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Grandi opere e Capitale, la Lega soffia sulla crisi 5 Stelle

Tav a Torino, Gasdotto Tap in Salento e scontro su Roma sono le micce sulle quali la Lega sta soffiando per incrinare il fronte Cinque Stelle e provocare uno strappo per andare all'incasso. Una manovra che con il voto sul decreto sicurezza, osteggiato dai dissidenti grillini a rischio espulsione, potrebbe avere anche uno sbocco parlamentare e prefigurare le elezioni anticipate. 

Mentre al Ministro Giovanni Tria arriva una nuova lettera da Bruxelles, alla quale l’Italia dovrà rispondere entro il 13 novembre e nella quale vengono chiesti lumi sul debito italiano e si valuta che "l’ampia espansione di bilancio prevista per il 2019 è in netto contrasto con l’aggiustamento di bilancio raccomandato dal Consiglio", scoppia la rivolta nei Cinque Stelle sul decreto sicurezza e si addensano nubi minacciose sull’esecutivo.

Troppi i fronti di scontro aperti, troppo profonde le fratture tra i pentastellati e buona parte dell’elettorato che, dopo averli votati, appare disorientato dalle loro scelte soprattutto in materia di crisi industriali e grandi opere.

Tutto era cominciato mesi fa quando fu firmato l’accordo per il salvataggio dell’Ilva di Taranto, che fondamentalmente riproduceva le intese siglate dal governo Gentiloni e quindi dal Ministro Carlo Calenda. I pentastellati all’epoca avevano auspicato una soluzione radicale, anche la chiusura degli impianti pugliesi, nel nome della tutela dell’ambiente, mentre una volta andati al governo si sono rimangiati tutto e hanno di fatto avallato quanto fatto dal precedente esecutivo di centrosinistra.

In materia di tap, il gasdotto che toglie il sonno ai cittadini del Salento, dopo aver promesso in campagna elettorale che mai e poi mai avrebbero autorizzato quell’opera, definendola pericolosa per l’ambiente, i grillini si sono adeguati e hanno chiesto al premier Giuseppe Conte di fare da parafulmine di critiche e risentimenti popolari nei confronti del governo. I manifestanti No Tap hanno strappato le tessere elettorali e hanno chiesto ai parlamentari Cinque Stelle del Salento di dimettersi, dopo aver tradito così clamorosamente l’impegno preso. A quanto pare, in caso di rinuncia all’opera, ci sarebbero da pagare penali pari a 20 miliardi. I grillini motivano in questo modo l’eclatante dietrofront su una battaglia così aspramente combattuta fino alle elezioni del 4 marzo. Non è dato sapere con certezza se queste penali ci siano. Tra i grillini c’è chi esclude un’ipotesi del genere. Ma indubbiamente i danni economici, qualora il tap non venisse realizzato, sarebbero notevoli. Peraltro la Lega ha sempre sostenuto l’opera.

Ma danni ancora più cospicui deriverebbero dall’eventuale rinuncia alla Tav, sulla quale due giorni fa il consiglio comunale torinese, su input della giunta guidata dal sindaco pentastellato, Chiara Appendino, che peraltro durante il voto non era in aula, si è espressa molto chiaramente: "Sospendere i lavori della Torino-Lione in attesa dell’analisi sui costi e benefici promessa dal governo e poi valutare se non sia meglio potenziare la linea storica piuttosto che costruirne una nuova". Il documento contro la Tav approvato dal consiglio comunale di Torino incassa subito l’elogio di Luigi Di Maio, ma scatena le ire della Lega e delle categorie produttive, che denunciano i danni incalcolabili della rinuncia a quell’opera. D’altro canto, però, la Valsusa è il baluardo grillino e su quello i seguaci del Ministro del lavoro non intendono cedere, dopo aver ingoiato tanti rospi leghisti su immigrazione, legittima difesa, infrastrutture nel lombardo-veneto, condoni.

Ma un’altra miccia pronta ad esplodere sul terreno dell’alleanza Lega-Cinque Stelle è quella del Campidoglio. Il capogruppo del Carroccio in Assemblea capitolina, Maurizio Politi ha chiesto le dimissioni del sindaco Virginia Raggi, definendo la sua amministrazione una delle peggiori della storia di Roma. D’altronde nella capitale la Lega è all’opposizione della giunta pentastellata, il che segnala un’altra anomalia dell’attuale fronte governativo giallo-verde: il cortocircuito tra dimensione nazionale e dimensione locale.

Tutte queste frizioni tra i partiti alleati di governo potrebbe generare ritorsioni, a cominciare da quella dei senatori ribelli dei Cinque Stelle, quelli più di sinistra e vicini al Presidente della Camera, Roberto Fico, che si dicono pronti a votare contro il decreto sicurezza, fortemente spinto da Matteo Salvini. Per molti esponenti dell’ala dissidente del Movimento, quel provvedimento è indigeribile, così come appare sempre più opprimente l’abbraccio con l’odiato Carroccio, che starebbe costringendo i pentastellati a rinunciare a molte delle loro battaglie storiche. Di qui la crescente fronda anti-Di Maio, che potrebbe determinare la caduta del governo, qualora i distinguo persistessero anche in caso di voto di fiducia su quel provvedimento.

M5s e Lega possono contare sulla carta su 6 voti in più rispetto alla maggioranza assoluta: con i 58 senatori leghisti e i 109 pentastellati, il governo ha una maggioranza di 167 voti e la maggioranza assoluta è fissata a quota 161. Tutte le altre forze di opposizione, invece, hanno 151 voti: quindi una differenza di 16 voti. Al momento i dissidenti M5s usciti allo scoperto sono 4: Matteo Mantero, Paola Nugnes, Elena Fattori e Gregorio De Falco.

Se tutti e quattro  confermassero di non votare a favore del decreto, la maggioranza scenderebbe a 163, due voti in più rispetto alla maggioranza assoluta. Dunque,  anche se tutte le opposizioni dovessero votare compatte contro, il governo non avrebbe problemi. Ma non sono escluse sorprese dell’ultim’ora. C’è anche chi sospetta che siano proprio i leghisti a voler far saltare il banco, dando la colpa alle divisioni tra i Cinque Stelle, al fine di poter andare all’incasso in caso di elezioni anticipate.