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Iannaccone narra i serial killer. Dal freak al buon padre

Broadchurch

Meglio regnare all’inferno (Lindau, pp. 256) di Mario A. Iannaccone è la più completa ricerca sul fenomeno dei serial killer pubblicata in Italia. Tratta del problema dell’omicidio seriale e delle sue manifestazioni nell’immaginario; di come è stato trattato dalla legge, dalla società, dalla scienza, e di come è stato raccontato nelle varie forme della cultura popolare (cinema, romanzo, televisione, fumetto).

È, soprattutto, una riflessione sull’uso ideologico della narrazione di questi crimini dal XIX secolo a oggi. Assassini che uccidevano per il proprio piacere, perché folli o malvagi, ce ne erano sempre stati; alcuni erano diventati persino celebri, come Jack lo Squartatore. Ma fu soltanto alla fine degli anni Sessanta, all’indomani di un’ondata omicidiaria senza precedenti, che il problema fu affrontato in modo nuovo. Nel 1980 Ronald Reagan ebbe buon gioco nel rappresentare l’omicida seriale come un portato del trasgressivismo ribelle, promiscuo e drogato della controcultura americana. In effetti, non pochi assassini seriali del periodo riflettevano tali caratteristiche. Durante il grave caso degli Atlanta Child Murders (1978-1981) – omicidi di bambini - Reagan fece creare una sezione della FBI, la Behavioral Science Unit (BSU), che lavorasse specificamente al problema: fu allora che venne inventato il termine «serial killer». Da quel momento il seriale divenne il nuovo nemico interno. L’Accademia FBI di Quantico formò nuovi specialisti, psichiatri e criminologi, specializzati nello stilare “profili” predittivi dei seriali: erano i mindhunter che dovevano “pensare” come gli assassini, gli psicologi profiler e gli esperti di indagine procedurale (quella immortalata da CSI o dai romanzi di Kathy Reichs), protagonisti di migliaia di romanzi e film e di una vera mitologia contemporanea. In quel periodo, inoltre, nella gran parte di queste creazioni l’unico a salvarsi dalla furia omicida era chi si mostrava più morigerato, generalmente una ragazza chiamata Final Girl (l’archetipo si trova nel film Halloween del 1978).

Nel corso degli anni Novanta, a partire dall’era Clinton, le forze “progressiste” spazzarono via la breve stagione conservatrice reaganiana influenzando un nuovo modello. L’industria dello spettacolo, liberata dai lacci della condanna morale, imponeva il serial killer come eroe alla De Sade, astuto, manipolatore, creato da un male superiore. Hannibal Lecter è un archetipo del serial killer di nuovo tipo: avendo visto la sorella divorata da feroci nazisti capisce che il mondo è governato dal male e abbraccia una filosofia ispirata a De Sade. Questo tipo di serial killer immaginario è diventato molto presente nella cultura pop e ha avuto incarnazioni di grande successo come nelle serie tv  Dexter o Hannibal, complessa e disturbante riflessione sull’arte di uccidere. Viene visto con simpatia: è per l’eutanasia, è colto, è slegato da convinzioni religiose (talvolta è persino un “giusto” nella sua ingiustizia). Ed è un artista.

Allo stesso tempo è sorto un secondo tipo di serial killer: il padre di famiglia, l’uomo ossessionato dalla religione (cattolica o comunque cristiana). In questo senso il cinema dei serial killer ma anche il romanzo nei suoi maggiori esponenti (come Patricia Cornwell) è diventato un mezzo di condanna della «cultura patriarcale» e della famiglia. In decine di serie televisive e centinaia di film negli ultimi trent’anni è il «padre» sotto accusa, in tutti i sensi. La donna è quasi sempre vittima, e il maschio colpevole soprattutto se è legato a una società tradizionale e religiosa, che è la fonte di tutti i mali. La famiglia è malata: così è rappresentata nelle serie americane, inglesi (Broadchurch o Happy Valley), norvegesi, svedesi e persino francesi: padri pedofili o assassini, figli mostri. Ci sono intere serie in cui scene clou di omicidio e violazione avvengono in chiese e luoghi di culto. Un caso? No, solo un altro modo con cui le sinistre culturali del regresso irrazionale combattono l’antico nemico. Da questo punto di vista il libro di Iannaccone è una riflessione su come certa cultura, anche quella che sembra più neutra, sia sempre un’arma per l’egemonia.