• ANDRÉ GLUCKSMANN

Il Sessantottino che svelò il vero volto del comunismo

Lunedì è morto André Glucksmann. Filosofo ebreo francese, contestatore, maoista, a un certo punto della sua vita si accorse che fascismo e antifascismo (comunista) erano due facce della stessa medaglia. Esplorando il totalitarismo rosso, ne svelò gli orrori, speculari a quelli del nazismo.

André Glucksmann

André Glucksmann, ebreo francese nato nel 1937 da una famiglia emigrata dalla Terrasanta nel 1933 e scomparso lunedì notte a Parigi a 78 anni, è l’emblema delle contraddizioni del «secolo breve», il peggiore della storia, ma anche del fatto che solo gli stupidi non cambiano mai idea.

Allievo di Raymond Aron (1905-1983) e ricercatore al Centro nazionale di ricerca scientifica di Parigi, è stato un contestatore tetragono, un sessantottino, un vate della “nouvelle philosophie” che di nuovo aveva solamente le vecchie falsità illuministe corrette al marxismo e al freudismo, un maoista militante e un contestatore dell’Unione Sovietica perché la considerava troppo “fascista”, cioè esattamente come considerava la Francia. Solo che Glucksmann non ha mai rinunciato a usare l’intelligenza, di cui era vivacemente dotato, e così al lato pratico è stato uno dei pochi a fare come consigliava il grande e dimenticato chirurgo francese, avanguardista dei trapianti, Alexis Carrel (1873-1944), colui che in Riflessioni sulla condotta della vita (trad. it., Cantagalli, Siena 2003) predicava, ancora abbondantemente inascoltato: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità».

Osservando, scavando, Glucksmann si è accorto dell’insostenibile leggerezza di quelle anime belle del conformismo neoborghese che con la “reductio ad Hitlerum” pensano di cavarsela sempre a buon mercato e con lo sconto di pena. Per dirla in termini più nazionalpopolari, Glucksmann si accorse che, come diceva Indro Montanelli (1909-2001) ‒ inconsapevolmente riecheggiando Augusto Del Noce (1910-1989) ‒, i fascismi sono sempre due: il fascismo e l’antifascismo. Insomma Glucksmann è stato tra i primi a spiegare la solidarietà di filosofia e di sangue versato tra nazionalsocialismo e comunismo, anzi di quella vera e propria parentela sulla quale oggi comunque godiamo dell’ampia messe di documentazione e di considerazioni snocciolate dagli Eric Voegelin (1901-1985), dagli Ernst Nolte, dai François Furet (1827-1997), dagli Alain Besançon, dagli Stéphane Curtois, dai Robert Conquest (1917-2015). E se nomi tanti giustamente blasonati consentono, la denuncia, lucida e implacabile di Glucksmann ha ancora più valore della loro, visto che proviene da un insider, da un vate di quando il comunismo mangiava sul serio i bambini (si veda Zheng Yi, Scarlet Memorial: Tales of Cannibalism in Modern China, Westview Press, Boulder [Colorado] n. ed., 1997), cioè appunto dal maoismo, oltre che da un figlio di quel popolo ebraico che usa giustamente avere il dente particolarmente avvelenato con il nazismo, per di più avendo avuto un padre morto in guerra e una madre attiva nella Resistenza. Il suo La cuoca e il mangia-uomini: sui rapporti tra Stato, marxismo e campi di concentramento (trad. it., Erba voglio, Milano 1977) è da tramandare ai posteri. Lo scrisse dopo avere capito da Aleksandr I. Solzenicyn (1918-2008) cosa sul serio fosse il marxismo-leninismo. Se avessimo la possibilità di salvare per il futuro un solo altro titolo di Glucksmann andrebbe scelto I padroni del pensiero (trad. it. Garzanti, Milano 1977), scritto con l’amico e sodale Bernard-Henri Lévy, classe 1945: in esso i due mettono tutto l’idealismo tedesco e pure la psicanalisi freudiana tra i maestri del totalitarismo che il filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005) ha chiamato “maestri del sospetto”.

Ma le contraddizioni virtuose non finiscono qui, perché il sinistrismo non sinistrato di Glucksmann ha costantemente portato il filosofo scomparso a schierarsi, per istinto, ma mai assuefazione bovina, dalla parte giusta, quella dei diritti umani e dell’Occidente, ovvero con gli Stati Uniti e con Israele aggrediti e attaccati durante la guerra al terrorismo, e contro il consenso scioccamente pacifista. Sostenne la Nato nella Guerra del Kosovo (1996-1999) e riuscì a trascinarvi un suo compagno di “nuova filosofia”, altro ebreo, il Bernard-Henri Lévy di cui sopra. Nel 2007 appoggiò la candidatura presidenziale di un Nicholas Sarkozy che era un Sarkozy assai diverso da quello dell’inutile e dannosa guerra in Libia e degli scandali; all’epoca quel Sarkozy disperso metteva in dubbio il Maggio Francese (1968) e persino la Rivoluzione Francese (1789-1799). Glucksmann amava Sarkozy, quel Sarkozy di allora, perché, scrisse su Le Monde, rappresentava la “Francia del cuore” che era stata dalla parte dei boat-people vietnamiti in fuga dal comunismo, con i sindacalisti polacchi di Solidarność incarcerati e con tutti i dissidenti del mondo. Una cosa bella, che ricorda “Francia la dolce” volgendo lo sguardo alla quale morivano i compagni d’arme di Carlo Magno (742-814) nel Medioevo. Di contro, si schierò contro Vladimir Putin per la Cecenia e bollò la speranza di socialisti Ségolène Royal come Sinistra moralista.

Ha scritto tantissime cose Glucksmann, ma una non verrà ricordata, ed è per questo che lo facciamo qui noi. Si tratta del libro, scritto con il giornalista Thierry Wolton, Silenzio, si uccide (trad. it. Longanesi, Milano 1987). Il tema è il genocidio comunista allora in atto in Etiopia, con la grande farsa, o menzogna, degli aiuti umanitari raccolti dai buonisti in Occidente e regolarmente finiti nelle casse del regime sanguinario di Mènghistu Hailè Mariàm con la complicità dei media.

Viene naturale associare al nome di Glucksmann quello di un altro “nuovo filosofo” che altrettanta intelligenza ha salvato dalla catastrofe intellettuale e morale, Alain Finkielkraut. Se gli avversari fossero questi, che mondo finalmente normale sarebbe il nostro.