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Il tunnel della crisi è ancora buio

I tassi di interesse aumentano, la Borsa cala, le previsioni della Banca centrale sono allarmistiche, le prospettive sono nere.

Crisi Economica

In pochi giorni, dopo Pasqua, sembra di essere ritornati in inverno. Non solo in senso meteorologico, perché si sono riaccesi i riscaldamenti e le montagne sono tornate ad essere imbiancate, ma soprattutto nella difficile prospettiva dell’economia. Il che è molto peggio: perché possiamo essere certi che l’estate arriverà mentre le incertezze non fanno che aumentare sul come e quando si riuscirà ad uscire dalla crisi.

E siccome le cattive notizie non vengono mai sole in pochi giorni abbiamo visto i tassi di interesse italiani ancora aumentare, le aste dei titoli di Stato che non  hanno raggiunto l’obiettivo richiesto, un brusco calo della Borsa valori, le previsioni della Banca centrale europea con nuovi allarmi sulle prospettive dell’occupazione e un rapporto del Fondo monetario sulla difficile sostenibilità dei sistemi previdenziali e sanitari di tutti i grandi paesi occidentali.

Che cosa è cambiato nel giro di pochi giorni? In teoria nulla se si guarda ai fondamentali dell’economia, in pratica molte cose se si osserva quello che possiamo chiamare l’umore dei mercati, cioè le prospettive concrete su cui si basa la fiducia dei cittadini così come delle grandi istituzioni finanziarie.

Restiamo all’Italia e guardiamo in controluce alcune notizie di metà settimana. Sul fronte del Governo appare tutt’altro che facile il cammino della riforma del mercato del lavoro. Sul fronte della politica sembrano risolversi nel solito “cambiamo tutto per non  cambiare nulla” le modifiche alla legge sul rimborsi elettorali ai partiti. Sul fronte delle opere pubbliche sono riprese le contestazioni dei “no Tav” con l’autostrada del Frejus bloccata per un’intera giornata. Sul fronte della società sono state pubblicate alcune ricerche che evidenziano come le prospettive dei consumi interni e del risparmio appaiono fortemente negative.

Che cosa deriva da questi elementi che possono sembrare, presi singolarmente, di ordinaria amministrazione? Ne deriva che l’Italia è un Paese sostanzialmente fermo, con una classe politica inconcludente e incapace, con un clima sociale in cui non si riescono ad arginare i vecchi spiriti della contestazione.

La spinta propulsiva del governo tecnico sembra quasi essersi esaurita di fronte al ritorno della voglia di protagonismo dei partiti che hanno sentito il rischio di una progressiva emarginazione. Ma ben venga la politica, ma dovrebbe essere la politica del fare e del cambiare e non quella del conservare.

E invece sembra di essere tornati di nuovo nelle sabbie mobili. La riforma del mercato del lavoro ne è l’esempio più concreto perché già il progetto di legge è nato come vittima di un compromesso bizantino tra le parti sociali e non si sa come potrà superare gli attacchi su più fronti durante il dibattito parlamentare.

In queste condizioni abbiamo un paese che non sa più rispondere alle proprie esigenze. Perché anche le speranze che erano nate con il Governo Monti sembrano essersi incagliate di fronte ad un immobilismo di fatto tanto tradizionale quanto pericoloso. Perché la politica economica non può e non deve fermarsi ad imporre nuove tasse, ma deve (dovrebbe) andare avanti sulla strada delle riforme per la crescita.

Ma l’Italia può uscire dalla crisi solo con un radicale cambio di prospettiva: passando dalla difesa degli interessi dei singoli e delle corporazioni ad una strategia, non certo facile, ma necessaria, di bene comune. E allora tagliare la spesa pubblica improduttiva, abolire i privilegi, ridurre i costi della politica (iniziando ad abolire le province), incentivare anche fiscalmente il merito e la professionalità. Senza una svolta di questo tipo il tunnel della crisi sarà ancora lungo.