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Hong Kong, stallo fra governo e opposizioni

Mentre la settimana passata le massicce proteste si erano svolte pacificamente in Hong Kong, sabato 24 ha visto ancora violenza e scontri ad alta tensione. Il governo, guidato da Carrie Lam, non pare più in grado di dare risposte, anche perché ha le mani legate (dalla Cina).

Polizia in azione a Hong Kong

Mentre la settimana passata le massicce proteste si erano svolte pacificamente in Hong Kong, sabato 24 ha visto ancora violenza e scontri ad alta tensione, specialmente nel distretto industriale di Kwun Tong.

Dai filmati di uno degli scontri si vedeva la polizia rispondere con gas lacrimogeni al lancio di oggetti (tra cui pietre) da parte di alcune fazioni dei manifestanti. C’è oramai una radicalizzazione dello scontro che porta il confronto a quello che gli americani chiamano “deadlock”. Insomma, un punto morto. Eppure si era sperato in una diminuzione delle tensioni proprio vista la situazione di relativa calma della settimana scorsa, in cui la folla enorme non aveva comunque causato più di tanto problemi di ordine pubblico. Anche la catena umana di pochi giorni fa aveva rafforzato la sensazione di una protesta pacifica, ma ora ci risiamo con le violenze e gli scontri. A sentire la polizia, loro usano la forza proporzionata al livello della minaccia ricevuta. Una indagine certamente appurerà che qualche brutalità di troppo è stata commessa. E una valutazione imparziale riconoscerà che tra i manifestanti sono anche infiltrati elementi radicali che portano il confronto sul piano dello scontro.

Chi potrebbe avere una influenza sulla cessazione delle ostilità è il capo dell’esecutivo. Carrie Lam ha incontrato rappresentanti della società civile (ma non i manifestanti) e una buona metà di loro gli ha chiesto di accettare alcune delle richieste che vengono da chi protesta. Molto interessante la sua risposta a chi le chiedeva il perché della sua ostinazione nel non ritirare ufficialmente la legge sull’estradizione, pur riconoscendo che non sarebbe comunque stata più introdotta. Carrie Lam ha detto di non poter usare la parola “ritirare”. Da molti questo è stato letto come un chiaro segno delle condizioni di enorme costrizione in cui si trovano coloro che devono gestire la cosa pubblica in un sistema politico siffatto. Quindi, se il governo di Hong Kong non può fare fronte alle richieste dei manifestanti, almeno quelle più ragionevoli, si rischia di radicalizzare lo scontro a Hong Kong per molto tempo ancora, con “l’elefante nella camera” che sta a guardare, ammassa le sue truppe al confine con Hong Kong pur sapendo che, come dice Steve Bannon, un suo intervento militare non sarebbe solo la fine di Hong Kong, ma l’inizio della fine del presente sistema politico cinese. E in effetti il presidente Xi è molto silenzioso su Hong Kong, anche pressato dal fortissimo inasprimento della guerra commerciale con gli Stati Uniti. 

Per dirla con i politici italiani, non apprezzabile, ma che qui da una mano a capire, serve un “elemento di discontinuità” per sbloccare una soluzione in cui tutti si guardano in cagnesco e pensano che l’attesa sia la soluzione. Ma attesa di che?