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Guerra in Corea, l'impensabile è possibile

Kim Jong-un

Una guerra di Corea, magari anche nucleare, è semplicemente impensabile. Manca la congiuntura internazionale adatta a farla scoppiare: nel 1950, quando iniziò la Guerra di Corea, il mondo era diviso in due blocchi e sia l’Urss che la Cina appoggiavano il regime del Nord. Oggi Kim Jong-un, nipote del dittatore che invase il Sud 67 anni fa, dovrebbe lanciare un attacco solitario e suicida. Né la Cina, né la Russia hanno interesse ad appoggiare la sua eventuale impresa. Potrebbe lanciare l’atomica, o minacciarne l’uso nel corso di un conflitto, ma sarebbe anche questa una mossa suicida, considerando che provocherebbe la rappresaglia degli Usa, della prima potenza militare e nucleare del mondo. La guerra ancor più difficilmente scoppierebbe per un’iniziativa avventata degli Usa: a meno di non voler sacrificare la Corea del Sud e forse anche il Giappone stesso, gli Stati Uniti sono perfettamente consapevoli che i costi della guerra sarebbero troppo alti. Da un punto di vista razione, dunque, la guerra è impensabile. Ma non è affatto detto che Kim Jong-un (e in genere la classe dirigente nordcoreana) sia razionale.

Prima di tutto non è razionale il sistema stesso della Corea del Nord. Contrariamente a tutti i regimi comunisti del mondo, Cuba inclusa, la dinastia dei Kim non ha mai accettato di riformare la sua economia. Nel 2017, il socialismo reale è ancora copiato dall’Urss del 1947, con le terre collettive, le industrie al 100% di proprietà statale. Manca un sistema di prezzi, che sono dettati dalle autorità. Il cibo viene distribuito e razionato. Il progresso è fermo agli anni ’40: la Corea del Nord è uno dei pochi paesi industrializzati al mondo in cui l’agricoltura dipende ancora fortemente dalle condizioni climatiche. La siccità e la conseguente carestia degli anni ’90 ha provocato 3 milioni e mezzo di morti dal 1994 al 1998. Quest’anno l’incubo rischia di ripetersi: la Fao avverte che i raccolti nordcoreani nel 2017 hanno prodotto meno, danneggiati da una siccità prolungata. Buona parte della popolazione è in pericolo. Potrebbe essere la peggiore crisi agricola degli ultimi vent’anni. Nella precedente carestia, il regime non aveva posto rimedio al problema centrale (il sistema agricolo collettivizzato e pianificato dal centro) e aveva preferito assegnare le maggiori quote di cibo a militari e funzionari di partito, sacrificando il resto. Ancora oggi non si vedono riforme all'orizzonte, segno inequivocabile che per il regime l'ideologia è molto più forte della realtà.

Non è razionale neppure il sistema economico industriale, basato ancora sull’industria pesante ed estrattiva. Il Pil nordcoreano dipende dall’esportazione di materie prime alla Cina. Questo sistema è irrazionale perché è anch’esso esposto ad elementi esterni, non al clima in questo caso, ma all’atteggiamento dei vicini. Con il test nucleare del settembre 2016 e tutti i successivi esperimenti missilistici, fino a quello della settimana scorsa, la Corea del Nord non ha fatto altro che perdere contatti col resto del mondo. Non esistono statistiche ufficiali pubbliche di Pyongyang, quel che sappiamo lo dobbiamo alle stime della Banca di Corea (del Sud). Nel 2016, grazie alle esportazioni delle risorse minerarie, soprattutto del carbone, l’economia nordcoreana ha registrato una discreta crescita, la migliore dal 1999. Tuttavia, questo piccolo balzo avanti è stato subito rovinato. La Cina, riallineandosi all’Onu dopo la pressione esercitata dall’amministrazione Trump, già da mesi sta importando meno carbone. Due terzi in meno, addirittura. Le sanzioni colpiscono soprattutto le esportazioni, non solo risorse minerarie, ma anche il pescato. Si stima che la Corea del Nord possa perdere fino a 1 miliardo di dollari all’anno, un terzo del valore dell’export.

Non è razionale lo stesso accanimento con cui è stato realizzato il programma nucleare militare. La Corea del Nord, in tre generazioni di leader comunisti, ha speso tutte le sue migliori risorse nella costruzione di armi atomiche. Ha sacrificato riforme, ricchezze, contatti e relazioni internazionali, rischiato la guerra, accettato sanzioni per decenni. Ma dal 1985 al 2016 ha continuato, imperterrita, a costruire le sue armi nucleari, accettando trattative (e una firma del Trattato di Non Proliferazione nel 1985, poi ritirata nel 2003) solo per guadagnare tempo. Lo scopo del programma è chiaro ed esplicito in tutte le dichiarazioni ufficiali: difendere la sopravvivenza del regime. Perché i Kim, nonno, padre e nipote, hanno sempre creduto che, con l’atomica, nessuno toccherebbe il loro potere. Ma è proprio questa l’idea più pericolosa. Prima di tutto perché la storia dimostra che non funziona: l’Unione Sovietica, che nel 1991 disponeva del più grande arsenale nucleare del mondo, è comunque collassata. Secondo: ha senso finché c’è un potere da difendere. Ma se la Corea del Nord, a un certo punto, dovesse collassare? Cosa resterebbe da difendere con le armi nucleari? E, soprattutto, cosa ci sarebbe da perdere a usarle? Se l’unico scopo dell’ultimo dei dittatori stalinisti è quello di mantenere il potere a oltranza, magari sognando che la rivoluzione comunista possa ripartire in futuro nel resto del mondo, l’idea di un’inevitabile collasso del proprio paese diventa una fine della storia, assoluta, inappellabile. E solo una persona razionale e dai nervi saldi, a quel punto, può rinunciare pacificamente al potere.

Kim Jong-un, finora, non ha dimostrato di essere una persona razionale, né dai nervi saldi. Dal 2012 ad oggi ha fatto uccidere in rapida sequenza 340 fra ufficiali, membri del partito anche di alto livello e suoi parenti. Fra cui anche il fratello “rinnegato” Kim Jong-nam e lo zio/tutore Jang Song Thaek. Con un uomo così, armato di atomica e una crisi terminale in vista per il suo regime, anche una guerra nucleare, l’impensabile, può diventare possibile nel prossimo futuro.