• EDITORIALE

Immigrati, quando i vescovi vendono ideologia

Immigrati alla Stazione centrale di Milano

Immigrati alla Stazione centrale di Milano

 

Apprendiamo dagli interventi di ieri di monsignor Nunzio Galantino (segretario della Conferenza Episcopale Italiana) e di monsignor Giancarlo Perego (direttore della Fondazione Migrantes e neo-vescovo di Ferrara) che «la Chiesa italiana vuole lo ius soli». E guai a chi non è d’accordo, verrebbe da aggiungere visti i toni perentori e polemici dei due interventi, curiosamente affidati entrambi al “salotto” di Repubblica. Evitiamo di soffermarci sulle successive scomposte reazioni dei leader leghisti, così come sulla solidarietà del presidente del Senato Pietro Grasso, che possiamo entrambi archiviare alla voce “teatrino della politica”.

Ci interessa invece riprendere gli interventi dei rappresentanti della Conferenza episcopale: conoscendo chi sono, la loro uscita non è certo sorprendente, ciononostante fa sorgere alcune domande.

Anzitutto, una questione di metodo: a nome di chi parlano esattamente i due? Non risulta che tra i vescovi italiani ci sia mai stato un dibattito per decidere la posizione su ius soli (cittadinanza concessa per luogo di nascita) e ius sanguinis (cittadinanza per legami familiari). Ed è curioso che siano proprio quelli che più parlano di “Chiesa sinodale” ad avere la tendenza a intervenire sempre a nome di tutti, senza aver mai consultato alcuno. Tanto più quando si tratta di intervenire su una legge dello stato italiano su cui c’è molto da discutere, come abbiamo spiegato ancora in questi giorni (qui e qui). Dunque, a che titolo Galantino e Perego parlano a nome della Chiesa?

Entrambi peraltro si fanno forti del dato secondo cui ¾ degli italiani vogliono questa legge che concede la cittadinanza sulla base dello ius soli e dello ius culturae (un adeguato numero di anni a scuola). Sarà pure vero, anche se è lecito avere dubbi al proposito, ma non è certo questo un buon argomento: a favore del divorzio sicuramente saranno ben più dei tre quarti degli italiani, e probabilmente anche per l’aborto c’è una discreta maggioranza. Vuol dire allora che queste leggi vanno bene? Chiaramente no. Anzi, corre l’obbligo di affermare dopo tanti anni che proprio queste leggi sono causa non secondaria del disastro sociale in cui versa l’Italia, incluso quel problema denatalità che viene spesso evocato – anche dai succitati vescovi – per giustificare l’immigrazionismo.

Quanto poi al tema della concessione della cittadinanza sulla base dello ius soli, abbiamo già spiegato abbondantemente perché siamo contrari. Non ripeterò qui dunque ragioni già dette. Ma le affermazioni di Galantino & Perego lasciano intendere che la Chiesa giudichi ovvio il favore per lo ius soli, una sorta di assoluto morale. Non è affatto così. Tanto è vero che neanche nello Stato della Città del Vaticano viene applicato lo ius soli per l’ottenimento della cittadinanza.  

In effetti nei documenti magisteriali della Chiesa non c’è mai un riferimento diretto alle condizioni per la concessione o il rifiuto della cittadinanza, nemmeno nella Erga Migrantes Caritas Christi, il documento del Pontificio Consiglio per i Migranti pubblicato nel 2004. Nel magistero si fa invece riferimento a criteri di fondo, quali il dovere di concorrere al bene comune dello Stato in cui si vive; la necessità di un “popolo” che si basa sulla «condivisione di vita e di valori», pur nel rispetto delle minoranze; e soprattutto la necessità, nel lungo periodo, di favorire una vera integrazione degli immigrati. La concessione della cittadinanza si dovrebbe basare proprio su questi criteri, e si capisce allora perché è troppo semplicistico pensare di risolvere ogni problema con un bel “tutti italiani”.

Secondo Galantino & Perego solo lo ius soli garantirebbe l’integrazione. C’è però un clamoroso errore di fondo in questa affermazione, che rivela un approccio ideologico al tema. L’affermazione dei due rappresentanti della CEI sottintende infatti che oggi tutti gli immigrati vogliano integrarsi e sia invece lo Stato italiano a fare resistenza. Non è così: come l’esperienza ci dimostra molti problemi nascono perché c’è una fascia di immigrati, residenti di lungo periodo nei nostri paesi, che non hanno affatto alcun desiderio di integrarsi, anzi disprezzano sinceramente la nostra società e la nostra cultura.

Inoltre, sembrerebbe che l’Italia sia chiusa davanti a chi chiede di diventare cittadino italiano. Ma neanche questo è vero: l’Italia è il paese europeo che concede ogni anno il maggior numero di cittadinanze: 202mila nel 2016, come ci ha detto l’Istat proprio nei giorni scorsi. 

C’è poi un’altra questione molto delicata, messa in rilievo dal demografo Giancarlo Blangiardo, in una intervista al Sussidiario: l’attacco al concetto di famiglia che la concessione dello ius soli comporta. Attualmente la legge in vigore (no.91 del 1992) ragiona proprio in termini di famiglia, non così la proposta di modifica: «La legge in vigore – afferma Blangiardo - dice che i figli di genitori albanesi, marocchini o qualsivoglia paese sono anch'essi albanesi, marocchini, eccetera. Poi a 18 anni decidono cosa vogliono diventare. Se invece prima della maggior età i genitori hanno deciso di diventare italiani, anche loro, minori, saranno italiani. Oggi si vogliono figli italiani e genitori marocchini, che senso ha?». Domanda che giriamo volentieri ai monsignori Galantino e Perego, a cui la famiglia, anche degli immigrati, dovrebbe stare a cuore.

Un’ultima notazione: ancora i nostri due rappresentanti della Cei prefigurano città più belle e sicure con la cittadinanza concessa alla nascita. Dimenticano però una cosa importante: l’eventuale legge sullo ius soli si applica soltanto ai figli di genitori stranieri, con regolare permesso di soggiorno, che risiedono stabilmente in Italia da molti anni. A rendere oggi le città italiane drammaticamente insicure e sporche sono invece le decine e decine di migliaia di immigrati irregolari, richiedenti asilo, piazzati a fare nulla in strutture pagate per l’occasione, e che poi bivaccano in grossi gruppi nei pressi di stazioni e piazze di cui diventano padroni. Ed è questo che comprensibilmente rende i cittadini italiani sempre più insofferenti. Ma è anche un modo di gestire la situazione che umilia gli stessi immigrati.

 

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