• IL RAPPORTO SVIMEZ

Il divario tra nord e sud colpisce la famiglia

L’analisi del Rapporto Svimez parla chiaro: nel Mezzogiorno un cittadino su due a rischio di povertà. Raddoppiate rispetto al 2010 le famiglie a rischio povertà ed esclusione sociale, a causa del livello di retribuzione troppo basso. Un fenomeno talmente esteso da aver dato vita ad una vera e propria categoria, quella dei “working poor”, i “lavoratori poveri”. 

Sebbene l’attuale crisi economica si possa definire globale, sia per la sua estensione geografica, sia per la pervasività con cui investe tutti gli aspetti del vivere quotidiano, tuttavia, l’enorme divario da sempre esistente tra Nord e Sud, presenta delle variazioni particolarmente drammatiche in Italia. Infatti, piuttosto sconfortante è il quadro che emerge dall’annuale rapporto Svimez 2018 (associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno) che evidenzia innanzitutto che il divario occupazionale tra Nord E Sud è di oltre 20 punti: per intenderci, simile a quello esistente tra Grecia e Germania e tra Turchia e Norvegia.

Un livello di disoccupazione, a Meridione, tre volte superiore a quello del Nord a cui si accompagna un rischio triplo di cadere in miseria, rispetto al resto della Penisola. In più le previsioni per il futuro, descritte dal Rapporto, non sono certo rosee: nel 2019 si dovrebbe registrare una crescita del Pil dell’appena 0.7 % a Sud, a fronte dell’ 1.2% per Nord e Centro. 

La riduzione delle risorse economiche, già drammatica nel presente (anche a causa degli scarsi investimenti pubblici, a livello nazionale ed europeo) sta portando, di pari passo, alla restrizione dei diritti primari. Uno dei diritti meno assicurati è proprio quello alla salute. Si pensi ai drammatici tagli nel settore della sanità pubblica in Puglia, dal 2015 ad oggi. Dal rapporto annuale della Corte dei conti al Parlamento, sulla gestione finanziaria dei servizi regionali, è emerso che, scandalosamente, i risparmi hanno riguardato solo il personale, mentre, al contrario, gli investimenti sulla sanità privata e i medicinali sono stati ingenti. Addirittura la Puglia, dopo la Lombardia e il Lazio, è la regione italiana con la spesa pubblica più alta per le cliniche private, con un costo, per ogni cittadino, pari a 385 euro, a fronte della media pro capite di 357 euro.

Di contro, i tagli sul personale sanitario registrano cifre importanti: 15.000 addetti in meno rispetto all’Emilia Romagna e 800 milioni in meno dal Fondo sanitario nazionale. Inoltre, sempre dal Rapporto della Corte dei conti emerge che, dal 2015 ad oggi, i tagli prodotti, hanno fatto diminuire sì il debito pubblico (sebbene si registri ancora un “buco” di 991 milioni da colmare) tuttavia gli sforzi effettuati, non hanno portato ad una più equilibrata ridistribuzione delle risorse, ma sono andati semplicemente ad arricchire i fornitori farmaceutici.

Una crisi che non si limita al settore sanitario, tuttavia, ma che colpisce ogni ambito e categoria ma, soprattutto le famiglie e i giovani.

Riguardo i giovani, il dramma della disoccupazione a sud si può comprendere solo dati alla mano: consultando il Rapporto Svimez, emerge che il lavoro per i giovanissimi (dai 15 ai 24 anni) è addirittura dimezzato rispetto al 1997 ed è invece in aumento per i lavoratori con più di 55 anni, tanto da far parlare di un preoccupante “divario generazionale”.

Talmente drammatico da registrare un vorticoso aumento della cosiddetta “fuga dei cervelli” che tende a lasciare disabitate intere zone del Meridione dove si registrano 2 milioni in meno di residenti, un quinto dei quali laureati, fuggiti all’estero nel disperato tentativo di trovare lavoro.

Non se la cavano meglio le famiglie: raddoppiate, rispetto al 2010, quelle a rischio di povertà ed esclusione sociale, a causa del livello di retribuzione troppo basso. Un fenomeno talmente esteso da aver dato vita ad una vera e propria categoria, quella dei “working poor”, i “lavoratori poveri”. Seppure in scala ridotta, il sud, anche dal punto di vista occupazionale, sembra lo specchio di ciò che sta accadendo nell’economia mondiale: con un aumento dell’occupazione precaria e del part-time forzato.

E di sicuro, nemmeno il lavoro femminile viene incentivato a causa dello scarso investimento che si registra nei servizi per l’infanzia: si calcola che ogni anno, a bari, Napoli, Palermo e Catania, il 20% dei potenziali allievi delle scuole materne, arriverà alle elementari senza aver frequentato l’asilo. 

Vogliamo tuttavia concludere la nostra analisi con una nota positiva ovvero la felice eccezione rappresentata dalla Calabria che, dal 2015 ad oggi, ha registrato un aumento della crescita economica, rispetto alle altre regioni del sud soprattutto, secondo i dati dello Svimez, nel campo dell’edilizia (+12% dal 2015 ad oggi) dovuto al finanziamento di opere pubbliche con i fondi provenienti dall’Europa, una ripresa che, per la Calabria ha riguardato anche l’agricoltura e l’industria.

Che l’Italia e i particolare, il Sud, dal punto di vista economico sia ancora in altomare, non c’è dubbio, ma vogliamo confidare nelle previsioni per il 2020 che dipingerebbero una situazione economica pre-crisi, per il nostro Paese. Solo il tempo ci rivelerà se si tratta di un realtà o di un miraggio.