• TUTTI CONTRO TRUMP

Il giornalista collettivo perde il senso della realtà

I mass media sono ancora un pilastro della democrazia? Se prima delle ultime elezioni americane potevano ancora sembrarlo, con la campagna elettorale e la vittoria di Trump, il mondo dei media ha gettato la maschera e si è rivelato per quel che è: una fazione politica schierata con il blocco "laico" progressista. La realtà è la sua prima vittima.

"Il giornalismo onesto è morto"

Era ormai chiaro a tutti che la stampa è sempre meno un pilastro della democrazia. Prima però dell’elezione di Donald Trump, e di tutto ciò che ne è seguito, poteva sembrare che tale sua (vera o presunta) originaria funzione fosse soltanto indebolita. Adesso invece la sua scomparsa dalla scena è divenuta lampante. Ci sono rivoli, noi compresi, che continuano a percorrere altre vie, ma è chiaro che il grosso del circuito massmediatico ha fatto un’incondizionata scelta di campo a favore  del blocco “laico” progressista. E’ insomma stabilmente e strutturalmente schierato da una parte. Potenti energie materiali e culturali stanno alla base di tale situazione, frutto della sorprendente alleanza tra l’alta dirigenza delle nuove multinazionali dell’alta tecnologia, i protagonisti multimiliardari della grande finanza mondiale e il nuovo proletariato dell’era della telematica. Al di là dei loro interessi (ovviamente lontani e spesso opposti), lo stesso relativismo, lo stesso individualismo radicale e la stessa fede in un ambientalismo astratto e anti-umano sono la comune… religione di Stato di questi ambienti. E’ un’egemonia da cui ci si può liberare solo con un forte impegno personale e comunitario,

Tornando a Trump, e fermo restando che il nuovo presidente americano non è il diavolo ma non è nemmeno Dio, la coralità della campagna di delegittimazione su scala planetaria di cui è oggetto risulta davvero impressionante. La campagna nasce e si sviluppa ovviamente negli Stati Uniti. Poi però, tramite i corrispondenti esteri di stanza a Washington e a New York, si propaga nel resto del mondo con l’attivo appoggio di quei maggiori giornali e telegiornali che nei vari  Paesi sono legati a filo doppio con i grandi media americani cosiddetti liberal. Il legame privilegiato del Corriere della Sera con il New York Times non è infatti un’eccezione. In base a rapporti sviluppati soprattutto nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con l’attivo sostegno del governo federale americano,  il New York Times, il Washington Post e così via sono divenuti il punto di riferimento di importanti quotidiani che di regola hanno un ruolo di primo piano nei Paesi in cui vengono pubblicati. E lo stesso vale analogamente per i grandi telegiornali. Si pensi al caso dei Tg della Rai e alla linea dell’attuale capo dell’ufficio di corrispondenza da New York, Giovanna Botteri, ma a quella di tutti coloro che in tale incarico l’hanno preceduta. Esiste insomma una specie di “internazionale” della stampa, nata con la Guerra fredda ai tempi del presidenza Truman, che dura ancora adesso mantenendo la sua originale impronta filo-democratica.  E’ questa “internazionale” che si schierò pancia a terra per Hillary Clinton e che ora riecheggia nel resto del mondo sviluppato la campagna di delegittimazione di Trump, pronta se necessario anche a mettere in forse il principio del suffragio universale, ovvero la base della democrazia moderna.

Sorprendente però è pure il fatto che Trump - certo di avere ciononostante dalla sua la maggioranza dell’opinione pubblica – di tutto ciò non si preoccupa affatto. Trump, vale la pena di ricordarlo, non è soltanto un grande imprenditore immobiliare. Per molti anni è stato pure il conduttore di grande successo di una trasmissione televisiva, The Apprentice, di cui tra l’altro è tuttora proprietario. Si deve ritenere che da tale esperienza abbia dedotto la convinzione, sin qui confermata dai fatti, di una sua capacità di usare della tv e dei media in genere anche per così dire: contro vento.  Facciamo il caso dei due principali cavalli di battaglia della campagna contro di lui: il “muro” col Messico e la sua politica in tema di immigrazione. Il “muro”, in realtà un alto sbarramento metallico, è già stato costruito per oltre mille chilometri negli anni della presidenza Clinton; Trump intende solo prolungarlo. L’ingresso negli Usa da alcuni Paesi del Levante e dell’Africa non è stato bloccato per sempre bensì sospeso in via temporanea, e d’altra parte non da oggi l’immigrazione negli Stati Uniti è soggetta a rigorosi controlli.

Eppure Trump non replica. Sembra quasi ben contento che giri l’idea che sia lui il padre del muro col Messico, e che i suoi decreti abbiano totalmente e definitivamente bloccato l’immigrazione dai Paesi da cui è stata invece solo temporaneamente sospesa per 90 o 120 giorni. Valuta evidentemente che ciò gli faccia gioco. Al di là di ogni altra considerazione siamo ci fronte a una paradossale e preoccupante prossimità tra le élites progressiste che dominano l’ordine costituito mediatico da un lato e dall’altro i nuovi leader popolari (non populisti) di cui Trump è il campione. Sia pure per differenti motivi, la verità delle cose non sembra interessare più né agli né agli altri.