• IL LIBRO

I matti di Grégoire e la fede che spezza le catene

Conosciamo la storia di Grégoire Ahongbononun e quella dei suoi “matti” grazie al giornalista Casadei che in lui si è imbattuto molti anni or sono durante un viaggio in Africa, ne ha seguito le vicende e adesso gli ha dedicato un libro: “Grégoire. Quando la fede spezza le catene”, edito dalla casa editrice Emi.

L’Africa è un continente difficile. Per tradizione in Africa la libertà non è un valore, al contrario è temuta e deplorata, la comunità conta più delle persone, i diritti dipendono dallo status di ciascuno, stabilito da fattori per lo più ascritti, per primi il sesso e l’anzianità. Il tribalismo, la stregoneria fanno strage di innocenti. Tutti ne patiscono e c’è chi ne soffre in modo atroce: le bambine, ad esempio, che ogni anno a centinaia di migliaia vengono escisse o infibulate per renderle pure e onorabili, degne di essere sposate; e i “diversi” per caratteri fisici, come gli albini, rapiti, venduti, uccisi o mutilati per ricavarne gli organi perché con essi gli stregoni confezionano gli amuleti più efficaci e costosi.

Ma non c’è sorte peggiore di quella dei malati psichici, condannati a essere gli ultimi degli ultimi: inutili, e quindi per i famigliari un peso mal tollerato, e oggetto di stigma, perché si attribuisce la loro condizione alla stregoneria oppure a una colpa, a una trasgressione o all’azione di spiriti e demoni. Molti finiscono abbandonati e soli, diventano i più miseri dei senza tetto, ridotti a sfamarsi di rifiuti. Di altri le famiglie si fanno carico, ma in modo disumano, costringendoli in catene, nutriti a stento, rinchiusi in una stanza o legati giorno e notte a un albero per tutta la vita. Non meno doloroso è il destino di quelli che vengono affidati alle cure di guaritori e santoni che pretendono di “liberarli” con sortilegi e riti che spesso sono vere e proprie sevizie: e se non funzionano i riti di liberazione la colpa è dei malati che ricadono nel peccato.

“La consideravano un animale feroce, la trattavano come un animale selvaggio, ed effettivamente lei si comportava la maggior parte del tempo come una belva. L’avevano confinata in un vano annesso a una capanna di argilla e frasche, legata a una catena fissata a un ceppo. Quando qualcuno si avvicinava per darle da mangiare o per qualsiasi altra ragione, scattava in avanti e allora era la catena che la frenava, come succede a un cane da guardia unfuriato. Usciva di lì solo per andare al gabinetto, ma anche le sue funzioni fisiologiche creavano problemi: nessuno poi voleva avvicinarsi ai suoi escrementi, tanta era la paura di essere contaminati da lei...”.

Così viveva Agnés, in Costa d’Avorio, finchè non è stata liberata da Grégoire Ahongbononun, l’uomo che da 25 anni dedica la vita a soccorrere i malati psichici. Come la maggior parte della gente, anche lui dei “matti” non si era mai curato. Quanti ne aveva visti  per strada seminudi, sporchi, ora attoniti ora frenetici, alla ricerca di qualcosa da mangiare tra montagne di spazzatura, ed era passato oltre. Invece un giorno – era l’autunno del 1991 – alla vista di un uomo che scavava tra i rifiuti, si è fermato. “Ero appena uscito dalla cattedrale, avevo appena ricevuto l’eucarestia. Ho visto l’angoscia e la vergogna negli occhi di quell’uomo – così Grégoire descrive l’episodio che ha cambiato la sua vita e quella di decine di migliaia di persone – di gente come lui in giro ce n’era altra, la vedevamo quasi tutti i giorni ma senza vederla realmente. Oppure notavamo i soggetti sin troppo bene, e ci facevano paura, perché spesso erano agitati. Quel giorno è stato diverso. Mi sono detto: "E' Gesù che cerco nelle chiese, nei sacramenti, nei gruppi di preghiera. Ed eccolo qui: è lì che soffre con quel malato, dentro di lui e insieme a lui. E ho sentito una voce dentro di me, come qualcun altro che mi parlava: ‘se riconosci in quest’uomo Gesù che soffre nei malati, non puoi più avere paura di loro”. 

Tornato a casa ne ha parlato alla moglie e insieme sono tornati a prenderlo. Lo hanno lavato, sfamato, rivestito, curato. Dopo di lui, altri ne hanno cercati e aiutati. Presto attorno a loro si è formato un gruppo di persone anch’esse disposte a visitare i malati, ospitarli, accudirli, cucinare per loro, aiutarli a mangiare, pregare con loro. Ad essi col tempo si sono uniti degli infermieri e dei medici volontari. Sono nati i primi centri di accoglienza, attualmente dieci, poi quelli di reinserimento, che sono sei, poi ancora i centri relais, per segnalare casi bisognosi e distribuire medicine. L’iniziativa è stata chiamata San Camillo. Due fondamentali elementi di rottura con la tradizione africana ne caratterizzano l’impegno e ne spiegano il successo. Il primo consiste nel trattare la malattia psichica come un disturbo da curare. Il secondo è la gratuità delle prestazioni in un contesto generale di venalità e corruzione che non risparmia neanche gli ammalati, anzi ne approfitta, estorcendo denaro e organizzando truffe.

Dal 1992 la San Camillo ha assistito quasi gratuitamente 60.000 malati in quattro paesi africani, Costa d’Avorio, Benin, Togo e Burkina Faso: molti soccorsi per strada, come il primo, altri presi in carico dopo aver convinto i parenti ad affidarli alle cure di Grégoire, altri ancora liberati dai campi di preghiera e guarigione di sedicenti santoni. “Siamo l’unica struttura sanitaria al mondo che va in giro a cercarsi i malati” scherza Grégoire.

Conosciamo la sua storia e quella dei suoi “matti” grazie al giornalista Rodolfo Casadei, inviato della rivista “Tempi”, che in lui si è imbattuto molti anni or sono durante un viaggio in Africa, ne ha seguito le vicende e adesso gli ha dedicato un libro: “Grégoire. Quando la fede spezza le catene”, edito dalla casa editrice Emi.