a cura di Anna Bono
  • Libia

Investire nello sviluppo del sud della Libia per combattere l’emigrazione illegale

In Libia il deterioramento della situazione economica, seguito alla fine del regime di Muhammad Gheddafi, pesa soprattutto sulle minoranze etniche come i Tebu che vivono nel nord del Ciad e nella Libia meridionale. Dal 2011 sono Tebu quasi tutti i contrabbandieri di emigranti lungo la più affollata delle rotte migratorie dirette verso l’Europa: quella che da Agadez, in Niger, raggiunge Sebha, il centro di transito in Libia. “Per molti giovani Tebu disoccupati – sostiene un giornalista Tebu, Jamal Adel – il contrabbando e il traffico di uomini è diventato l’unico mezzo di sopravvivenza”. “Nessuno vuole fare il contrabbandiere –spiega all’agenzia di stampa Irin Mohamed Ibrahim, un esponente della tribù Tebu secondo cui molti contrabbandieri sono studenti di scuola superiore e universitari costretti ad abbandonare gli studi – e quindi impegnare fondi nello sviluppo della regione e offrire ai contrabbandieri alternative e opportunità concrete aiuterebbe a risolvere il problema dell’emigrazione illegale alla radice”. Ma chi deve fornire i capitali necessari? Sia Ibrahim che Adel sono d’accordo nel ritenere che spetti all’Italia, all’Unione Europea, eventualmente con l’aiuto delle Nazioni Unite, dato che sono la destinazione degli emigranti clandestini. Secondo Ibrahim offrire delle alternative ai giovani Tebu costerebbe infinitamente meno di quanto l’Unione Europea e l’Onu continuano a spendere per deportare ed evacuare gli emigranti e per finanziare i governi del Niger e della Libia peraltro quasi del tutto incapaci di controllare il vasto deserto del Sahara.