• RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI/17

Il flagello della peste, la ragione della preghiera

Di fronte al dolore e alla sofferenza, di fronte al mistero del male, a Renzo non rimane altro che rivolgersi a Dio. La preghiera è l’atteggiamento più ragionevole, diventa offerta perché Dio salvi ciò che ci ha donato.

Peste a Milano

Oltre alla carestia, verso la fine del 1629 inizia a imperversare nel milanese la pestilenza, introdotta dai lanzichenecchi che scendono nel lecchese. Già nel settembre del 1629 il medico Settala segnala casi di peste alle autorità, troppo prese dalla guerra di successione al Ducato di Mantova per prendere adeguati provvedimenti che arrestino il morbo. All’inizio le autorità non credono alla presenza della peste nel territorio di Milano. Così, dall’ottobre 1629 al marzo 1630 la pestilenza è ancora sotterranea, non conclamata. In pochi mesi, quando esploderà la pandemia, la città di Milano sarà ridotta da 130 mila abitanti a 66 mila unità. Più della metà della popolazione sarà sterminata.

La peste del 1629/1630, di tipo bubbonico, caratterizzata da evidenti tumescenze e letale al 50 per cento, se non curata, si distingue dalla peste nera, o di tipo polmonare, mortale al 99 per cento dei casi, se non curata (come l’esiziale peste nera descritta dal Boccaccio nel Decameron) e da quella setticemica, che non offre alcuna speranza di sopravvivenza. Il baccello della peste verrà individuato solo alla fine dell’Ottocento, quando nell’Europa Occidentale la peste è già definitivamente debellata grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, mentre in altri paesi del mondo essa mieterà ancora molte vittime (nell’epidemia del 1994 in India muoiono 11 milioni di persone).

La letteratura si è interessata a questo tipo di pandemia fin dai tempi più antichi, dallo storiografo greco Tucidide che la racconta ne La guerra nel Peloponneso al poeta latino Lucrezio che la descrive negli ultimi versi del De rerum natura. Ne I promessi sposi molti capitoli sono dedicati alle conseguenze della pestilenza sulla popolazione. Nel Seicento, in caso di peste bubbonica, si curano erroneamente e senza risultati i bubboni e le piaghe. Si adducono differenti ipotesi sulle ragioni della diffusione dell’epidemia, tra le quali senz’altro una delle più accreditate vede nell’aria il mezzo della diffusione del contagio. Ad un certo punto si dà credito alla voce che siano gli untori a spargerla ungendo le porte e le mura della città. Due uomini, il commissario di sanità Piazza e il barbiere Morra, vengono catturati, condannati a morte e giustiziati in modo orribile e atroce. Abbattuta la casa del Morra, sul luogo viene eretta una colonna a perenne memoria della presunta azione ignominiosa da lui perpetrata. Sotto alla colonna viene posta un’epigrafe, ancora conservata al Castello sforzesco, ove sono indicati con vanto e con dovizia di particolari i supplizi cui viene sottoposto. Nel Settecento, la colonna infame sarà, poi, distrutta. Manzoni racconta tutta la vicenda in maniera attendibile rifacendosi a documenti storici, ma nella quarantana (edizione de I promessi sposi del ’40) la espunge perché la ritiene una digressione troppo pesante e lunga.

Nell’edizione definitiva, tolta la storia della colonna infame, che diventerà, poi, un’opera a sé stante, Manzoni si sofferma su scene cittadine intense che destano la pietà umana. Per le vie della città imperversa il disordine. Ammalatisi, guariti dalla peste e, per questo, immuni da un nuovo contagio, i monatti portano gli ammalati al lazzaretto e i morti al cimitero. La Milano che Renzo incontra la seconda volta, quando vi si reca per ritrovare Lucia, non desta di certo l’impressione di paese della cuccagna come la prima volta, quando il montanaro ritrovò dei panini per terra.

Una scena commovente si presenta davanti a Renzo. Una madre «scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo». Lo scrittore lombardo si ispira per l’episodio ad una figura presente nel De pestilentia del Cardinale Federigo Borromeo. Questa madre ispira pietà non solo per il suo aspetto, ma anche per una bambina che porta al collo, sostenuta da un braccio, vestita di bianco come per una festa aspettata da tanto tempo. Sembra addormentata «se non che una manina bianca a guisa di cera» spenzola «da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo» posa «sull'omero della madre, con un abbandono più forte del sonno».

Mostrando un «insolito rispetto», un monatto le si fa incontro per deporre la bimba sul carro. La madre, però, gli consegna una borsa piena di monete perché permetta che sia lei ad accomodare la piccola di nove anni sul carro. Poi, esclama: «Promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così». Poi, la madre si rivolge per l’ultima volta alla piccina: «Addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri». E al monatto rivolge l’ultima richiesta: «Passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Rientrata in casa, la madre si sdraia sul letto insieme all’altra figlia, più piccola, ancora viva «coi segni della morte in volto». Rimane lì «a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro» non si muove. Quella sera, la morte, ovvero la «falce che pareggia tutte l'erbe del prato», sia «il fiore già rigoglioso sullo stelo» che «il fiorellino ancora in boccia», si porterà via tutte e due. Questa è una delle scene più struggenti di tutta la letteratura mondiale, raccontata da un Manzoni che ha sperimentato direttamente che cosa significhi perdere un figlio. La grande arte nasce sempre, oltre che da una memoria letteraria, anche dall’esperienza e dalla realtà.

Di fronte al dolore e alla sofferenza, di fronte al misterium iniquitatis (il mistero del male), a Renzo non rimane altro che rivolgersi a Dio: «O Signore! […] Esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!». La preghiera è l’atteggiamento più ragionevole, diventa offerta perché Colui che ci ha dato la vita salvi quanto di più caro abbiamo.