a cura di Stefano Fontana
  • GAY PRIDE

Il vescovo di Vicenza, il non giudicare e la DSC

Un nuovo capitolo della storia del “non giudicare” è stato scritto dal vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol in relazione al Gay Pride tenutosi di recente in quella città. Monsignor Pizziol ha isistito su tre punti. 

Il primo: “Sono convinto che ogni persona porta con sé una storia, dei valori e delle convinzioni che chiedono di essere ascoltate e meritano rispetto prima ancora di ogni appartenenza religiosa, politica, sociale o culturale. Il mio desiderio è pertanto che ciascuno anche in questa giornata si possa sentire accolto nella nostra città, qualunque siano le sue origini, le sue scelte, i suoi orientamenti”. 

Il secondo: “La medesima cosa si deve dire delle diverse manifestazioni che, una volta autorizzate dalle autorità competenti, devono svolgersi senza pregiudicare il bene di tutti i cittadini, nel rispetto delle leggi vigenti e permettendo a ognuno di muoversi in sicurezza e libertà”.

Il terzo: “Ricordiamoci che solo Cristo è l’unico giudice della nostra vita, l’unico che conosce veramente il cuore e la mente di ogni essere umano. Gesù stesso nel Vangelo ci invita a riconoscere che tutti siamo peccatori bisognosi di perdono e ci invita a non giudicare i nostri fratelli per poter sperimentare a nostra volta la misericodia di Dio”.

In questo intervento il vescovo di Vicenza ha applicato il principio del non giudicare: a) alle storie delle persone: b) alle disposizioni della pubblica autorità; c) a non giudicare i nostri fratelli. A parte il giudizio sulla responsabilità personale in coscienza, per il resto giudicare la storia delle persone, i loro comportamenti e le decisioni della pubblica autorità è sempre stato proposto e chiesto dalla Dottrina sociale della Chiesa. Se applicassimo le indicazioni del vescovo di Vicenza dovremmo dichiarare “chiusa per demolizione” la Dottrina sociale della Chiesa.

La prima cosa che viene in mente è la formula “vedere, giudicare, agire” proposta da Giovanni XXIII come metodo di lavoro per chi vuole applicare la Dottrina sociale della Chiesa. Il n. 217 della Mater et magistra del 1961 dice che “Nella traduzione in termini di concretezza i principi e le direttive sociali, si passa di solito attraverso tre momenti: rilevazione delle situazioni, valutazione di esse alla luce di quei principi e di quelle direttive, ricerca e determinazione di quello che si può e si deve fare … Sono i tre momenti che si sogliono esprimere nei termini: vedere, giudicare, agire”.

Nella formula, il “giudicare” è centrale e fa da medio tra il vedere e l’agire. Si potrebbe addirittura dire che esso – il “giudicare” – non è solo un secondo momento, ma permea di sé sia il primo che il terzo: non è possibile infatti vedere senza valutare, a meno che non lo si intenda in senso empirista, come non è possibile agire senza valutare.

Si potrebbe poi ricordare i tre elementi che costituiscono l’ispirazione di fondo della DSC: “principi di riflessione”, “criteri di giudizio” e “direttrici d’azione”: così li richiama la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II al n. 3. Anche qui si nota la presenza centrale del “giudicare” che risulta quindi imprescindibile.

Le espressioni ora viste sono presenti in molti altri documenti e costituiscono una costante del magistero sociale. Per esempio nella Istruzione Libertatis conscientia della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1986, sono richiamati tutti e tre, sostenendo che la Dottrina sociale della Chiesa “verte sull’aspetto etico della vita e tiene in debito conto gli aspetti tecnici dei problemi, ma sempre per giudicarli dal punto di vista morale”. Ecco tornare il tema del “giudicare”, senza del quale, del resto, la Dottrina sociale non sarebbe “teologia morale” come sostiene la Sollicitudo rei socialis al n. 41.

Giovanni Paolo II nella Centesimus annuns (n. 5) dice che la DSC è una “vera dottrina, un corpus, che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti per la giusta soluzione dei problemi”. É pacifico che “pronunciarsi su di esse” significa giudicare. 

Torniamo ora a Mons. Pizziol e a quanti, con lui, stanno scrivendo la telenovela sul “non giudicare”. Limitandoci qui alle esigenze della Dottrina sociale della Chiesa, la pretesa di “non giudicare” è quantomeno una superficialità. Per ottemperare alle sue presunte esigenze, dovremmo rinunciare in via completa alla Dottrina sociale della Chiesa.