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Il ritorno di Al Baghdadi, il califfo decadente

Abu Bakr al-Baghdadi torna in video per la prima volta dal 2014, se non altro dimostra che è vivo. Ma dopo la sconfitta dello Stato Islamico sul terreno, non appare più all'apice della sua carriera terroristica, ma come un decadente leader islamico. Molto vendicativo, però. Rivendica il massacro nello Sri Lanka e istiga altra violenza.

A Baghdadi

Al-Furqan Media, ala mediatica dello Stato islamico, ha pubblicato il primo video di Abu Bakr al-Baghdadi dal 2014. Il capo dell'Isis si dimostra uno dei leader più interessati alla dimensione della comunicazione della storia dell'islam - e lo abbiamo visto anche con le decapitazioni dei 'crociati' in streaming - per amplificare i messaggi ufficiali del movimento con persistenza e profondità strategica.

Qualcuno immagina con amara ironia ad uno staff sulle pubbliche relazioni più folto di quello di una stella di Hollywood. Eppure è vero anche che se l'intera macchina mediatica dello Stato islamico è in piena attività, con sigle simpatizzanti di supporto attivissime sui social, la mossa trasuda debolezza da tutti i pori. La ricomparsa di al-Baghdadi, per stampa e analisti, ha avuto lo stesso effetto shock di quando Osama bin Laden comparve in video all'indomani dell'11 settembre. La verità è che si tratta di tutta un'altra storia. E non perché l'Isis a marzo era stato dato per sconfitto. La seria minaccia per l'Occidente non è rappresentata dal sedicente Stato islamico, ma dall'islam di cui l'Isis non è che una delle infinite declinazioni - la radice è la medesima, il significato pure, l'ideologia ne fa lo scheletro, il modus operandi è immutato da secoli, cambiano solo le bandiere, gli slogan.

Il faccione - ancora più rotondo rispetto a cinque anni fa - e la barba, che sembra tinta all'henné all'ultimo minuto, tradiscono la fretta di apparire presto e bene. Quella spruzzata di arancione sulla barba lunga è simbolo del salafismo; il kalashnikov, l'evoluzione della spada di Maometto; il parlare pacato, il tentativo di riscaldare ancora un po' il cuore dei musulmani desiderosi di jihad. L'abito islamico è confezionato come vuole la tradizione. 

Ma Al-Baghdadi cinque anni fa compariva all'apice della sua carriera di terrorista e annunciava la nascita del califfato. Oggi le cose sono cambiate, e tanto, eppure l'islam resiste anche dopo la caduta del villaggio di Baghouz, conquistato dalla coalizione occidentale a fine marzo. Una perdita che per essere vendicata meritava, secondo il capo dell'Isis, lo sterminio di un'intera comunità di cristiani in Sri Lanka. E non, quindi, come aveva provato ossessivamente a vendere la stampa occidentale, per vendicare gli attentati in Nuova Zelanda - quasi a riprendere per forza quel complesso che dalla notte dei secoli ribadisce che l'islam agisce solo in risposta alle provocazioni occidentali e dei bianchi.

"La battaglia di Baghouz è finita, ma non dimenticheremo quanti hanno perso la vita. Il loro sacrificio non resterà impunito. Abbiamo già effettuato 92 operazioni in otto paesi come rappresaglia per Baghouz. La battaglia sarà molto lunga, ma il Jihad continuerà fino alla fine dei tempi", ha detto con quella posa con kalashnikov a canna corta alla sua destra, che scimmiotta un po' Osama Bin Laden.  

Il califfo è un re senza impero a caccia di visibilità. Ecco allora un video senza nulla da annunciare se non una parvenza di sopravvivenza. Secondo Mathieu Guidere, esperto di gruppi islamisti armati, la sequenza audio sullo Sri Lanka è stata aggiunta a posteriori, quasi attesa per dare un senso al messaggio su scala planetaria. Disperato, si arroga la caduta dei tiranni in Algeria e Sudan: una grossolana spavalderia, visto e considerato che Omar al-Bashir e Abdelaziz Bouteflika sono stati deposti da regimi militari, e non da jihadisti.

Nel video di diciotto minuti, intitolato 'In the Hospitality of the Emir of the Believers, al-Baghdadi' è ripreso all'interno di una casa, presumibilmente, durante un incontro operativo con i suoi comandanti (il cui volto è nascosto). "Se i fedeli abbandonano la religione e la jihad contro il nemico, vanno colpiti. Coloro che mantengono la fede trionferanno. L'unico modo di dar prova di questa fede è la lotta". Ma la vera sfida è quella della guerra asimmetrica,  delle cellule dormienti, dei lupi solitari, dei jihadisti disseminati in tutti i continenti imbevuti di Corano. Molti infatti temono che l'Isis, come Al Qaeda dopo la guerra del 2003, si ritirerà nel deserto, per poi tornare più forte e pericoloso. E se non sarà più l'Isis, avrà un altro nome, ma la medesima identità pronta a punire anche chi lascia la guerra santa islamica.

Il jihadista menziona anche Fabien e Jean-Michel Clain, due combattenti francesi diventati famosi per aver reclamato gli attacchi del 13 novembre 2015 a Parigi e Saint-Denis, dopo aver causato 130 morti e centinaia di feriti. Plaude, poi, al "giuramento di fedeltà dei suoi seguaci in Burkina Faso e in Mali" ed esorta il comandante dell'Isis nell'Africa subsahariana, Adnan Abu al-Walid al-Sahrawi, a "intensificare gli attacchi contro la Francia crociata e i suoi alleati". Anche se secondo gli analisti, la Francia continuerà ad essere obiettivo prediletto, più che per la sua identità cristiana, per la massiccia presenza islamica sul territorio: di risorse ne hanno in abbondanza.

Cosa accadrà nessuno può saperlo, ma il credito che può avere un uomo rintanato e indebolito è dato dall'appello al jihad, la guerra contro i cristiani. Il califfo cita a modello un islamista belga, i soliti francesi, invoca ad una guerra di logoramento anche se la parola usata assomiglia tanto alla famosa taqiya - la dissimulazione per apparire meno osservanti e colpire gl'infedeli di nascosto. E' tutto da verificare. Come la resistenza dell'Occidente. Intanto l'islam, non il califfo, è tornato ancora e promette vendetta ad oltranza.