• UNA LETTURA DEL DISCORSO DEL PAPA

Il peccato è peccato sempre, non cambia col tempo

Il notiziario di radio Vaticana dell'11 maggio riporta un'omelia di Bergoglio incentrata su questo concetto: che la fede e la morale vengono comprese "sempre più in cammino". Recita il notiziario:

"Questo cammino è per capire, per approfondire la persona di Gesù, per approfondire la fede e anche per capire la morale, i Comandamenti. E una cosa che un tempo sembrava normale, che non era peccato, oggi è peccato mortale: pensiamo alla schiavitù: quando andavamo a scuola ci raccontavano cosa facevano con gli schiavi, li portavano da un posto, li vendevano in un altro, in America Latina si vendevano, si compravano … E’ peccato mortale. Oggi diciamo questo. Lì si diceva: ‘No’. Anzi, alcuni dicevano che si poteva fare questo, perché questa gente non aveva anima! Ma si doveva andare avanti per capire meglio la fede, per capire meglio la morale. ‘Ah, Padre, grazie a Dio che oggi non ci sono schiavi!’. Ce ne sono di più! ... ma almeno sappiamo che è peccato mortale. Siamo andati avanti… ”.

Devo ammettere che nel leggere simili affermazioni ho avuto un senso di sgomento. Perchè non sembra possibile che un cattolico, non dico il pontefice, possa fare simili affermazioni. Partiamo anzitutto da una premessa: che parli di storia, di ambiente, di clima, di politica, delle sue idee personali, nessun pontefice gode dell'infallibilità. L'idea che il pontefice sia sempre infallibile non appartiene nè alla Chiesa nè al Vangelo, visto che Pietro tradisce Gesù, viene apostrofato con un poco gentile "Vade retro Satana", viene corretto da Paolo...

Pietro è il custode della Fede, colui che deve trasmettere il depositum fidei, sul quale non ha alcun potere. "Vi ho trasmesso, diceva san Paolo, ciò che anche io ho ricevuto". Tutta la teologia cattolica ricorda che ogni potere, da quello del padre di famiglia, a quello del re, a quello del papa, deriva da Dio, anche nel senso che non è mai assoluto, ma sempre relativo. Nelle vecchie spiegazioni del catechismo, commentando il IV comandamento si leggevano frasi del genere: "bisogna onorare il padre e la madre, e obbedire a loro, salvo quando ordinino qualcosa contro la legge di Dio, ad esempio di rubare. Lo stesso nei riguardi dello Stato e degli uomini di Chiesa, papa compreso".

Detto questo, vediamo di analizzare il discorso di Bergoglio da un punto di vista storico, chiedendoci anzitutto: la Chiesa ha mai davvero difeso la schiavitù, ed ha mai sostenuto che gli schiavi "non hanno anima", come sembra di evincere dal discorso, confuso, di Francesco?

La risposta è secca: no. Non abbiamo un solo documento della Chiesa di alcun genere, in duemila anni di storia, in cui si sostiene che esistano uomini senz' anima. Tantomeno che giustifichino la schiavitù con simili argomentazioni. E' uscito, recentemente, nel 2016, un testo a cura di Roberto Reggi e Filippo Zanini, per le edizioni dehoniane, in cui vengono raccolti tutti i documenti e le dichiarazioni sulla schiavitù della tradizione cristiana. Nel testo, intitolato "La Chiesa e gli schiavi", si parte dalla celebre lettera a Filemone di san Paolo e dal suo Non esiste più nè giudeo nè greco, nè schiavo nè libero , per proseguire con passi di papa Clemente e di Ignazio di Antiochia, del I secolo dopo Cristo, della Didachè, del II secolo ecc…

Ebbene, in nessuno di essi traspare mai il menchè minimo dubbio: gli schiavi hanno l’anima, come tutti gli altri uomini; sono stati redenti dal sangue di Cristo, e per loro, lo scrive già Clemente, quarto papa, si può arrivare a straordinarie opere di carità. Scrive infatti Clemente, in una lettera ai Corinzi: “Sappiamo che molti tra noi si offrirono alle catene per liberare gli altri; molti si offrirono alla schiavitù e con il prezzo ricavato davano da mangiare agli altri".

Si dirà: ma se è vero che nessun padre della Chiesa, nessun papa, nessun concilio ha mai negato l’anima agli schiavi, qualcuno lo ha fatto. Certamente, ma sempre rifacendosi ad altre tradizioni e religioni, non certo alla fede e alla tradizione cattolica. E' celeberrimo lo scontro tra il frate Bartolomeo de las Casas, che la Chiesa volle vescovo, e Juan Ginès de Sepùlveda, negli anni seguenti alla scoperta delle Americhe: era quest’ultimo, chiamando in suo sostengno l’autorità di Aristotele, cioè di un pagano, ad affermare la giustezza della schiavitù per i popoli barbari, mentre il domenicano, appoggiato dai confratelli e da illustri cardinali, lottava per il riconoscimento della dignità degli indios (Marianne Mahn Lot, Bartolomeo de Las Casas e i diritti degli indiani, Jaka Book, Milano, 1985).

Se torniamo ai primi secoli, durante i quali la schiavitù era diffusa perchè legittima secondo il diritto romano, troviamo l’attività di sant’Agostino, che in Africa lotta perchè gli schiavi non vengano maltrattati, perchè possano sposarsi, e si adopera per favorirne l’emancipazione. In una sua lettera testimonia di una ragazza rapita ai suoi genitori, fatta schiava e riscattata dalla Chiesa, mentre in un altro sermone ci tramanda il cerimoniale di affrancamento, reso più facile dall’imperatore Costantino: “Tu vuoi affrancare il tuo schiavo. Conducilo per mano in chiesa. Si fa silenzio. Viene letto il tuo atto di affrancamento oppure tu esprimi la tua intenzione in altro modo. Tu affermi di dare la libertà perché si è dimostrato fedele in tutto nei tuoi confronti. Egli poi straccia l’atto d’acquisto” (Adalbert G. Hamman, La vita quotidiana nell’Africa di Sant’Agostino, Jaka Book, Milano, 1989).

Se dall’Africa ci spostiamo in Italia, ecco il grande Ambrogio che all’indomani della sconfitta di Adrianopoli (9 agosto 378), “per venire in aiuto ai numerosi prigionieri caduti nelle mani del nemico e procurarsi le somme ingenti necessarie per riscattarli (dalla schiavitù certa, o dalla morte, ndr)…per raggiungere lo scopo non esitò a spezzare i vasi sacri e a vendere il metallo prezioso così ricavato”, esattamente come previsto dai Concili Aghatense e Matisconense (Cesare Pasini, Ambrogio di Milano, San Paolo, 1996, Milano).

E' oggi opinione comune degli storici e degli storici del diritto che già la Chiesa dei primi secoli abbia combattuto contro i maltrattamenti verso gli schiavi, non proclamando improvvise sommosse o rivoluzioni sociali, neppure arrivando sempre subito ad un'idea piena di libertà, ma aprendo sin dal principio a loro le chiese, l’accesso al battesimo, al matrimonio e allo stesso papato (sono almeno due gli schiavi divenuti papi, San Pio I, del II sec. e san Callisto, del III) e imponendo così gradualmente la libertà spirituale e quella fisica come un valore che non è ancora oggi proprio di tutte le civiltà nè di tutte le religioni (si vedano Harold J. Barman, in Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale, Il Mulino, Bologna, 2006).

Ciò avvenne anche attraverso la lotta contro i giochi gladiatorii, la condanna delle atroci pene per gli schiavi (vedi crocifissione), e la lotta contro l‘esposizione dei neonati, destinati ad alimentare la schiavitù quando le guerre non bastavano (J. Andreau, R. Descat, Gli schiavi nel mondo greco e romano, Il Mulino, Bologna, 2006).

Si potrebbe continuare a lungo, ma preme soltanto concludere affrontando un punto essenziale: la Chiesa nel suo cammino capisce meglio la morale e i comandamenti, come sostiene Francesco? Bisogna vedere cosa ciò significa.

Certamente ogni epoca ha la sua sensibilità; certamente nella storia gli uomini di Chiesa hanno posto l’accento più su un aspetto o più sull’altro, ma la sostanza del discorso morale non è affatto mutata. Ciò che era peccato mortale ieri, lo è anche oggi. L’aborto, condannato già nei primi secoli, lo è tutt’oggi; ogni forma di suicidio volontario è sempre stata considerata un male dalla Chiesa, da duemila anni in qua; così, per concludere, l’adulterio.

Esso è un peccato sia nel Nuovo Testamento, sia in tutti i documenti della Chiesa sino a Benedetto XVI. E' vero che oggi illustri cardinali, da Kasper a Marx, da Coccopalmerio a Farrell, vogliono far passare, appoggiandosi alle ambiguità evidenti e volute di Amoris laetitia, una nuova lettura dell’adulterio stesso; ma è anche vero che non solo i cardinali dei Dubia, ma anche migliaia di sacerdoti e milioni di fedeli trovano questo insegnamento scandaloso e sacrilego.

Perchè nel Vangelo è detto chiaramente che "passeranno i cieli e la terra“ ma non muterà uno iota della legge di Dio. Ciò che era vero in passato, lo è anche nel presente: questa è una certezza assoluta per un cattolico, che crede che Dio non possa cambiar parere, e non possa ingannare il suo popolo, insegnando oggi qualcosa di diverso da ciò che ha insegnato ieri. Sì, la Chiesa è in cammino, può capire sempre più a fondo alcune verità, ma comprendere di più, esplicitare ciò che era implicito, non significa mai negare o stravolgere o capovolgere. Nella storia della Chiesa i papi non hanno mai innovato, e quando hanno proclamato nuovi dogmi, come l’Immacolata Concezione, ne hanno sempre cercato le radici nel Vangelo, nei Padri e nella Tradizione della Chiesa. Mentre quando un padre Antonio Spadaro ha cercato di trovare in un Padre della Chiesa una giustificazione alle sue convinzioni, si è rivelato solamente incapace di comprendere il testo latino addotto erroneamente a suo sostegno.

Infine, è falso dire che, poichè qualcosa che non era dichiarato peccato un tempo, lo è stato poi (esempio, errato, della schiavitù), così qualcosa che era peccato ostativo rispetto all'Eucaristia ieri (l'adulterio), non lo è più oggi: infatti comprendere l'esistenza di un nuovo peccato mortale è davvero comprendere meglio (comprendere meglio la gravità di un atto di cui non era chiara la gravità), mentre negare che ciò che è sempre stato esplicitamente peccato lo sia ancora, è stravolgere completamente, negare in toto, la comprensione precedente. E' affermare non che si è compreso meglio, ma che prima si era compreso il contrario della verità. Nello stesso senso, l'espresione di Francesco, "in cammino“ non può significare, per la Chiesa, negare il cammino precedente, per ricominciare, ma solo proseguire un cammino bimillenario.