• DIARIO DI PREGHIERA

Il cattolicesimo perduto di Flannery O'Connor

Flannery O’Connor (1925-1964) è una scrittrice ammessa nei salotti buoni della storia della letteratura, ma solo a condizione di cancellare la sua fede. In realtà, togli il cattolicesimo alla O'Connor e di lei non resta più nulla. Il Diario di Preghiera, pubblicato oggi in Italia da Bompiani, è lì a ricordarcelo.

Diario di Preghiera

Flannery O’Connor (1925-1964) è uno di quei personaggi che non ci si stanca mai di tirare per la giacchetta. Siccome per i tempi che corrono il suo cattolicesimo è letteralmente imbarazzante, il pensiero unico dominante che non vuole negarsi la festa del suo genio fa di tutto per marginalizzarlo a colpi di aggettivi: originale, paradossale, grottesco. È morfinizzata così che la scrittrice americana ha varcato la soglia principale del salotto buono, quello che del cattolicesimo non sa che farsene ma che in nome di un pizzico d’istrionismo in più è disposto ad arruolare, debitamente vaccinato, pure qualche cattolico. E però è il gioco delle tre carte. Toglietele la fede cattolica e della scrittrice americana non resterà nulla. Nulla dei suoi racconti, nulla delle sue storie.

I personaggi messi in pagina dalla O’Connor paiono strambi infatti soltanto a chi vive sulla Luna. Chi invece vive con i piedi per terra li trova di un realismo struggente, li vede somigliare al bottegaio sotto casa, all’edicolante dell’angolo, alla mamma del compagno di scuola dei figli, al tonto del quartiere. La normalità borghesuccia e intorpidita non esiste; esistono invece uomini e donne dalle storie più uniche che rare senza bisogno che di professione facciano gli eroi, “matti sani”, persone vissute e “stranicristiani”. Flannery si è affacciata alla finestra e, vedendo in diretta una realtà che supera la fantasia, ha preso a raccontarla con il trasporto del compagno di viaggio. In lei ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è niente affatto casuale, e il suo essere una scrittrice cattolica è solo questo. Non una interpretazione, non una seconda natura delle cose, non uno schema intellettuale e nemmeno un progetto: ma la realtà nuda e cruda, così nuda e così cruda che alla fin fine tutto è solo religione. Le sue storie bizzarre solo per chi ha perso il contatto con l’umanità vera sono il racconto continuo del rapporto cercato o negato, esaltato o vilipeso con Dio.

La O’Connor tagliava di netto lo stucchevole refrain sulle caratteristiche del romanzo cattolico. Per lei esistevano soltanto i racconti belli e i racconti brutti, i primi essendo per ciò stesso cattolici nella misura in cui, dicendo il bello, dicono quel vero che per esserlo sino in fondo non può che essere cristiano nella sua stoffa più intima.

Scrivere racconti belli così era dunque per Flannery una missione, una vocazione di vita. Per questo suonano ancora una volta strane soltanto a chi dell’umanità si è fatto un simulacro fittizio le parole che la scrittrice affida al prezioso Diario di preghiera, uscito negli Stati Uniti nel 2013 e oggi edito in italiano da Bompiani nella traduzione di Elena Buia e Andrew Rutt, con prefazione di Mariapia Veladiano: «Per favore aiutami caro Dio a essere una brava scrittrice e a riuscire a far accettare qualche altra mia opera». Come un sacerdote prega di essere un buon sacerdote, un padre di famiglia un buon padre di famiglia, un operaio un buon operaio. Abbiamo un compito nell’esistenza, e Flannery realisticamente ci ricorda che se non passa attraverso il mestiere che facciamo abbiamo semplicemente commesso quella bazzecola che è l’avere completamente sbagliato vita. Per questo ella prega: «Vorrei tanto riuscire a avere successo in questo mondo riguardo ciò che voglio fare» e supplica: «Ti prego, fa’ che i princìpi cristiani pervadano la mia scrittura e fa’ che i miei scritti (pubblicati) siano numerosi abbastanza per diffonderli».

Non destinato alla pubblicazione, in parte andato perduto, il suo Diario di preghiera è un turbinare di sensazioni e di emozioni il cui unico senso è la consacrazione continua al Signore di tutte le cose: ripetuta, reiterata, rinnovata come per tema che il Signore “non abbia capito”. È brevissimo, dura dal gennaio 1946 al settembre 1947; in quel periodo Flannery studiava giornalismo ad Iowa City, nell’Heartland americano lontano dal Sud della sua Georgia. Lo interruppe quando si sentì pronta; non perfetta, ma pronta a vivere totalmente la propria vocazione. Da quel momento il suo diario di preghiera furono i romanzi e i racconti scritti come se non potesse farne a meno fino al giorno in cui mori, a 39 anni. «Se mai riuscirò a diventare una brava scrittrice non accadrà per il mio talento ma perché Dio mi ha fatto avere credito per quelle poche cose che Egli ha gentilmente scritto per me».