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Il Parlamento Europeo processa l'Ungheria di Orban

Ieri il Parlamento Europeo ha approvato, contro il governo ungherese di Viktor Orban, l'attivazione dell'articolo 7 (che prevede sanzioni), sulla base del rapporto Sargentini, deputata olandese dei Verdi, che lo accusa di violare le regole democratiche. Un po' un processo alle intenzioni, su cui la maggioranza italiana (Lega e M5S) si è divisa.

Il voto di ieri al Parlamento Europeo

L’Ungheria subirà, probabilmente, le prime sanzioni dell’Ue. Ieri il Parlamento Europeo era chiamato ad esprimersi sul rapporto presentato da Judith Sargentini, europarlamentare olandese dei Verdi: un documento fortemente critico nei confronti del governo di Viktor Orban, accusato di violare le regole democratiche e lo Stato di diritto. Il testo è stato approvato con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti.

Il voto favorevole ha messo in moto l'iter per l'applicazione dell'articolo 7 del Trattato di Lisbona, che prevede una serie di sanzioni per i paesi che non rispettano i valori fondanti dell'Unione. L’articolo consta di due parti, che prevedono procedure diverse, l’articolo 7.1 e il 7.2. Quest’ultima parte prevede le sanzioni più gravi, tra cui anche la sospensione del diritto di voto nelle sedi europee. Si tratta comunque di un’ipotesi remota: per essere applicata, la sanzione deve essere approvata da tutti gli altri 27 membri del Consiglio europeo. L’articolo di cui il Parlamento ha chiesto l’applicazione è il 7.1: in caso di presenza di “grave rischio” di violazione dei valori Ue, è previsto il varo di misure preventive da parte del Consiglio Europeo che devono essere approvate dai 4/5 degli Stati membri. Ora la parola passa dunque al Consiglio Europeo, cioè ai governi.

Le violazioni contestate sono tante. In primo luogo, sono contestati abusi sui migranti: detenzione obbligatoria di tutti i richiedenti asilo, compresi i minori, per l'intera durata della procedura di asilo. Restrizioni sulla libertà di stampa: le nuove leggi sui media, secondo il rapporto Sargentini, limitano libertà di opinione ed espressione e non garantiscono una stampa priva di censura. Si contestano corruzione e conflitto di interessi: in particolar modo il caso è sorto su 35 contratti per l’illuminazione delle città, stipulati fra il 2016 e il 2017 da una società all’epoca controllata dal genero di Orban. Viene denunciata una scarsa tutela della privacy: leggi troppo permissive sulle intercettazioni renderebbero possibile una sorveglianza telefonica a tappeto (in Italia ne sappiamo qualcosa, comunque).

Il “grave rischio di violazione dei valori” più celebre mediaticamente è la “guerra alle Ong”: la Commissione Ue ha avviato una procedura d'infrazione contro i requisiti più stringenti per le organizzazioni che ricevono finanziamenti dall'estero. Secondo la Commissione, potrebbe violare il principio della libera circolazione di capitali. Più celebre ancora il sospetto di violazione della libertà accademica: una nuova legge pone limiti più stringenti alle università dell’Ue e di paesi terzi. Si parla soprattutto di Ong, di migranti e di libertà accademica, sia in Ungheria che all’estero, perché sono i campi in cui è direttamente coinvolto il magnate ungherese George Soros. Sue sono le Ong più attive per il soccorso degli immigrati ed è finanziata dalla sua fondazione la Central European University, che verrebbe penalizzata (ma non chiusa) dalle nuove norme. Da questo punto di vista, si combatte una sorta di guerra civile ungherese, fra Soros e Orban, entrambi ex dissidenti anti-comunisti, ora divisi dall'opposta visione sul futuro del paese.

L’accusa più grave riguarda l’indipendenza della magistratura: la Costituzione ungherese, una volta riformata, ha dato facoltà all'Ufficio governativo dei giudici di spostare a piacimento giudici e processi. Si contesta anche la restrizione del diritto di sciopero, soprattutto dopo la riforma della tutela del lavoro (“legge sugli scioperi”) del 2010. Però si trovano anche accuse puramente di costume. Nel senso letterale del termine, come la contestazione di “atteggiamenti stereotipati patriarcali”. Cioè: dichiarazioni sessiste sul ruolo della donna nella società da parte di politici ungheresi.

Tuttavia, il rapporto Sargentini, così come il dibattito che si è svolto ieri nel Parlamento Europeo, è parso più un processo alle intenzioni. Si contestano potenziali violazioni dello Stato di diritto, (il "grave rischio" di violazioni). Le misure eventualmente adottate saranno di carattere preventivo. Il rapporto può essere un buon manifesto scritto da europarlamentari europei ad uso e consumo dell’opposizione di sinistra ungherese. Fino a che punto l’Ue può dunque sostituirsi a un governo nazionale democraticamente eletto? “Mi sembra, signor Verhofstadt – ha ironizzato ieri il premier Orban sull’arringa del leader dei Liberaldemocratici europei – che lei stia odiando noi conservatori cristiani molto più di quanto ami l’Europa”.

Nel difendersi dalla grandinata di accuse piovute sul suo governo, il premier ungherese ha portato i dati sulle inchieste anti-corruzione nel suo paese, più numerose rispetto alla media Ue e, per quanto riguarda le norme sulla libertà accademica, ha accusato i suoi accusatori di usare un “doppio standard”, citando l’esempio della Baviera che, in merito, ha norme più restrittive sulle università straniere rispetto alle nuove leggi ungheresi. Rispondendo all’obiezione di aver politicizzato la questione dell’immigrazione, con il suo incontro a Milano con il ministro Matteo Salvini, Orban ha dichiarato: “L’unica cosa che importa è l’intenzione di proteggere i confini dell’Europa, che sono confini comuni. Voglio dire chiaramente che coopererò sempre, con tutti i governi, a prescindere dalla loro composizione partitica, al fine di proteggere assieme le frontiere europee”.

Quel che Orban ha contestato, da ex dissidente ai tempi del comunismo, è soprattutto l’atteggiamento degli accusatori: “Un parlamentare europeo, probabilmente britannico, ha detto che i commissari politici comunisti erano soliti parlare al loro popolo con gli stessi toni con cui alcuni stanno parlando a noi, o a me personalmente. E questo lo posso confermare. In effetti, ai tempi del comunismo, ci parlavano così, con lo stesso stile in cui, alcuni, oggi, indulgono: fare prediche, minacciare e considerare incivile l’avversario era il modo di argomentare dei comunisti. Anche se oggi non viviamo in Unione Sovietica, ma nel Parlamento Europeo”.

Adesso, dal Parlamento Europeo, la palla passa al Consiglio Europeo. E qui inizia il problema anche per il governo italiano, perché, delle sue due componenti, il Movimento 5 Stelle ha votato a favore delle sanzioni e la Lega contro. In sede del Consiglio, il governo Conte dovrà però parlare con una sola voce. Quale delle due?