• SUBCULTURA ATEA

I danni dell’animalismo (che non è amore per gli animali)

Una maestra porta a scuola un pesce - morto - per spiegare ai suoi allievi il miracolo dell’anatomia: la Lav costringe il preside a scusarsi. Berlusconi va in tv dalla pasionaria Brambilla a pontificare su Dudù… Sono alcuni esempi dei danni creati dall’ideologia animalista, che non ha nulla a che vedere con l’amore per le creature della tradizione cristiana ed è contraria all’ordine naturale.

Uno degli spettacoli più grotteschi della politica degli ultimi dieci anni (forse a pari merito con l’impeto “descamisado” del deputato Pd Fiano mentre aggredisce i colleghi a Montecitorio) ci è stato regalato da Silvio Berlusconi: lui col maglione blu da qualche migliaio di euro  mentre allatta teneramente un agnellino. Pochi giorni fa nella trasmissione Dalla parte degli animali condotta dalla pasionaria animalista Michela Vittoria Brambilla, ha pontificato su Dudù e gli altri batuffoli che si rincorrono nel giardinone della sua Versailles presso Arcore. A parte la tristezza di vedere un ex maschio alpha della politica italiana  ormai ostaggio dei sondaggi e delle sue avvenenti dame di corte che si riduce  a intercettare le simpatie di proprietarie di beagle e barboncini, occorre una seria riflessione su uno dei più sottovalutati figli della cultura atea: l’animalismo.

Nulla a che vedere con l’amore e il rispetto per le creature della tradizione cristiana, ma anzi una vera aggressione all’uomo e all’ordine naturale, una privazione coatta del nostro rapporto armonico con la natura, un processo inversivo che pone l’uomo al servizio dell’animale; infine, l’allontanamento dei bambini dalla bellezza della natura. Una delle notizie più assurde degli ultimi giorni riguarda la scuola primaria di Oggebbio, nel Verbano. Una maestra aveva portato a scuola un pesce - morto - acquistato in pescheria per mostrare ai suoi piccoli allievi il miracolo dell’anatomia. Forse voleva far vedere che oltre a quel parallelepipedo surgelato e panato con granella di scarsa qualità che le loro madri comprano al supermercato, ci sono anche creature marine dotate di branchie, cuore, stomaco, fegato. Puntuale è arrivata la lettera inviperita della Lav (Lega anti vivisezione) a firma di tale Odette Favini: «Utilizzare per la didattica animali, vivi o morti, è obsoleto e mina la sensibilità dei bambini».

Il preside, cuor di leone, pur balbettando che il pesce era stato acquistato in pescheria, ha chinato il capo dicendo: «Non lo faremo più». Sembra una notizia alla Lercio, ma non lo è. Il potere intimidatorio di queste associazioni rasenta ormai l’abuso psicologico. Oggi comprare un cosciotto d’agnello per il pranzo pasquale è diventato una pratica aberrante e guai a cucinare il coniglio alla cacciatora. I seguaci dell’antispecismo si rivelano, poi, dei veri fondamentalisti, carichi di tutta quell’energia impositiva che un’erronea percezione di essere nel giusto offre loro. Non sono rare azioni violente contro allevatori, ristoratori e macellai, ma ancora peggiore è la nuova forma patologica di empatismo zoologico che si sta sviluppando, la quale crea dei danni enormi - non ancora sufficientemente indagati - sulla salute, sulla psicologia di massa, sulla cultura e anche sull’ambiente.

Di qualche tempo fa è la notizia che alcuni supermercati vendevano carne imballata in modo speciale per i ragazzi che provavano schifo  a maneggiarla. All’allontanamento dal mondo rurale che è toccato alle giovani generazioni per motivi socio-economici, si aggiungono nuove svenevoli idiosincrasie indotte con l’unico risultato  di allontanare sempre più i ragazzi dalla conoscenza diretta del mondo naturale. Un giovane che ha impressione a mettere in padella una bistecca, non è un giovane sensibile, è uno che ha dei problemi.

Questa subcultura crea anche enormi danni alle persone e all’economia. Un esempio? Per ovviare ai danni dell’enorme popolazione di cinghiali (attualmente circa sei milioni in Italia) - che provocano la rovina degli agricoltori, incidenti stradali e imbruttiscono il paesaggio imponendo ovunque l’installazione di reti e dissuasori - basterebbe dare la briglia ai cacciatori. Ma non si può, perché gli animalisti protestano.

Il paradosso è che questi fanatici creano danni agli stessi animali quando, per i loro conati emotivi, non si prendono provvedimenti di controllo demografico di certe specie, soprattutto invasive. Accade così che cinghiali, topi, gabbiani facciano strage di altri animali a tutto svantaggio della biodiversità. Un caso di scuola fu quello di una specie di uccelli marini, le berte, presso l’Isola di Montecristo. La loro popolazione era seriamente a rischio a causa di un’invasione di ratti che ne divoravano pulli e uova. Secondo gli animalisti che protestarono per la derattizzazione, si sarebbero dovuti catturare i topi e trasportarli altrove.  Oggi, per fortuna le berte sono salve e il 90% di loro porta a termine la covata.

L’amore inversivo per i topi è tratto caratteristico: i soliti giornaloni hanno recentemente ripreso con gridolini di entusiasmo il salvataggio di un topo di fogna rimasto incastrato in un tombino. I pompieri di Bensheim, in Germania, hanno impiegato mezzora del loro tempo per l’operazione.  Ecco, quando si va in solluchero perché un ratto  è stato salvato a spese del contribuente c’è qualcosa che non va.

L’animalismo si lega poi, come non mai, al clima-alterismo secondo cui, visto che l’effetto serra è causato dai peti delle mucche, dovremmo diventare tutti vegetariani. Questo avviene proprio nel momento in cui la medicina sta scoprendo i danni della nostra alimentazione eccessivamente sbilanciata sugli zuccheri (cereali).

Dal punto di vista culturale, gli animali da compagnia stanno riscuotendo un’attenzione manicomiale: alcune aziende si sono inventate perfino la lingua da gatto finta, di gomma, in modo che il padrone possa leccare il proprio gatto. Tutto questo ha dei risvolti persino demografici: non si contano le coppie che ormai,  piuttosto che fare un figlio, si prendono un cane o un gatto.

Fra l’altro, adesso va molto di moda la campagna contro le gabbie. In pochi si sono però chiesti quanto verrebbe a costare al mercato un petto di pollo cresciuto in selvagge praterie e a quali danni, per lo sviluppo di un bambino, potrebbe portare una dieta alimentare povera di carne. Insomma, per voler garantire una vita dignitosa agli animali d’allevamento e rispettare l’ambiente non serve essere animalisti, basta semplicemente attingere alla tradizione cristiana che da duemila anni vede l‘uomo come saggio amministratore della natura e contemplatore dell’opera di Dio.

Parafrasando una vecchia battuta, si può dire che l’amore per gli animali sta all’animalismo come l’enologia all’alcolismo.