• L'INTERVISTA

In Svezia, dove il figlio si ordina on line da catalogo

La Nuova BQ intervista Erik Gandini, autore del fortunato docu-film sulla teoria svedese dell'amore: "Il tema della solitudine è il male di questo secolo. La metà delle persone vive da sola. La Croce Rossa svedese ha fatto una campagna per promuovere il contatto con gli anziani. C’è un’assistenza democratica cui tutti hanno diritto ma che diventa anonima"

Un frame del docu-film

Oltre il 50% delle famiglie sono composte da una sola persona; un quarto delle donne concepisce un figlio senza partner con l’inseminazione artificiale e un persona su quattro muore in completa solitudine, al punto che esiste un’agenzia per il recupero delle salme e la gestione dei beni materiali di cui nessuno reclama la linea ereditaria. Questo è lo spaccato della Svezia, la società più individualista del mondo, raccontato in ‘La teoria svedese dell’amore’ il film-documentario del regista italo-svedese Erik Gandini, già autore di Videocracy, la video inchiesta sulle tv commerciali di Berlusconi e i relativi modelli femminili. 

L’idea alla base di questo lungometraggio, uscito nelle sale italiane la scorsa settimana, è stata quella di mostrare il lato scuro del modello scandinavo, dove un welfare che pensa ad ogni necessità del singolo cittadino ha atrofizzato qualsiasi anelito alle relazioni umane. Un fenomeno che inizia nel 1972, con il piano del partito Socialdemocratico svedese ‘La famiglia del futuro’, un documento che teorizza che ogni relazione umana autentica si basa sull'indipendenza: le donne dai mariti, gli adolescenti dai genitori, gli anziani dai figli.

Quarantaquattro anni dopo la fotografia della Svezia mostra un popolazione tra le più solitarie e prive di affetti. La Nuova BQ ne ha parlato Erik Gandini che, attraverso un sguardo laico, ha messo a fuoco molti temi etici che interrogano tutte le società Occidentali.

Gandini, lei pur non volendo è riuscito a fare un spot pro-family e pro-life di un’efficacia senza precedenti. Ne è consapevole?

“No in realtà ne ero inconsapevole, nonostante sia un laico non mi sento molto distante dal mondo cattolico essendo nato e cresciuto in Italia, però il mio percorso è stato tutt’altro. Tuttavia non mi sorprende questo interesse da parte di un certo ambiente. Infatti anche la Chiesa in Svezia ha abbracciato questo mio lavoro in modo entusiasta, ma io propongo una via di interdipendenza che non è per forza legata alla religione. Ad ogni modo può solo farmi piacere un dibattito in senso largo su questa tematica, visto che il tema della solitudine è il male di questo secolo. Poi ognuno risponde a questa sfida come può e infatti nel mio film presento personaggi che combattono la solitudine ognuno a modo loro”.

Lei ha fatto comunque un lavoro da antropologo, mostrando un trend che vede la Svezia all’apice di questa direzione ma seguita a ruota libera da tutto l’Occidente…

“Io penso che ci sia qualcosa di molto attraente nell’idea di vita nel segno dell’indipendenza, liberi da tutto e tutti. Ma quando diventa sinonimo di non preoccuparsi degli altri questa si rileva una falsa promessa, è quanto dimostra il più grande e ambizioso studio sulla felicità delle persone, la ricerca americana Ted Tolk  che ha seguito per il 70 anni la vita di 700 persone. Il risultato di questo studio dimostra che il benessere delle persone non è dato dai soldi, non è dato dalla carriera, dallo status ma dalle relazioni umane. Per capire come sta una persona il modo più indicativo sono le sue relazioni umane, che incidono anche sulla salute, così come la solitudine abbassa la speranza di vita. Ovviamente questo non è solo un problema svedese”.

In Svezia però tutto ciò è stato pianificato a tavolino attraverso il documento del 1972 redatto dal Partito socialdemocratico. A parer suo la situazione scandinava è determinata più dalle scelte politiche o più da un’indole che non è paragonabile a quella dei latini?

“Sicuramente questa idea ha attecchito meglio in Svezia perché c’era un indole di base che glielo ha consentito. E’ anche vero che questo piano non è stato concepito per distruggere la famiglia ma per creare dei presupposti migliori per i rapporti umani. Loro volevano rompere i rapporti di sudditanza tra le persone, diciamo che probabilmente le intenzioni non erano negative,  forse non potevano prevedere che questo alimentasse l’ondata narcisistica e individualistica a cui stiamo assistendo. La me generation era ancora lontana. Il fenomeno va comunque visto a doppio taglio: la natalità in Svezia è a 1,9 figli a coppia mentre  Italia è a 1,3. Il modello di famiglia Svedese è più in sintonia con i tempi. Nascono più figli proprio perché si è più distaccati dalla famiglia e procreare non è visto come un progetto da pianificare per anni”.

Sta dicendo che proprio perché meno solide, le famiglie si formano e si sciolgono in continuità e questo comporta la nascita di più figli…

“Esatto, proprio così, io ho tre figli (tutti con la stessa moglie, ndr) i tutti miei amici ne hanno tanti. Diciamo che c’è anche questo welfare molto incentivante, infatti io dico che in Italia il precariato è l’anticoncezionale più efficiente che esista. In Svezia da una parte lo Stato ha isolato le persone ma, indubbiamente, ha reso il progetto figli e famiglia non una cosa spaventosa e difficile da realizzare. C’è anche una grade responsabilizzazione dei padri, tutti i miei amici hanno goduto di sei mesi di congedo di paternità. I ragazzi a 18 anni escono di casa e sono sussidiati in ogni modo dallo Stato”.

Questo è il lato positivo della medaglia svedese, ma lei hai descritto la parte scura. L’altra facciata racconta ben altro. Tutta questa possibilità di indipendenza cosa comporta?

“Ho scelto la Svezia non a caso per raccontare il fenomeno dell’individualismo più radicale. La parte scura come dice lei è molto evidente anche nei dati: la metà delle persone vive da sola. Pensi che la Croce Rossa svedese ha sentito il dovere di fare una campagna per promuovere il contatto con gli anziani, si chiama La Campagna dell’abbraccio. Di solito la Croce Rossa di occupa di profughi mentre in Svezia ha fatto un’indagine in cui è emersa la necessità di stare di più con i genitori anziani. Il paradosso è che si chiede di non lasciare che ci pensi lo Stato; c’è un’assistenza democratica cui tutti ne hanno diritto, ma che diventa anonima. Questo si riflette anche sul tema dei profughi: godono di un’assistenza anonima, istituzionalizzata. Questo è il lato scuro di questo sistema, ti libera da ogni dovere e da ogni necessità di prenderti cura di chi ti sta vicino”.

L’assistenza burocratica non soddisfa le persone. Questo significa  che ognuno di noi cerca il contatto umano?

“La grade sfida è riuscire ad avere il welfare state ma senza dimenticare che la felicità non condivisa non è la felicità. Se tu stai bene per conto tuo e basta questo porta alla noia, alla disperazione, non alla felicità”.

Insomma non si può delegare la felicità al proprio Stato, vero?

“Per questo bisogna promuovere l’idea di interdipendenza, perché è un up-grade del concetto di indipendenza. È difficile ormai andare contro il principio dell’indipendenza ma almeno dobbiamo correggere il tiro e riconoscere che c’è qualcosa di meglio. Se si aderisce a questa idea attraverso il proprio credo o con una convinzione ideologica questo sta alla singola persona”.

La Svezia come sta rispondendo a questa crisi?

“Per fortuna c’è una tradizione autoriflessiva nel Paese che sta che ha portato a prendere sul serio questo problema. Il film è stato finanziato, distribuito e mai censurato. La cosa che mi ha fatto piacere e che c’è stata la volontà di affrontare questo tema”.

Quindi il film ha creato molta discussione nell’opinione pubblica?

“Si, se n’è parlato molto sul piano pubblico ma comunque si tratta di un problema che va risolto nel privato. Io facendo cinema voglio incidere nella cultura, perché penso che sia essa che alla fine influisce sui comportamenti più della politica”.

Qualcuno ha criticato il suo lavoro? Femministe o ambienti intellettuali che negano le derive più evidenti di questa società…

“Si, ovviamente si, ma anche in quei contesti si è creato un dibattito. Certe femministe hanno detto che non si può mettere in discussione tutto quello che ha portato l’emancipazione della donna; altre femministe hanno detto: sì abbiamo emancipato la donna ma l’indipendenza è un valore di stampo maschile perché è legato alla carriera, ad un progetto personale, al non curarsi dei figli e della maternità ma solo al proprio lavoro e alle proprie soddisfazioni. Ad ogni modo quasi tutte le femministe sono d’accordo sul fatto che si è creata una società gender equality ma basata su valori tradizionalmente maschili”.

Tra le parti del film che colpiscono di più c’è quella in cui si parla dell’inseminazione artificiale. Persino il concepimento di un essere umano nasce da un atto individualistico…

“Ormai su questo tema sono molto in linea con l’ideologia individualistica, si vede di buon occhio il fatto di aiutare la donna a fare un figlio da sola. È visto come un traguardo. Perché si dice che anche una donna da sola può crescere bene un figlio”.

Questo può anche essere vero, ma pianificarlo a tavolino è un’altra cosa rispetto che a ritrovarsi da sole per cause di forza maggiore. Nessuno s’interroga su questo?

“Io ho messo a fuoco l’aspetto commerciarle di questo fenomeno. Il fatto che tu, con la tua carta di credito, ti ordini la scatola di sperma a domicilio dopo aver scelto un donatore su un catalogo on-line. Anche lì l’idea del diritto a farlo è vista come una conquista democratica, si dà fiducia alla capacità delle donne di trovare le giuste relazioni successivamente. L’argomento è molto complicato perché poi, in realtà, può anche essere visto come l’ultima e più alta affermazione dell’individualismo più radicale”.

Le è stato facile raccontare questa situazione da cittadino di origini italiane? Qualcuno può aver visto questo tuo lavoro come una critica fatta dall’esterno?

“Un po’ si, ma nel film io parlo sempre di noi e non di voi. Io sono al 100% svedese e al 100% italiano, è un’identità che va riconosciuta, mia madre è svedese e mio padre è italiano e stanno ancora insieme! A parte gli scherzi, questo mia identità arricchisce la visione che posso avere su entrambe le società”

Quindi sono lavori come il suo che possono aiutare ad aprire una riflessione sugli aspetti più controversi della nostre società. Insomma è più utile posare l’obbiettivo sulla cruda realtà dei fatti piuttosto che realizzare fallimentari campagne di comunicazione come il fertility day?

“Spesso le campagne sono viste come un padre severo che dà dei consigli ai figli in modo minaccioso. Oggi la libertà personale è considerata talmente sacrosanta che non si può più usare questo linguaggio. Le intensioni del fertility day erano buone ma sono state comunicate in modo fallimentare, si è quasi rischiato di presentare la scelta di non far figli come un gesto anti-conformista, avendo così il risultato opposto. Io ho il grande vantaggio di non rappresentare un interesse di Stato o di un’azienda del turismo svedese ma di poter raccontare le cose molto liberamente, anche da un punto di vista soggettivo, facendo appunto un cine-documentario”.