delle elezioni presidenziali si inaugura oggi, e ha le sue salite, conviene che il GOP ci rifletta bene e in fretta.