• LA RIFORMA

Intercettazioni, fine della barbarie e dell'anarchia

I giornalisti gridano al bavaglio, ma in questo caso sbagliano. Sia ben chiaro, preoccuparsi delle censure di contenuti scomodi è sintomo di grande sensibilità nei riguardi della libertà d’informazione e del diritto dei cittadini di ricevere notizie complete e di interesse pubblico, ma questa volta occorre distinguere i piani.

La riforma delle intercettazioni varata ieri dal governo non vuole imbrigliare né l’agire dei magistrati né  quello dei giornalisti. Punta semplicemente a rimettere ordine in un ambito in cui troppo spesso si sono registrate violazioni inutili, anzi pericolose, del diritto alla privacy, giustificate con le necessità di compiere indagini irrinunciabili e di esercitare il diritto di cronaca. Nelle ricostruzioni di cronaca giudiziaria troppo spesso il pendolo oscilla in favore dell’utilizzo e della pubblicazione di intercettazioni riguardanti particolari di vita privata di persone coinvolte solo marginalmente nei fatti. Risultato: soggetti estranei a quelle vicende, ma collegate ai protagonisti, finiscono ingiustamente nel tritacarne mediatico e vedono la loro reputazione compromessa perché in qualche telefonata si fa il loro nome, anche senza alcun riscontro probatorio concreto.

Tutto questo è barbarie mediatica e sciacallaggio irriguardoso verso chi non ha strumenti per opporsi, e dunque era opportuno che il governo finalmente intervenisse. Non solo per difendere la privacy, non solo per tutelare la dignità dei soggetti coinvolti, ma anche per fissare dei paletti invalicabili in materia di diritto all’informazione.

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto sulle intercettazioni attuativo della delega contenuta nella legge n.103/2017. Già questa normativa imponeva al governo di rendere più stringente la normativa in materia di conversazioni da trascrivere, anche incidendo sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle stesse e dando una scansione precisa per la selezione del materiale intercettativo. Dunque l’esecutivo non ha fatto altro che attenersi scrupolosamente ai contenuti della delega. Ora il testo dovrà passare al vaglio delle commissioni giustizia per i pareri e tornare in Consiglio dei ministri. "In nessuno modo vogliamo limitare la possibilità di disporre di uno strumento per la magistratura fondamentale per contrastare i reati più gravi, ma è evidente che in questi anni ci sono stati frequenti abusi", ha dichiarato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, anche per prevenire critiche. Il provvedimento mira a regolamentare in modo più puntuale e rigoroso l'utilizzo delle intercettazioni per evitare la diffusione di conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini. Il testo inserisce, infatti, alcuni vincoli alla trascrizione delle conversazioni nelle richieste dei Pubblici ministeri e nelle ordinanze dei giudici. Si afferma, quindi, il corretto principio dell’essenzialità, che andrà applicato sia all’uso che alla pubblicazione delle intercettazioni, e che dunque dovrà ispirare sia il lavoro di chi indaga sia quello di chi divulga le notizie alla collettività, cioè i giornalisti.

Viene istituito presso l'ufficio del Pm un archivio riservato delle intercettazioni, la cui gestione è affidata al Procuratore della Repubblica e il cui accesso sarà consentito solo a giudici, difensori e ausiliari autorizzati dal pm.

Uno dei punti più controversi della riforma, sui quali l’Associazione nazionale magistrati (Anm) sta già puntando i piedi è l’uso dei “trojan”, cioè i captatori informatici, in pc o smartphone. Il nuovo testo di legge ne consente sempre l’impiego, senza particolari vincoli, per i reati più gravi, in primis terrorismo e mafia, ma prevede che, per gli altri reati, debbano essere esplicitamente motivate, nei decreti di autorizzazione, ragioni e modalità. L’Anm definisce questa novità un arretramento che non risponde allo spirito della giurisprudenza, "in quanto –sono parole del Presidente Eugenio Albamonte- i trojan sono uno strumento tecnico che serve a mettere al passo con i tempi le capacità investigative".

La riforma semplifica, inoltre, l'impiego delle intercettazioni nei reati più gravi contro la pubblica amministrazione commessi da pubblici ufficiali, uno strumento per rendere più efficace il contrasto alla corruzione. Fatto salvo il diritto di cronaca, è previsto il carcere fino a quattro anni per chi diffonde riprese audiovisive e registrazioni di comunicazioni effettuate in maniera fraudolenta per danneggiare "la reputazione o l'immagine altrui".

L’effetto della riforma, secondo il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, sarà anche quello di ridurre la fuga di notizie, soprattutto quando si tratta di informazioni non penalmente rilevanti.

Ma chi stabilirà se sono penalmente rilevanti o meno? "Vi sarà –ha chiarito il Guardasigilli- un primo vaglio della polizia giudiziaria, sotto il controllo del magistrato che conduce le indagini, per togliere ciò che non è penalmente rilevante. Il secondo passaggio è il vaglio del magistrato e, se necessario, è previsto anche il contraddittorio con la difesa per verificare cosa è rilevante o no. L'ultima parola spetta poi al giudice terzo".

Come tutte le riforme, anche quella delle intercettazioni andrà messa alla prova sul campo. Tuttavia, le premesse appaiono migliorative dell’attuale quadro anarchico e disordinato e sembrano realizzare un equilibrio salutare tra le diverse garanzie costituzionali, in particolare l’art.21 sulla libertà di manifestazione del pensiero e l’art.15 sulla libertà e segretezza della corrispondenza e delle comunicazioni. L’auspicio è che non si scada, ancora una volta, nella politicizzazione di una questione che riguarda il funzionamento della democrazia e i diritti di tutti i cittadini.