• IL CASO LIBERO

Il sessismo ipocrita del giornalismo italiano

La polemica innescata dal titolo di Libero verrà archiviata molto presto, ma ha offerto l’ennesima rappresentazione plastica dello stucchevole moralismo che pervade il mondo politico e quello giornalistico: guardare la pagliuzza nell’occhio dell’avversario dimenticando la trave che c’è nel proprio.

Non ci sono attenuanti per i giornalisti del quotidiano Libero che, in prima pagina, accanto a una foto di Virginia Raggi, hanno titolato: “Patata bollente”. Trattasi di una disgustosa allusione alla sfera sessuale, in relazione alla presunta liaison tra il sindaco di Roma e una persona coinvolta nelle indagini che rischiano di travolgere il Campidoglio. Trattasi dell’ennesimo caso di cinismo gratuito, di volgarità esibita, che tanta credibilità toglie a un giornalismo già agonizzante.

A onor del vero, però, va ricordato che questo è solo l’ultimo caso del genere. Lo stesso quotidiano, sei anni fa, in occasione del “Rubygate”, fece un titolo analogo, accostato alla marocchina che avrebbe allietato le serate dell’ex premier Berlusconi ad Arcore. Nessuno si scandalizzò, come invece sarebbe stato giusto, per una prima pagina decisamente poco decorosa, che giocava sul doppio senso per commentare le difficoltà politico-giudiziarie del Cavaliere e l’accerchiamento cui i media lo stavano sottoponendo a proposito dello scandalo Olgettine.

Nelle ultime 48 ore, invece, si è scatenata l’ennesima polemica su giornalismo, sessismo e feltrismo. E il coro ipocrita di solidarietà bipartisan alla Raggi, oltre che ricompattare il Movimento Cinque Stelle e far passare in secondo piano le inadempienze del sindaco nella gestione della cosa pubblica, rischia di far dimenticare pagine altrettanto buie della storia dell’informazione italiana. L’indignazione è un sentimento giustificato di fronte a una barbarie editoriale del genere, ma con onestà intellettuale bisognerebbe ammettere che questa barbarie dura da molto tempo, in un circuito mediatico assai incattivito e dominato da sciacalli, avventurieri e giornalisti che si auto-attribuiscono la licenza di uccidere.

I commenti di Asia Argento sulle fattezze di Giorgia Meloni sono ugualmente deplorevoli, gli insulti che Marco Travaglio rivolse alla Boschi (“Trivellata dai pm”) presentano analoghe intonazioni sessiste. Peraltro, a parti invertite, sono le stesse intonazioni che si potevano scorgere, negli anni dell’antiberlusconismo preconcetto e viscerale, nei riguardi del “cavalier pompetta”.

E allora, per par condicio e in ossequio a un equilibrio che l’informazione dovrebbe preservare e incarnare, va detto che la volgarità non ha colore politico perché ce n’è stata da parte degli uni e degli altri, dei giornali più vicini alla sinistra e di quelli più vicini alla destra (per quanto orripilante possa risultare questa classificazione). Una parte estrema della sinistra, in anni non lontani, ha perfino utilizzato la satira per colpire avversari politici, fomentando odio sociale e risentimento personale nei confronti di chi guidava il Paese. E a riconoscere queste degenerazioni sono stati perfino gli autori di quei feroci attacchi, durante una stagione di laceranti contrapposizioni frontali, ormai per fortuna sterilizzate dall’eclissarsi del berlusconismo.

Il caso Raggi è un esempio di ipocrisia giornalistica anche per un’altra ragione. Non c’era bisogno del titolo di Libero per parlare di attacco mediatico al sindaco di Roma. Le indiscrezioni sulla sua presunta relazione affettiva con Romeo, svelata dall’assessore all’urbanistica di Roma, Berdini durante una conversazione pubblicata sul quotidiano La Stampa, erano già finite su tutti i giornali. Se avesse ragione quel quotidiano, che parla di un’intervista regolarmente rilasciata dall’assessore al giornalista Federico Capurso, non ci sarebbe violazione della privacy sui dati sensibili (sfera sentimentale) e, semmai, si dovrebbe discutere della possibile responsabilità del giornalista nell’aver fatto da cassa di risonanza a opinioni forse anche diffamatorie; laddove, invece, come sostiene l’assessore, quelle sue confidenze sono state registrate a sua insaputa, saremmo di fronte a una grave violazione deontologica commessa dal giornalista (la riservatezza di uno sfogo privato prevale sulla curiosità del pubblico di conoscere il giudizio di Berdini in merito alla Raggi e al suo presunto legame affettivo con Romeo).

E’ altresì grottesco che a indignarsi di fronte al titolo di Libero, sicuramente inopportuno e offensivo, ci sia l’intera classe politica, protagonista di scivolate ugualmente indegne in termini di sessismo. Proprio Beppe Grillo si era reso protagonista di battute equivoche nei riguardi del Presidente della Camera, Laura Boldrini, o del Presidente della Regione Friuli, Debora Serracchiani. E come dimenticare le cadute di stile di Berlusconi nei riguardi di Rosy Bindi o quelle dell’attuale governatore campano, Vincenzo De Luca, sempre nei confronti del Presidente della Commissione parlamentare antimafia. 

La polemica innescata dal titolo di Libero verrà archiviata molto presto, ma ha offerto l’ennesima rappresentazione plastica dello stucchevole moralismo che pervade il mondo politico e quello giornalistico: guardare la pagliuzza nell’occhio dell’avversario dimenticando la trave che c’è nel proprio.