• L'INTERVISTA

Il Venezuela di Maduro, tra fame e violenza

Il Venezuela attraversa la sua nuova crisi politica, con la protesta di piazza contro la detenzione dei prigionieri politici. Monsignor Freddy Fuenmayor, vescovo di Los Teques, ci spiega cosa sia diventato il paese dopo quasi vent'anni di regimi populisti. Fame, violenza e crollo dei valori sono all'ordine del giorno.

Mons. Fuenmayor

«Democrazia in Venezuela? Sarebbe meglio parlare di pseudo-democrazia. Democrazia non significa lasciare che la gente dica ogni tanto qualcosa, ma vivere pienamente tutti i diritti umani. Finché questo non avverrà, avremo solo una pseudo democrazia». Il vescovo venezuelano Freddy Fuenmayor non usa mezzi termini per descrivere la situazione del proprio paese alla vigilia dell’incontro in Vaticano del presidente del Venezuela Nicolas Maduro con papa Francesco, previsto per domenica 7 giugno.

La visita di Maduro, grande benefattore di Cuba, cade pochi giorni dopo quella del presidente cubano Raul Castro, proprio mentre il Venezuela vive una crisi profonda accompagnata da una pesante repressione: attualmente ci sono 77 prigionieri politici nelle carceri del paese, dei 3.757 arrestati dal febbraio 2014; oltre 53 sono stati i morti per l’uso indiscriminato della violenza da parte della polizia, dell’esercito del governo di Maduro, e dei gruppi paramilitari protetti dal governo.

Il Venezuela è diventata una bomba ad orologeria. 15 cittadini stanno facendo lo sciopero della fame, tra questi due ex sindaci e prigionieri politici: Leopoldo Lopez e Daniel Ceballos, che non mangiano da 13 giorni e sono a rischio di morte. La motivazione? Il popolo venezuelano è stato ridotto in povertà dalle politiche di Chavez prima e Maduro poi: non si trovano i generi alimentari di prima necessità, non ci sono medicinali, assenza di sicurezza personale, censura, delinquenza dilagante, inflazione fuori controllo e persecuzione politica, che ha provocato un  diffuso malcontento sfociato in manifestazioni di piazza dal febbraio 2014.  

Monsignor Freddy Jesus Fuenmayor Suarez è stato nominato vescovo di “Los Teques” in Venezuela il 30 dicembre 2004, da san Giovanni Paolo II; ma dal 1994 era già vescovo della città di Cabimas. Ordinato sacerdote all’età di 26 anni, il 3 aprile 1976, è stato anche rettore del “Seminario Interdiocesano” di Caracas ed è uno dei vescovi più attivi nel denunciare la situazione in cui il governo tiene il paese. 

Monsignor Fuenmayor, nel sito della Conferenza episcopale (CEV) si trovano numerosi documenti che fanno riferimento alla drammatica crisi del Venezuela. I vescovi hanno esortato il governo di Nicolas Maduro al dialogo e hanno fatto un appello per il rispetto dei diritti umani. In particolare il 14 febbraio 2014, durante gli scontri in piazza, la CEV ha pubblicato un documento legittimando il diritto costituzionale della società venezuelana di manifestare il suo disagio per i problemi economici e di criminalità del paese.

Sono documenti che esortano alla pace e alla vera giustizia: con essi chiediamo che non sia perseguitato chi la pensa in modo diverso o soltanto per motivazioni politiche; che non sia utilizzata la giustizia per combattere gli oppositori; che non sia abbandonato lo Stato di Diritto, il diritto alla difesa e il diritto alla presunzione di innocenza presente nel Codice Penale Venezuelano. 

Il governo ha risposto alle richieste della CEV?

No. C’è molta gente che non dovrebbe essere in prigione. Ci sono tanti politici in carcere. Tante volte sono accusati senza prove, accuse di colpo di stato, di assassinio e questo si ripete sempre, ma non ci sono mai le prove. La gente viene rinchiusa in carcere e cosi trascorre il tempo. Ci sono casi che risalgono al 2002.

Ci chiediamo cosa abbia portato i venezuelani a scendere in piazza. I sacerdoti sono parte della società e vivono sulla loro pelle i problemi che affliggono il Venezuela, inoltre la chiesa interagisce ogni giorno con i fedeli cercando di confortarli. Cosa succede?  

La giornata del venezuelano trascorre nella ricerca dei prodotti per rispondere alle principali necessità alimentari. C’è carenza di prodotti, la gente deve fare lunghe file per trovare il cibo. Non è accettabile questa situazione in un paese come il Venezuela che dovrebbe produrre in abbondanza. Ci troviamo male. I giovani hanno perso la speranza, non trovano lavoro, si sentono soffocati dell'attuale situazione politica, molti vogliono andare via. Tanti giovani professionisti vogliono emigrare, perché il loro lavoro non è pagato sufficientemente e perché non c’è sicurezza, hanno paura di uscire di casa ed essere uccisi. Non c’è diritto alla vita, non c’è diritto al lavoro, non c’è diritto a un'abitazione degna, l’economia va molto male e non si prendono le decisioni per migliorare la situazione attuale.

Protesta di piazza in Venezuela 

La situazione del Venezuela è drammatica: nei primi mesi di quest’anno l’inflazione ha superato il 70%. Il tasso di criminalità è elevatissimo: solo nel 2014 si sono contate 24.980 morti violente, 82 morti per ogni 100.000 abitanti (secondo l’Osservatorio Venezuelano della Violenza), cosa che fa del Venezuela il secondo paese al mondo per numero di omicidi. Tra questi anche quelli di 3 sacerdoti, fatto mai accaduto in passato. In questo contesto, riesce la Chiesa a svolgere la sua missione pastorale?       

È difficile, diversi sacerdoti sono stati derubati. Recentemente ne hanno derubato uno in missione a Cartanal, portandogli via l’unica macchina che aveva per il suo lavoro di evangelizzazione. Ci sono sacerdoti che sono stati vittime della criminalità: delinquenti entrano nelle case parrocchiali e portano via cose utili, come l’impianto audio. Tutti abbiamo paura di uscire dopo le 18.00, c’è praticamente un coprifuoco spontaneo per la violenza esistente. Io non esco dopo le 18.00, se non si tratta di una cosa davvero importante. Questo ci limita per le visite ai malati, ci limita nel visitare le favelas, dove prima di sera giravamo liberamente.   

All’estero c’è l’idea che il governo di Hugo Chavez sia stato il governo dei poveri, della giustizia sociale, lo stesso si pensa del suo successore Nicolas Maduro. La situazione di crisi sociale e di criminalità che ci ha descritto è un problema attuale o preesistente? 

Si tratta di un problema che non possiamo attribuire solo all’ultimo periodo di governo… Negli ultimi 15 anni tuttavia si è acutizzato il problema della perdita dei valori e di conseguenza si è intensificata la criminalità. Si tratta di un fenomeno esponenziale: è cresciuta vertiginosamente la criminalità, sono stati creati dal governo gruppi armati nelle favelas che si sono trasformati dopo in gruppi criminali. I “colectivos armados” nelle favelas sono responsabili di tanta violenza ma nessuno può ribellarsi a loro, che restano impuniti; possiamo dire che la criminalità abbia superato l’azione dei giudici e della polizia. C’è molta corruzione, sembra che ciascuno abbia il suo prezzo… In questa situazione la Chiesa deve avere un ruolo da protagonista, la nostra missione pastorale deve essere approfondita per entrare nei cuori della gente e motivare un cambio di vita.

La Chiesa deve subire molte limitazioni, a cui si aggiunge la scarsità di vocazioni. Oggi c’è un prete ogni 20-25mila abitanti… 

…Lavoriamo con poche risorse. Ma in Venezuela siamo abituati a lavorare con il poco che si ha. Lavoriamo e diamo importanza ai laici. Loro sono la maggioranza nella Chiesa e con la loro partecipazione, il loro vivere come testimoni del Vangelo, possiamo riuscire a fare tanto anche con un numero di sacerdoti basso. La Diocesi “Los Teques” commemora 50 anni, abbiamo vissuto il nostro primo Sinodo e ci siamo fatti tante domande, principalmente quella su come dobbiamo fare per toccare il cuore delle persone. Certamente Papa Francesco è stato presente con i suoi insegnamenti e i suoi gesti. Nel Sinodo abbiamo concluso che dobbiamo sforzarci di trasformare la Chiesa in una chiesa evangelizzante, in una chiesa viva, capace di rinnovarsi per rispondere alle nuove esigenze dei nostri giorni e di trasmettere il Vangelo con molta energia.

Come vede monsignore Freddy Fuenmayor il futuro del Venezuela?

Il futuro dipende del dialogo politico. Il governo deve riconoscere l’esistenza delle differenze di pensiero, non si può concepire una politica dove i membri dell’opposizione vengono eliminati come se fossero nemici. Tutti siamo parte della società e ciascuno deve partecipare alla costruzione di un paese migliore. Devono essere consultati tutti i settori, da quello economico, a quello universitario, per la costruzione di una politica economica lontana dalle assurde ideologie, per altro, già superate in quasi tutto il mondo… Certamente abbiamo bisogno di un’economia basata sulla giustizia sociale, cosi come ripete continuamente Papa Francesco. Non possiamo, dunque continuare in Venezuela con un’economia alla deriva, incentrata solo sul petrolio.