• REPRIMERE LA PROTESTA?

Hong Kong, la Cina di fronte al dilemma Tienanmen

Ancora scontri a Hong Kong. Il governo centrale può mandare l’esercito, ma i governanti della Cina sanno che una mossa del genere sarebbe una catastrofe per quella Cina che tenta di cancellare nella memoria quello che accadde in Piazza Tienanmen 30 anni fa, ma che non potrebbe mai fare oggi, con tutti i mezzi di comunicazione centuplicati e il mondo che sta a guardare. 

L’autorità aeroportuale è stata costretta a cancellare tutti i voli in partenza da Hong Kong lunedì 12 agosto. L’aeroporto è stato occupato da migliaia di manifestanti in protesta per una donna che è in pericolo di perdere un occhio a causa della brutalità della polizia. La fiducia della gente di Hong Kong verso il governo locale e la polizia, malgrado le “manifestazioni a sostegno”, è ai minimi storici. Non c’è neanche da dire quale sia la fiducia della gente verso il governo centrale di Pechino. Un dato storico da non dimenticare è che la fortuna di Hong Kong fu costruita in passato grazie al lavoro di persone che scappavano dalla Cina. Quindi si può immaginare che la diffidenza è certamente molto alta.

Oggi la polizia ha ammesso che sono stati infiltrati tra i manifestanti degli agenti di polizia allo scopo, così ha detto l’ufficiale di polizia nella conferenza stampa, di poter catturare i manifestanti più violenti. Ma una domanda fattagli in inglese ha rilevato un certo imbarazzo nell’ufficiale: come poteva assicurare che invece gli agenti infiltrati non agissero da provocatori in modo da non poter poi scatenare una repressione ancora più violenta? Malgrado i tentativi di assicurazione imbarazzata, non credo abbia convinto tutti nella sala. Sembra, se stiamo ad un tweet di Nathan Law, giovane attivista democratico, che la polizia spari anche su coloro che prestano i primi soccorsi ai feriti, il che sarebbe una violazione delle leggi internazionali.

Si ha l’impressione che la polizia stia un poco perdendo la testa e che l’uso di una violenza più pronunciata sia il segno che non si riesca a tenere testa ad una protesta che non può essere fermata proprio perché non ha dei leader con cui si può trattare. Joshua Wong, il giovane leader del movimento di Occupy Central che già anni fa aveva paralizzato la città per più di due mesi, pur non mettendosi a capo di questa nuova ondata di proteste, sfrutta la sua notorietà per fare quello che la Cina odia, cioè cercare consenso internazionale. Anche in un tweet di oggi ringrazia quei membri del congresso americano che stanno mostrando supporto per la causa dei manifestanti di Hong Kong. Così come ha fatto già da tempo Martin Lee, anziano leader del movimento democratico in unione con Anson Chan, già impegnata attivamente nell’amministrazione di Hong Kong, prima sotto i britannici e poi sotto i cinesi. Questi oramai anziani leaders sono disillusi sul fatto che Pechino manterrà le sue promesse, iscritte nella costitutuzione che regola i rapporti fra il governo di Hong Kong e il governo centrale, per una maggiore democratizzazione nella città, la possibilità di scegliere chi governerà la cosa pubblica. Ora, pochi come gli italiani possono offrire una opinione disincantata sulle miserie della democrazia. Il problema sono le alternative alla democrazia, come quella di vivere sotto costante controllo con la possibilità di avere ma non di essere.

A questo punto, può il governo centrale mandare l’esercito? Certo che può. Ma riflettiamo un attimo. I governanti della Cina non sono certamente stupidi e sanno che una mossa del genere sarebbe una catastrofe per Hong Kong come lo sarebbe per la Cina stessa, quella Cina che tenta di cancellare in tutti i modi nella memoria della sua gente quello che accadde in Piazza Tienanmen 30 anni fa, ma che non potrebbe mai farlo oggi, con tutti i mezzi di comunicazione centuplicati rispetto a quel tempo, con tutto il mondo che sta a guardare. Quella Cina che sta tentando faticosamente di costruire un consenso internazionale per sfidare la leadership agli Stati Uniti fornirebbe ai suoi competitori un assist a porta vuota. Lo può comunque fare? Non può essere escluso, ma cadrebbe nello stesso abisso che contribuirà a creare.

Qual è una soluzione? Innanzitutto trovare una via d’uscita per Carrie Lam, oramai completamente screditata. Come alcuni hanno detto, la terranno adesso per non perdere la faccia, poi le chiederanno di lasciare “per motivi personali”. Il modo cinese di salvare capra e cavoli. Poi trovare il modo di mostrare magnanimità accogliendo le preoccupazioni della gente di Hong Kong, specie dei giovani; questo potrà essere l’inizio di un percorso di guarigione.

Dal Vaticano tutto tace. Probabilmente non si sentono di provocare una reazione di Pechino, molto poco propenso ad accettare critiche da “forze straniere”. La Chiesa locale certo è dalla parte dei manifestanti ma cerca di frenare la violenza, per ora senza successo. Hong Kong non ha ancora un Vescovo titolare dopo otto mesi dalla scomparsa del precedente. Veramente si può dire che il destino di Hong Kong si scrive oramai giorno per giorno.