• ECO-CATASTROFISMO

Il Nobel a Greta? Ormai si crede all'apocalisse verde

Certo che daranno il Premio Nobel per la Pace a Greta Thunberg. Tutto è pronto da tempo, da quando il global warming o, per chi è diventato cauto nell’usare questa espressione sapendo di poter incorrere in smentite, i cambiamenti climatici di origine antropica sono stati dichiarati una delle maggiori cause di insicurezza e povertà

Il poster di Greta nella manifestazione di Roma

Certo che daranno il Premio Nobel per la Pace a Greta Thunberg. Tutto è pronto da tempo, da quando il global warming o, per chi è diventato cauto nell’usare questa espressione sapendo di poter incorrere in smentite, i cambiamenti climatici di origine antropica sono stati dichiarati una delle maggiori cause di insicurezza e povertà, se non la principale.

Invano ricercatori autorevoli, di fama mondiale, come, per limitarci all’Italia, il professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984, e il professor Franco Battaglia, docente di chimica, da anni smontano le teorie ecocatastrofiste, dimostrano con dati e fatti che i cambiamenti climatici sono una costante nella storia del pianeta Terra così come il variare delle temperature, che i fattori antropici non sono determinanti, che il numero e l’intensità dei fenomeni atmosferici estremi non sono aumentati, al contrario.   

Global warming e cambiamenti climatici di origine antropica sono i fondamenti irrinunciabili dell’ideologia ambientalista che, come altre ideologie, mira a demonizzare e demolire la civiltà cristiana occidentale accusandola di condannare la Terra a diventare presto una roccia arida, sterile e rovente a causa del modello di sviluppo che ha “imposto” al pianeta. Global warming e cambiamenti climatici antropici esistono e hanno un impatto distruttivo e destabilizzante – asseriscono i cosiddetti ecocatastrofisti, nonostante che la comunità scientifica sia tutt’altro che unanime in merito – provocano inaridimento dei terreni, innalzamento dei livelli delle acque e frequenti, sempre più estreme calamità naturali, quali siccità, inondazioni, uragani, frane, che lasciano chi le subisce con risorse insufficienti o privo del tutto di mezzi di sussistenza. Nel primo caso comunità prima in buoni rapporti tra loro diventano ostili, in concorrenza per l’accesso alle risorse divenute scarse, insorgono i conflitti e si moltiplicano. Nel secondo caso, senza speranza di sopravvivere, inizia l’esodo verso la salvezza, verso territori rimasti indenni i cui abitanti però vivono con apprensione i flussi migratori: e di nuovo è guerra, con i nuovi arrivati che cercano spazio e modo per vivere e le comunità locali che reagiscono con atti di chiusura e intolleranza.  

Sono esodi e guerre di innocenti, oltre che di poveri, perché, come spiega ad esempio la “Risoluzione del Parlamento europeo sulle donne, le pari opportunità e la giustizia climatica” del 16 gennaio 2018, “i cambiamenti climatici si verificano a livello globale, ma hanno un maggiore impatto distruttivo sui paesi e sulle comunità meno responsabili del riscaldamento globale”. Sono loro a subire le conseguenze catastrofiche delle altrui “scelte in materia di sviluppo, industria e modello energetico”, scriveva l’attivista Salvatore Altiero su Il fatto quotidiano il 7 marzo 2018 aggiungendo, in un paragrafo intitolato “Perseguitati climatici” che ormai i profughi “ambientali”, in fuga per effetto dei cambiamenti climatici, sono di gran lunga la maggioranza.   

Gli “eco profughi” sarebbero già più di 157 milioni dal 2008 a oggi. Soltanto nell’Asia del Sud oltre 600 milioni di persone rischierebbero di essere obbligate a lasciare casa temporaneamente o definitivamente. Le previsioni per il futuro prossimo, poi, sono apocalittiche. È un crescendo di dati sempre più allarmanti. La Convenzione sulla lotta contro la desertificazione calcola 135 milioni di sfollati entro il 2045. L’Internal Displacement Monitoring Centre, istituto norvegese di monitoraggio dei profughi interni, stima che entro il 2050 i rifugiati ambientali saranno 250 milioni con un successivo incremento annuo di sei milioni. Già adesso, sostiene il centro, intere popolazioni hanno il 60% di probabilità in più rispetto al 1975 di essere forzate a spostarsi. L’Unep, Programma Onu sull’ambiente, prevede nel 2060 50 milioni di profughi climatici nel solo continente africano. Secondo Christian Aid gli sfollati ambientali nel 2050 saranno addirittura un miliardo.

Come proteggere questo nuovo tipo di rifugiati è l’interrogativo del momento per coloro che lavorano nell’ambito dell’assistenza umanitaria perché – dicono – la Convenzione di Ginevra sui rifugiati finora non è stata emendata per includere questa nuova categoria di “perseguitati” che quindi non hanno ancora un riconoscimento giuridico (problema risolto in Italia concedendo loro il permesso di soggiorno per motivi umanitari che però la legge Sicurezza introdotta a fine 2018 ha soppresso). Su chi dovrà provvedere a questa massa di “rifugiati”, enorme e in continuo aumento, posto che i calcoli e le proiezioni siano attendibili, non ci sono dubbi. Devono farsene carico i paesi industrializzati perché ne hanno i mezzi, ma soprattutto perché sono le loro “scelte in materia di sviluppo, industria e modello energetico” a causare i cambiamenti climatici e quindi è loro dovere morale rimediare.

Molte delle crisi ambientali sono ormai irreparabili o molto prossime a esserlo. Un rapporto dell’Onu nel 2018 indicava in 343 i conflitti già in corso per il controllo delle risorse idriche, l’oro blu. La Banca Mondiale fa salire a 507 i conflitti legati al controllo dell’acqua. “Nel XX secolo le guerre sono state combattute per il petrolio, nel XXI secolo lo saranno per l’acqua”, “Oro blu, inizia l’epoca della Guerra per l’acqua”. basta digitare “oro blu” sul web e compaiono migliaia di titoli del genere (senza pensare che l’accesso all’acqua è stato il primo motivo di conflitto, fin dalle origini dell’umanità).

Alcuni studiosi, tra cui quelli del think tank Adelphi, arrivano più in generale alla conclusione che i cambiamenti climatici, esasperando la corsa alle risorse naturali, creano le condizioni ideali per la proliferazione di gruppi terroristici e criminali. Chi patisce fame e povertà più facilmente cede alla loro retorica violenta e alle prospettive economiche che offrono. Uno studio di Adelphi, commissionato dal governo tedesco, porta a esempio la guerra civile in Siria, scoppiata dopo molti anni di siccità, l’Isis e al-Nusra in guerra per accaparrarsi petrolio, armi, droghe e reperti archeologici, i jihadisti Boko Haram e le bande armate Fulani, in Nigeria, che anche per Amnesty International dilagano a causa dei cambiamenti climatici che hanno determinato il deterioramento delle condizioni ambientali nel nord del paese e nella regione del lago Ciad.

Probabilmente Greta Thunberg quindi avrà il suo Premio Nobel. Qualcuno forse ricorderà che nel 2007 l’Onu ha avvisato il mondo che rimanevano solo otto anni per evitare un catastrofico aumento di due gradi della temperatura. Nel 2009 ci dissero che ne restavano solo quattro. Non tutti però concordavano. Secondo i Verdi canadesi era questione addirittura di ore, di giorni, 50 per l’esattezza, secondo l’allora premier britannico Gordon Brown, di 96 mesi secondo il principe Carlo. Nel 1989 il tempo utile per evitare che gli Stati Uniti fossero spazzati via dall’innalzamento dei mari dovuto al global warming erano dieci anni. È dunque con sollievo che nel 2018 abbiamo appreso dagli scienziati dell’IPCC, International Panel On Climate Change, che da oggi in poi abbiamo ben 12 anni per salvare il pianeta e fermare il global warming.