• OTTOCENTO DA RISCOPRIRE/22

Il poeta è come un bambino, stupito per la realtà

Pubblicato nel 1897 e rivisitato successivamente nel 1907 sulla scia della lettura dello psicologo James Sully, autore di saggi sull’infanzia, Il fanciullino di Pascoli descrive la capacità di stupore infantile. L’infanzia è il momento essenziale per la vita dell’uomo, perché il bambino è dotato di spontaneità e di ingenuità, di meraviglia e di stupore. Essere bambino significa entrare in contatto con la realtà come se la vedessimo per la prima volta.

Pascoli afferma che questa capacità di stupore così viva nel bambino rimane presente anche nell’adulto, anche se sopita e quasi dimenticata: «È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […], ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello». 

Il professore, l’avvocato, chi esercita una professione spesso si dimentica dell’animo infantile che faceva sentire la sua voce da bambino: «Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell'officina piena di fracasso e senza sole. Ma in tutti è, voglio credere».

L’unico che è cosciente del fanciullino e che fa sentire la sua voce è l’artista, il poeta, che guarda la realtà con occhi stupiti, che conserva la semplicità e l’umiltà, che scopre sempre come se fosse la prima volta che vive un’esperienza, al contrario dell’adulto che spesso ha negli occhi la scontatezza e il senso dell’abitudinarietà.

La poetica del fanciullino richiama quella della doppia visione di Leopardi, formulata il 30 novembre 1828: «All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione». 

Per Pascoli il fanciullino «è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva. Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella (oh! Il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve), accarezza e consola la bambina che è nella donna». 

Il fanciullo guarda la realtà con uno sguardo ingenuo, non malizioso. Non vuole possedere quello che incontra, ma rimane come estasiato, attonito, colpito per la realtà che c’è.

Il fanciullino è un nuovo Adamo che mette il nome alle cose, chiede il perché di tutto perché vuole sapere le ragioni di ciò che accade: «Che cos’è questo oggetto? Come si chiama? A che cosa serve?». La conoscenza avviene attraverso la creazione di un legame con l’oggetto incontrato fino al desiderio di comprendere il suo fine e la sua utilità. Senza questo stupore tutto diventa inutile e insignificante. Per questo si può correttamente affermare che solo lo stupore conosce.

Con il suo sguardo e le sue parole il fanciullino illumina la realtà perché si veda meglio, a differenza di quei retori che a volte si avvalgono del linguaggio dei bambini in modo artificioso da «uomini scaltriti» e così abbagliano gli occhi: «Anch'essi, gli oratori, ingrandiscono e impiccioliscono ciò che loro piaccia, e adoperano, quando loro piace, una parola che dipinga invece di un'altra che indichi. Ma la differenza è che essi fanno ciò appunto quando loro piace e di quello che loro piaccia. Tu no, fanciullo: tu dici sempre quello che vedi come lo vedi. Essi lo fanno a malizia!». 

Invece «il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade, ma è persuaso».

L’uomo contemporaneo conosce un maggior numero di particolari della realtà rispetto agli antichi, ma ha perso la capacità di stupirsi. Il poeta trova ispirazione in ciò che lo circonda, non deve sforzarsi per trovarla altrove perché non la trova in quanto nella realtà che ha attorno. 

«La poesia, non ad altro intonata che a poesia, è quella che migliora e rigenera l'umanità, escludendone, non di proposito il male, ma naturalmente l'impoetico. Ora si trova a mano a mano che impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l'estetica proclama brutto». 

Il poeta, se è veramente tale, ispira sempre «buoni costumi, d’amor patrio e familiare e umano». Eppure, il poeta non scrive versi per con quell’obiettivo, di ispirare buoni costumi o amor patrio. «Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra».

Qual è la condizione dell’Italia contemporanea a Pascoli? «In Italia noi siamo vittime della storia letteraria! Per vero, né in Italia soltanto, mi pare che delle lettere si sia ingenerato un concetto falso. Le lettere sono gli strumenti delle idee, e le idee fanno di sé tanti gruppi che si chiamano scienze. […] Ma noi italiani siamo, in fondo, troppo seri e furbi, per essere poeti. Noi imitiamo troppo. E sì, che studiando si deve imparare a far diverso, non lo stesso. Ma noi vogliamo far lo stesso e dare a credere o darci a credere di fare meglio».

Ci piace concludere con la poesia intitolata «Il fanciullo», posta a termine del saggio su «Il fanciullino»: «Il nome? Il nome? L'anima io semino,/ ciò ch'è di bianco dentro il nocciolo,/ che in terra si perde,/ ma nasce il bell'albero verde./ Non lauro e bronzo voglio; ma vivere;/ e vita è il sangue, fiume che fluttua/senz'altro rumore,/ che un battito, appena, del cuore./ Nei cuori, io voglio, resti un mio palpito,/  senz'altro vanto che qual d'un brivido/  che trema su l'acque,/ fa il sasso che in fondo vi giacque./ Nell'aria, io voglio, resti un mio gemito:/ se l'assiuolo geme voglio essere/ tra i salci del rio/  anch'io, nelle tenebre, anch'io./ Se le campane piangono piangono,/io nelle opache sere invisibile/ voglio essere accanto/ di quella che piange a quel pianto./ Io poco voglio; pur, molto: accendere/io su le tombe mute la lampada/ che irraggi e conforti/ la veglia dei poveri morti./ Io tutto voglio; pur, nulla: aggiungere/  un punto ai mondi della Via Lattea,/ nel cielo infinito;/  dar nuova dolcezza al vagito./ Voglio la vita mia lasciar; pendula/ ad ogni stelo, sopra ogni petalo,/ come una rugiada/ch'esali dal sonno, e ricada/ nella nostr'alba breve. Con l'iridi/ di mille stille sue nel sole unico/ s'annulla e sublima.../  lasciando più vita di prima».