• VERSO IL REFERENDUM/4

Governabilità contro rappresentanza

Alle urne

Con l’intervento del dott. Domenico Airoma prosegue la collaborazione del Centro studi Livatino (www.centrostudilivatino.it) tesa a illustrare i passaggi più significativi della riforma costituzionale e a sottolinearne i profili problematici, allo scopo di avvicinarsi alla scadenza del voto referendario avendo consapevolezza dei contenuti delle modifiche, e lasciando da parte gli slogan. Gli interventi sono pubblicati ogni lunedì e giovedì.

 

Perché riformare una Costituzione?
Per la verità, ci si potrebbe, ancor prima, chiedere perché scrivere una Costituzione. Vi sono state, infatti, epoche storiche nelle quali le società hanno fatto a meno di norme “costituzionali”, senza minimamente risentirne. Le costituzioni scritte rappresentano una caratteristica dell’epoca “moderna”, nata con la Rivoluzione Francese; in epoca pre-moderna, si conoscevano, al più, documenti che richiamavano principi generalmente riconosciuti e condivisi, che venivano messi per iscritto dinanzi a governanti tentati dalla tirannia. Il contesto culturale era omogeneo; oltre che sul consenso, il rapporto fra governanti e governati si reggeva nel comune riferimento a principi superiori, che rappresentavano il limite ed al contempo il fondamento del potere.

Con l’epoca moderna, in una società non più culturalmente omogenea, la Costituzione è chiamata a descrivere il “progetto” di società; non ha più contenuto ricognitivo di dati pre-esistenti ma “ideologico”; rimosso ogni riferimento a limiti superiori, “non negoziabili”, si tratta di sostituirli con norme che – per mera convenzione - vengono definite fondamentali, rappresentando esse il fondamento ed il limite del potere.

Come ogni convenzione, può cambiare: o dal basso, cioè dal lato dei governati - in presenza, solitamente, di radicali, ed a volte anche violenti, rivolgimenti -, oppure dall’alto, cioè dal lato dei governanti, quando – chi è in condizione di farlo - decide che è venuto il momento di cambiare le regole del gioco, cioè di dare un nuovo assetto al rapporto fra governabilità e rappresentanza.

Non vi è dubbio che ci troviamo dinanzi alla seconda ipotesi.
A questo punto, però,occorre anche chiedersi: chi e, soprattutto, come si intendono cambiare le regole del gioco?

Quanto al chi, va subito detto che Renzi appare più l’esecutore materiale che il regista dell’intera operazione. Autorevoli politologi hanno da tempo posto in evidenza come i governanti vanno assumendo un volto sempre più globalizzato, articolato e transnazionale, tanto da parlare non più di governo ma di governance. Chi governa il mondo – per riprendere un’espressione di Sabino Cassese - ha sempre più l’aspetto composito di finanzieri, funzionari di organizzazioni sovranazionali, tecnici di agenzie intergovernative ed internazionali: non si tratta di indulgere al facile teorema dei poteri forti, ma di prendere atto del fatto che i governanti nazionali sono solo attori co-protagonisti, e spesso anche secondari, di questa governance globale.

Non è un caso, peraltro, che su questa riforma costituzionale si siano pronunciati a favore  (ed a quale titolo, se non perché interessati in quanto co-governanti?) da Soros ad Obama, dall’Unione Europea ai principali circuiti mediatici internazionali.

Veniamo al come.
L’Italia resta ancora per tanti aspetti un’eccezione, soprattutto sulle questioni etiche. I governati, nei quali sopravvivono barlumi di buon senso, ovverosia di familiarità con principi dettati dalla ragione naturale prima ancora che dalla fede cristiana, costituiscono spesso un ostacolo nella “normalizzazione” del Paese. Ogni esigenza di rappresentanza delle comunità, delle famiglie, dei corpi intermedi, non possono che cedere il passo dinanzi alla volontà generale/globale che reclama uniformità di attuazione.

Il cambiamento di quadro è ben espresso dall’on. Luciano Violante, in un recente articolo pubblicato sulla rivista “Questione Giustizia”:      

“Le procedure tradizionali presupponevano una politica padrona del proprio spazio e del proprio tempo. Non prevedevano la interdipendenza globale; non tenevano conto della permeabilità delle politiche pubbliche di ciascuno Stato a quelle degli altri Stati. Agivano in un contesto in cui la politica governava ancora i grandi processi economici e finanziari. Non ritenevano la velocità della decisione politica una qualità necessaria della democrazia; anzi ritenevano utili ripensamenti, pause di riflessione, riesami. Oggi non è più così. Bisogna rendersi conto che non viviamo in un’epoca di cambiamenti; viviamo in un cambiamento d’epoca (…).
Le politiche pubbliche sono diventate interdipendenti; i Governi devono perciò tenere conto di quanto fanno i Paesi concorrenti per non essere tagliati fuori dalla competizione internazionale danneggiando così i propri cittadini. Siamo nel tempo della morte dei confini.
Il rapporto tra politica e finanza si é rovesciato. «A volte», disse Tietmeyer a Davos nel 1996, «ho l’impressione che la maggior parte dei politici non abbia ancora capito quanto essi siano già oggi sotto il controllo dei mercati finanziari». (…)
Il fenomeno è frutto del crescente rilievo della politica europea e della politica estera, sempre più spesso condotte direttamente dal presidente del Consiglio, della necessità di decisioni rapide, che non consentono confronti, dell’esigenza di un parallelismo tra le proprie funzioni e quelle dei colleghi di altri Paesi con i quali il presidente del Consiglio deve interloquire e negoziare”.

Se questo è il quadro entro il quale va inserita la riforma costituzionale, tutto è più chiaro, anche quanto al come. La governabilità non può essere commisurata alle esigenze di rappresentanza dei governati, bensì sulla necessità di dare attuazione rapida a decisioni prese altrove. Gli interlocutori dei governanti non sono le comunità locali, ma i circuiti politico-finanziari internazionali, come ammonisce l’on. Violante: il capo del governo non può perdere tempo in confronti. L’eventuale deficit di rappresentatività del governo deve essere superato semplicemente azzerando ogni presenza delle voci delle minoranze in Parlamento, che deve essere ridotto al ruolo di notaio amico.

Non si tratta, come è ovvio, di tessere le lodi di quella che Donoso Cortes definiva la classe discutidora. Si tratta, invece, di difendere gli spazi residui di rappresentanza e di libertà che solo un Parlamento nel quale siano presenti i diversi frammenti della odierna società plurale può, in qualche misura, garantire.

Perché, allora, riformare la Costituzione? 
Per far prevalere la governabilità sulla rappresentanza, le esigenze della governance globale  su quelle delle comunità e dei corpi intermedi nazionali. Se dovesse passare il “sì” alla riforma, non è certo la fine del mondo; quel che è certo è che si accelera la fine di “un” mondo, quello che, per tanti aspetti, contribuisce a fare ancora dell’Italia una felice eccezione.  

* vicepresidente del Centro Studi Livatino

 

I precedenti articoli:

- RIFORMA, NO GRAZIE. È CENTRALISTA E AUTORITARIA, di Mauro Ronco

- QUESTA RIFORMA CONSEGNERA' L'ITALIA ALLE LOBBY, di Francesco Farri

- QUESTA RIFORMA NON PRODUCE VERA PARTECIPAZIONE, di Angelo Salvi

 

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