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Il finto dibattito parlamentare sui caccia F-35

Approvata alla Camera una mozione assolutamente inutile, dopo un dibattito in cui non si sono affrontati i veri nodi: per la Difesa abbiamo bisogno di cacciabombardieri, ma gli F35 non sono la migliore scelta, né economica né strategica. E l'alternativa ce l'abbiamo in casa - i Typhoon - ma nessuno lo dice.

Un F35

Alla fine la montagna ha partorito un topolino, o per meglio dire la politica italiana non ha perso l’occasione per coprirsi di ridicolo dimostrando non solo di non sapere risolvere i problemi ma di non essere in grado neppure di dibatterli. Nonostante la grancassa mediatica, il dibattito alla Camera sull’acquisizione italiana dei cacciabombardieri F-35 Lightning, noto anche come Joint Strike Fighter, si è concluso con l’approvazione di una mozione della maggioranza (381 si contro 149 no) che salva forse il governo dalla spaccatura ma di fatto non influisce minimamente sull’impegno nazionale nel programma.

Non lo rafforza giustificandolo sul piano militare ed economico e non lo demolisce motivando le ragioni di un ripensamento sull’acquisto del velivolo più costoso della storia militare. La maggioranza si impegna quindi a “non procedere a nessuna fase di ulteriore acquisizione senza che il Parlamento si sia espresso nel merito”. Un esito insignificante perché gli ordinativi annuali di F-35 era già previsto venissero autorizzati dal Parlamento. Nel silenzio degli organismi militari e politici della Difesa finora abbiamo ordinato e pagato 6 velivoli più altri 8 in pre-ordine spendendo in totale quasi un miliardo di euro.

Il dibattito ha rappresentato quindi un’ulteriore occasione sprecata per approfondire la questione dei nuovi cacciabombardieri limitandosi a contrapporrei due approcci puramente ideologici e basati su falsità. Da un lato la sinistra pacifista contesta la spesa (oltre 14 miliardi di euro per acquisire 90 aerei) in quanto “militare”, sottolineando quanti asili o ospedali si potrebbero costruire con quel denaro. Un approccio da “pasdaran della pace” che sembra dimenticare che tra le funzioni di uno Stato non ci sono solo Scuola e Sanità ma anche la Difesa. Tema che dovrebbe stare a cuore a ogni “patriota” specie ora che il Mediterraneo si sta rivelando una delle aree più conflittuali del globo.

L’altra bugia, sostenuta dalla maggioranza di governo e dalle forze armate, recita che almeno 90 F-35 sono indispensabili per sostituire i 250 vecchi Tornado, Amx e Harrier in servizio. In realtà i jet di questi tre tipi da rimpiazzare sono oggi circa 130 e gli unici F-35 realmente indispensabili sono i 15 previsti per la Marina, come ha ricordato recentemente il sottosegretario alla Difesa, Roberta Pinotti. Si tratta di aerei della versione B a decollo corto e atterraggio verticale (stovl) destinati all’imbarco sulla portaerei Cavour che non può imbarcare velivoli diversi da questi.

Per i 75 velivoli F-35 destinati all’Aeronautica c’è invece un’alternativa e per di più è già in servizio: si chiama Eurofighter Typhoon. Prodotto europeo nel quale l’ìndustria italiana è protagonista, che non è solo un caccia ma anche un aereo da attacco. Compito per il quale viene impiegato dai britannici (che lo hanno usato in Libia) e dai tedeschi (Berlino infatti non acquisirà l’F-35) ma non dalla nostra Aeronautica che vuole giustificare così la necessità degli F-35. Invece di puntare sul nostro prodotto, concorrenziale con gli aerei americani, l’Italia rinuncia a parte dei Typhoon previsti (da 121 l’ordine è sceso a 96), non li impiega per le loro capacità di attacco e cerca di svendere i primi 24 esemplari sul mercato dell’usato. Uno spreco di cui nessuno (stranamente) parla per aerei con appena sette o otto anni di vita.

Nessuno in Parlamento discute del fatto che con l’F-35 ci metteremo tecnologicamente nelle mani degli Stati Uniti per i prossimi 50 anni. Rinunceremo alla capacità industriale e strategica acquisita con i programmi europei Tornado e Typhoon costati migliaia di miliardi di lire al contribuente e trasformeremo la nostra industria da progettatore, produttore ed esportatore di aerei da combattimento in sub contraente dell’americana Lockheed Martin. Inoltre gli Stati Uniti avranno il controllo diretto sui nostri F-35, aspetto potenzialmente pericoloso per la sovranità nazionale tenuto conto che gli interessi di Italia ed Europa non sembrano coincidere sempre con quelli di Washington. Un tema sul quale i politici dovrebbero invece dibattere considerato che della parola “Europa” si riempiono la bocca ogni giorno.

Nessun intervento alla Camera neppure sulla valutazione che i costi di gestione del nuovo aereo saranno più salati rispetto ai modelli oggi in servizio e insopportabili per gli scarni bilanci militari italiani. Come se comprassimo una Ferrari ma non avessimo i soldi neppure per fargli pieno e il bollo. I tedeschi, che spendono più del doppio degli italiani per la Difesa, avranno una flotta da combattimento su un solo tipo di aereo (160 Typhoon) con costi logistici molto inferiori all’Italia che avrà in linea circa 150 velivoli suddivisi tra Typhoon e F-35, molti dei quali destinati a restare negli hangar per carenza di fondi.

La difesa dei posti di lavoro connessi con la partecipazione italiana al programma F-35 rappresenta poi “l’ultima trincea” dei difensori del velivolo americano, il cui sviluppo procede a rilento, con evidenti carenze tecniche e con costi in continua crescita. Fino a pochi mesi or sono la Difesa parlava di 10 mila posti di lavoro in Italia ma oggi quel dato appare anacronistico anche ai fans del Joint Strike Fighter. Considerando anche le piccole medie imprese coinvolte si può ottimisticamente pensare a 2 mila maestranze impegnate, inclusi i 700 dipendenti di Alenia Aermacchi che opereranno nello stabilimento di Cameri, costruito ad hoc per produrre ali e assemblare i velivoli e costato allo Stato oltre 800 milioni di euro. Anche in questo caso non si tratta però di nuovi posti di lavoro ma di personale dirottato dalla linea produttiva del Typhoon a quella dell’F-35.

Insomma, argomenti seri dei quali discutere ce ne sarebbero tanti. Peccato che i parlamentari non li conoscano.