• LA SETTIMANA

I Nonni 2.0 insegnano a Renzi cos'è la Buona Scuola

A scuola in famiglia

Sabato prossimo scade il termine per l’invio di contributi alla consultazione via Internet sulla questione della scuola che il governo aveva aperto lo scorso 15 settembre. Venne creato per questo un apposito sito Web, raggiungibile a questo indirizzo, cui rimandiamo chi voglia saperne di più e soprattutto chi voglia contribuirvi seppur all’ultimo momento. Come cristiani, e quindi come persone chiamate a guardare a ciò che accade innanzitutto con fiducia e con il desiderio di valorizzare tutto il buono che c’è anche se è poco, non ci sembra bene snobbare questa consultazione malgrado tutti i suoi limiti.

Il sito contiene un Rapporto su cui il governo Renzi chiede “dibattito e confronto”. Nella dichiarazione d’intenti con la quale il sito si apre si legge tra l’altro che tale documento è offerto “ai cittadini italiani: ai genitori e ai nonni che ogni mattina accompagnano i loro figli e nipoti a scuola; ai fratelli e alle sorelle maggiori che sono già all’università; a chi lavora nella scuola e a chi sogna di farlo un giorno; ai sindaci e a chi investe sul territorio (…) a tutti gli innovatori d’Italia”. Il governo chiede a tutti i destinatari di questo appello un aiuto “a migliorare le proposte, a capire cosa manca, a decidere cosa sia più urgente cambiare e attuare (…) perché per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero”.

Sono buone, anzi ottime intenzioni leggendo le quali si è presi nello stesso tempo da grande conforto e da grande malinconia. Da grande conforto perché non ci si può non riconoscere nell’orizzonte umano prima che politico in cui si situano. Da grande sconforto sapendo che la cultura politica di Renzi e dei suoi spinge in direzione opposta a questi così buoni proponimenti. E già subito lo si vede nel citato Rapporto in cui si delinea un generale aggiustamento della scuola statale senza rimettere affatto in ballo il suo peccato originale. Senza aprire, insomma, il dibattito su quel suo detenere il monopolio della scuola pubblica (=aperta a tutti) senza oneri per le famiglie degli scolari e studenti, che è in realtà la causa prima di tutti i suoi mali.

Apprezzando il fatto che tra i destinatari dell’appello del governo Renzi per la buona scuola ci siano anche i nonni, l’Associazione Nonni 2.0, nata alcuni mesi fa a Milano, ha inviato un suo contributo alla consultazione che ci sembra particolarmente chiaro e completo. Perciò lo riprendiamo qui quasi testualmente.

“Immaginiamo”, scrivono i Nonni 2.0 in apertura del loro intervento, “che con questa consultazione il governo punti a un confronto ampio, libero e approfondito sulla questione della scuola nel nostro Paese, e non semplicemente a proposte di manutenzione straordinaria della scuola così come è oggi configurata”.

“In primo luogo pertanto facciamo presente che occorre aprire in via preliminare un dibattito sul modello generale di scuola pubblica in Italia. Nel nostro Paese sussiste ancora il monopolio statale della scuola pubblica senza oneri per le famiglie degli allievi. È l’ultimo monopolio che ancora esiste in Italia; e che non esiste più, o non è mai esistito, nella maggior parte dei paesi membri dell’Unione Europea compresi tutti gli altri paesi membri più importanti e popolosi, dalla Gran Bretagna alla Germania, dalla Francia alla Spagna. È un monopolio statale che, come tutti i monopoli del genere, fornisce, fra grandi sprechi, un pessimo servizio”.

“Ci rendiamo conto che l’avvio della rottura di questo monopolio non è una facile impresa: implica infatti il confronto con il più forte blocco di interessi neo-corporativi oggi esistente nel nostro Paese. E siamo ben consapevoli che solo attraverso un ben studiato processo di transizione lo si può attuare senza costi sociali insostenibili. Tuttavia da un governo che si sta dimostrando capace di avviare riforme che sembravano impossibili ci attendiamo anche il coraggio di un impegno in tal senso. Rendere buono il prodotto di un tale monopolio è impossibile, e i fatti non cessano di dimostrarlo. Anche però se ciò fosse (come invece non è) tale monopolio continuerebbe ad essere inaccettabile in linea di principio: riservare allo Stato il monopolio dell’educazione dei propri cittadini è infatti un grave vulnus alla democrazia.”

Perciò, si legge ancora nel documento dell’Associazione Nonni 2.0, “Fortemente desiderosi che la scuola italiana possa realmente essere una ‘buona scuola’ per i nostri nipoti e quindi per l’intero Paese, e tenendo per fermo quanto affermato e richiesto più sopra, abbiamo letto il documento, valutandolo analiticamente e apprezzandone le motivazioni di fondo; in particolare il riconoscimento del primato di un corretto processo formativo della persona quale leva per garantire lo sviluppo del nostro Paese. (…)

Segue una serie di osservazioni molto puntuali sul testo del Rapporto offerto in consultazione:

 “Con questo breve contributo intendiamo evidenziare che questo potrà avvenire solamente assicurando alle famiglie una reale libertà di scelta a livello di istruzione ed educazione.

Un sistema scolastico rinnovato non può infatti prescindere dal rispetto del dettato costituzionale, che definisce la titolarità del diritto all’educazione. L’art. 30 è molto chiaro in proposito: “è dovere e diritto dei genitori ” non solo mantenere ma anche istruire ed educare i figli. Il diritto all’educazione spetta, dunque, primariamente alla famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29). La Repubblica, quindi, deve innanzi tutto riconoscere, tutelare e difendere il diritto e la libertà della famiglia a educare. Infatti, l’art. 31 stabilisce che “la Repubblica agevola con misure economiche ed altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi”. In altre parole, il diritto all’educazione spetta alla famiglia e non allo Stato, il quale ha il compito, sulla base del principio di sussidiarietà, di porre in essere tutte le condizioni giuridiche, economiche e strutturali affinché la famiglia possa svolgere pienamente la propria funzione educativa. Riteniamo che questo fondamentale diritto sia molto spesso disatteso in varie forme. Anche il documento “la buona scuola” non pare essere molto attento a questo aspetto. A pag. 64, ad esempio, quando si elencano i protagonisti della scuola, si fa riferimento a “presidi, amministrativi, docenti”, ma neppure si accenna alla famiglia Gli “organi collegiali rivisitati, forti, agili ed efficaci” non potranno non prevedere la presenza della famiglia. Anche la “valutazione per migliorare la scuola” (pag. 65) dovrà richiedere la collaborazione concreta delle famiglie, che dovranno potere accedere ai dati (pag. 67) relativi. Segnaliamo inoltre che, anche quando si tratta del “patto inter-generazionale” (pag. 77), non vi è alcun riferimento alla famiglia; inoltre, la famiglia non è neppure citata nello “sblocca scuola”.

L’art. 33 conferisce alla Repubblica il compito di istituire scuole statali e nel contempo stabilisce “il diritto ad istituire scuole ed istituti di educazione” a favore di “enti e privati”. L’inciso “senza oneri per lo stato” si riferisce all’istituzione delle scuole, ma non al diritto delle famiglie a educare, diritto che deve essere garantito anche dal punto di vista economico. Il diritto all’educazione, infatti, rimane in capo alla famiglia, sia all’interno delle scuole statali sia all’interno delle scuole non statali . Riteniamo che questa debba essere l’impostazione di fondo da dare a tutto il sistema scolastico: andare in questa direzione costituirebbe una vera rivoluzione, anzi, l’unica vera rivoluzione. Abbiamo apprezzato che il documento proposto, con riferimento al sistema nazionale di valutazione (pag. 65), scriva di un unico sistema scolastico che è quello pubblico, in cui le singole scuole possono essere gestite dallo Stato e da “enti e privati”. Nel nostro Paese si fa ancora fatica a superare la divisione tra pubblico e privato, il che è pernicioso non solo dal punto di vista culturale, ma anche dal punto di vista economico: pochi ancora sanno che il sistema delle scuole non statali fa risparmiare allo Stato miliardi di euro ogni anno. Questa situazione è fonte di inutili polemiche e di tensioni che, di fatto, rendono un cattivo servizio alla crescita armoniosa dell’intero sistema scolastico. È certamente noto, anche se quasi mai ricordato, che l'Italia e la Grecia sono gli unici paesi d'Europa nei quali la scuola paritaria non riceve sostanziali finanziamenti statali. Quindi, per evidenti motivi economici, è difficile, a volte impossibile, che la famiglia possa effettivamente esercitare il diritto all’educazione dei figli sopra ricordato.

Perché si possa realmente procedere verso un unico sistema scolastico pubblico in cui le singole scuole possono essere gestite sia dallo Stato sia da “enti e privati”, occorre valorizzare le scuole paritarie con azioni concrete, come è previsto dal documento in tema di valutazione (pag. 65 e 66) in modo che tali scuole possano avere le certezze e le semplificazioni che permettano loro di programmare con tranquillità i progetti educativi. Quanto previsto a pag. 119 in tema di “miglioramento dei singoli istituti” e di “obiettivi” chiari e strategici di potenziamento” deve valere, in concreto e non solo a parole, anche per le scuole paritarie: altrimenti anche questo tentativo di rinnovamento ricalcherebbe la tradizionale impostazione statalista, il che impedirebbe di liberare tutte le risorse educative presenti di fatto e di diritto nel nostro Paese. Non a caso, l’art. 30 della Costituzione, già citato, afferma che è diritto dei genitori istruire ed educare i figli" (…)

Sono infine molto interessanti le osservazioni con cui il documento si conclude, con le quali tra l’altro si indicano con chiarezza le ragioni obiettive che ostano comunque alla delega alla scuola pubblica (statale o non-statale che sia) dell’educazione alla sessualità e all’affettività: “Abbiamo apprezzato l'idea di potenziare l'insegnamento della musica e della storia dell'arte e la pratica dello sport. (…) Ci preoccupa invece molto la pretesa di trasferire dalla famiglia alla scuola l’educazione sessuale. Per sua natura la scuola pubblica non è adatta a offrire educazione riguardo ad argomenti che toccano la sfera affettiva e quella dell'intimità. L’educazione sessuale non può ridursi alla mera trasmissione di notizie riguardo a “modalità operative”, per di più a cura di istruttori nemmeno coinvolti nella quotidianità dell'insegnamento. Né tale intrusione può venire giustificata adducendo un’incapacità (presunta a priori) delle famiglie a provvedere a tale educazione. Se ciò fosse, occorre offrire piuttosto formazione alle famiglie, e non prendere spunto da tale presunta incapacità per esautorare non solo le famiglie stesse ma anche la scuola.”

Sul piano non solo del contenuto ma anche della qualità delle argomentazioni l’intervento dei Nonni 2.0 è davvero un buon contributo a “La buona scuola”. C’è da augurarsi che quantomeno venga attentamente preso in esame.