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Il Catechismo nel pallone

Nonostante la passione sia universale, Nessuno però aveva ancora pensato di fare un Catechismo del Pallone, ma ha risolto il problema il bravo Corrado Gnerre, professore di antropologia filosofica dalla sana passione calcistica

Leo Messi con la maglietta di Medjugorie

Per Gianni Brera era “il gioco più bello del mondo”, per Pasolini addirittura “una rappresentazione sacra”. Si tratta del calcio, il futbol, lo sport più amato dagli italiani. Idolo laico, ma anche passione sincera di molti credenti, il calcio si presta bene come metafora di vita. Quante volte diciamo “mi sono salvato in corner” per dire che l’abbiamo scampata bella, oppure che “è stato come fare un goal a porta vuota” quando tutto va liscio come l’olio.

Nessuno però aveva ancora pensato di fare un Catechismo del Pallone (Ed. Mimep-Docete, pag. 167), ma ha risolto il problema il bravo Corrado Gnerre, prof. di antropologia filosofica dalla sana passione calcistica. Il suo obiettivo dichiarato “non vuole essere una legittimazione di tutto ciò che insopportabilmente gira intorno e nel gioco del calcio, ma dimostrare che il successo di questo sport è nella sua cattolicità”.

L’intenzione di Gnerre potrebbe sembrare un tantino pretenziosa, ma poi ci si accorge che vi sono solide ragioni, così l’accostamento tra il terzinaccio Burgnich e la virtù della fortezza diventa interessante. La prefazione del mitico Trap, quel Giovanni Trapattoni che spandeva acqua santa intorno alla panchina del mondiale 2002, in un certo senso è il marchio di fabbrica per questo catechismo pallonaro. Indicazione geografica tipica di sano (e spesso vincente) gioco all’italiana.

Come diceva il grande Nereo Rocco, il padre del “catenaccio”, “vinca il migliore?…speriamo di no!” Qui c’è la summa della cattolicità del gioco del calcio, ma non nel senso di un meschino tirare a campare o, peggio, voler fregare il prossimo. Tutt’altro. “Nel cattolicesimo – scrive Gnerre – chi vince non sempre convince, nel senso che il santo nella sua vita è di solito subissato di croci, prove e calunnie”. Quello che conta nel cattolicesimo è raggiungere il risultato, cioè il paradiso, e non è detto che la strada per arrivarci sia tutta riflettori, gol in rovesciata e palleggio alla brasiliana. Molto più facile che si tratti di difesa arcigna, marcature a uomo e contropiede liberante.

Un altro segno di cattolicità rilevato da Gnerre è l’importanza dello 0-0, il pareggio a reti bianche che tanto fa storcere il naso agli snob del calcio champagne. Quando ancora i 3 punti per la vittoria erano una prerogativa degli inglesi lo 0-0 era un risultato serio, muovere la classifica permetteva a tante squadre di provincia di sopravvivere in Seria A. Un pareggio, spesso frutto di grandi tattiche e intelligenti marcature, è segno di cattolicità perché anche la vita non sempre termina con una vittoria o una sconfitta netta, ma molte volte c’è bisogno di passare dal purgatorio. E’ proprio da lì che si deve transitare per garantirsi la Serie A del paradiso.

Un altro aspetto interessante è che nel calcio non si gioca da soli e si vince in undici. Come riporta il Catechismo del pallone, una squadra di undici Maradona andrebbe poco lontano, infatti, nel Napoli 86-87 e quello 89-90 el Pibe de oro era contornato, tra gli altri, dai Ciro De Napoli e dai Salvatore Bagni. Gente dai polmoni e garretti d’acciaio, infaticabili portatori d’acqua.

Come il calcio esalta l’individualità dentro una squadra vera, il cattolicesimo insegna che vi sono realtà che precedono lo Stato (la persona e la famiglia) e devono essere lasciate libere d’intraprendere e devono essere aiutate se non avessero la possibilità di farlo da sole (principio di sussidiarietà). D’altra parte come una squadra deve supplire alle carenze del singolo, così lo Stato deve intervenire affinché ognuno abbia il minimo indispensabile (principio di solidarietà).

Infine, un passaggio essenziale. Gnerre lo fa raccontando un episodio della vita di Stefano Borgonovo, l’ex centravanti di Milan e Nazionale recentemente passato alla Casa del Padre dopo un lungo calvario dovuto alla terribile SLA. Era il 18 aprile 1990 e si giocava la semi-finale tra Milan e Bayern Monaco. Ai tempi supplementari Borgonovo sfrutta un pallone sporco con uno splendido pallonetto che scavalca il portiere Aumann. Rete!

Da un rimbalzo improbabile nasce un grande gesto sportivo. E così è la vita: dalla sofferenza assurda può nascere il bene più grande. Questo ha vissuto sulla sua carne Stefano Borgonovo, un centravanti che non ha mai smesso di segnare. E così è la fede cattolica: dalla Croce nasce la Vita. Voler escludere la Croce dalla propria vita – scrive Gnerre – è come pretendere di rendere quadrato il pallone… non si può più giocare.