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Kavanaugh, la bomba ad orologeria dell'accusa di molestie

Giovedì prossimo il Senato dovrà esprimersi sulla nomina del conservatore e pro-life Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. E puntualmente scoppia la bomba ad orologeria dello scandalo sessuale. L'accusa una donna di una molestia che lo studente Brett avrebbe commesso nel 1982. Una storia senza prove e piena di contraddizioni.

Brett Kavanaugh

Giovedì prossimo, alle 13,45, i 21 membri del Senate Committee on the Judiciary voteranno per decidere se Brett M. Kanavaugh sarà il prossimo giudice della Corte Suprema federale degli Stati Uniti d’America e domenica 16 settembre, a coronamento di un proditorio assalto condotto per giorni contro di lui dai Democratici, su Kavanaugh è piombata un’accusa di aggressione sessuale vecchia di 36 anni di cui nessuno aveva mai sentito parlare.

Christine Blasey Ford, 51 anni, sposata, madre di due figli, docente di Psicologia clinica nell’Università di Palo Alto in California, afferma che, nell’estate 1982, quando lei aveva 15 anni e lui 17, Kavanaugh e un complice, Mark Judge, entrambi ubriachi, durante una zingarata tra amici, la portarono in una casetta nella contea di Montgomery, nel Maryland, e, mentre Judge guardava, Kavanaugh la gettò sopra un letto cercando maldestramente di strapparle i vestiti e il costume da bagno che portava sotto. Lei cercò di gridare, ma lui le tappò la bocca con una mano. Poi riuscì a divincolarsi da Kavanaugh, salvo che Judge la fermò con una mossa goffa che li fece ruzzolare tutti e tre a terra. Un secondo tentativo di fuga andò meglio e l’allora ragazza riuscì a chiudersi nel bagno, da cui, una volta calmatesi le acque, uscì incolume.

Il fattaccio provocò nella ragazza un trauma duraturo. Fu così che, oramai 45enne, 30 anni dopo, nel 2012 decise di sottoporsi a una terapia di coppia assieme al marito, Russell Ford, vuotando finalmente il sacco. Questo è ciò che ha raccontato 36 anni dopo l’accaduto in un’intervista a The Washington Post, pubblicata qualche giorno fa, il 16 settembre. Dell’accusa circolava voce da qualche settimana, ma in forma anonima; è stata la pressione dei media, ha detto la Blasey Ford, a spingerla allo scoperto.

Dunque. Nel 1982 la Blasey Ford subisce un’aggressione sessuale. Fino al 2012 tiene tutto per sé. Poi nel 2012 si confida con un terapeuta in presenza del marito. Il terapeuta prende appunti. Gli stessi appunti che sono finiti nelle mani dell’FBI nell’agosto scorso, FBI che poi li ha trasmessi, con altri materiali, alla Camera e al Senato federali degli Stati Uniti. In quegli appunti c’è scritto che l’aggressione del 1982 fu perpetrata ai danni dell’allora ragazza da quattro ragazzi, non due come la ex ragazza dice oggi, e non ci sono nomi, né quello di Kanavaugh né quello del suo amico Judge. Infatti negli appunti c’è scritto solo che gli aggressori (sempre quattro, mai due) provenivano da una scuola per ragazzi bene della zona. All’epoca Kavanaugh ne frequentava una così, la Georgetown Preparatory School di North Bethesda, in Maryland (mentre la Blasey Ford frequentava la Holton-Arms School di Bethesda), ma è un po’ pochino. E comunque i dati non combaciano. Oggi la Blasey Ford dice che nel 2012 il terapeuta sbagliò a scrivere; andando a memoria, suo marito Russell conferma.

Questo il primo atto. Il secondo narra che il fattaccio accaduto nel 1982 e rivelato nel 2012 rimane solo fra Christine, Russell e il terapeuta fino al luglio 2018. Il 9 luglio 2018 Trump indica in Kavanaugh il successore del dimissionario giudice della Corte Suprema Anthony M. Kennedy, rimandando tutto, come di norma, al Senate Committee on the Judiciary per la ratifica o la bocciatura. È qui che la Blasey Ford prima contatta The Washington Post e poi, a stretto giro, scrive alla deputata Democratica Anna G. Eshoo, eletta nel collegio della California dove la Ford vota, quindi alla sua deputata di riferimento, raccontando tutto e facendo il nome di quel Kavanaugh che negli appunti presi nel 2012 dal terapeuta davanti al marito di lei non c’è. La Eshoo passa quindi la lettera alla senatrice Democratica Dianne Feinstein, che fa parte del Senate Committee on the Judiciary e che notoriamente è la nemica giurata dei conservatori nella magistratura. Famosa è la frase con cui ha cercato di mettere in imbarazzo la cattolica Amy Coney Barrett quando, prima che uscisse il nome di Kanavaugh, sembrava lei a dover sostituire Kennedy alla Corte Suprema: «Dentro di lei il dogma vive con forza, e questo è un problema». La lettera della Blasey Ford porta la data del 30 luglio e inizia con il monito «Confidenziale». Come si saprà poi, arriva anche all’FBI, che, attraverso la macchina della verità, in agosto accerta che l’autrice è proprio la Blasey Ford. Della lettera si comincia a rumoreggiare.

Atto terzo. Il 4 settembre iniziano le audizioni di Kavanaugh davanti al Senate Committee on the Judiciary e si svolgono senza esclusioni di colpi. Il voto finale di approvazione o bocciatura viene fissato al 20 settembre. Ed ecco che il 16 la Blasey Ford decide di rendere pubblica la propria identità appunto su The Washington Post mentre in contemporanea il sito Internet della CNN pubblica la sua famosa lettera. O quasi. La famosa lettera, infatti, la CNN non l’ha mai vista. Quella che pubblica è la versione emendata dall’FBI che è stata inviata a Camera e Senato, e che alla redazione del quotidiano è stata solo letta venendo poi trascritta. Neanche The Washington Post ha letto la lettera: se l’è fatta analogamente leggere, prendendo nota.

Ovviamente Kavanaugh nega categoricamente tutto, e così fa pure il suo presunto complice Judge, ma l’addebito è un macigno. Mentre su National Review, David French rileva che le accuse contro Kanavaugh sono gravi sì, ma non solide, sulla medesima testata John Fund osserva che, comunque vada, su Kanavaugh resterà sempre l’ombra del sospetto. E proprio questo è il punto.

Confermare o confutare il racconto della Blasey Ford è praticamente impossibile. Si tratta di una vicenda troppo remota nel tempo, nei luoghi, nelle circostanze e nei ricordi. Non ha testimoni, e trabocca di contraddizioni e omissis. Dunque rimarrà per sempre nel perimetro tabù di un’accusa mossa da una donna molestata contro la difesa di un maschio che nega. Una donna, peraltro, che – osserva Fund - ha appena fatto sparire dal proprio profilo LinkedIn ogni riferimento alle molte organizzazioni Democratiche a cui è iscritta, ivi compreso i “Friends of Bernie Sanders”.

Chi dunque arriccia il naso punta il dito contro la memoria a orologeria della Blasey Ford. Perché, una volta trovato il coraggio di parlare nel 2012, se davvero l’intento è quello d’impedire che un bruto come Kavanaugh faccia danni nei tribunali, la donna non lo ha accusato pubblicamente proprio in quel 2012 quando già da sei anni Kavanaugh era giudice nella Corte d’appello del Distretto di Columbia (la capitale federale Washington), nominatovi nel 2003 da George W. Bush jr., un presidente chiacchierato, scomodo e ingombrante che Kavanaugh aveva già servito lungamente alla Casa Bianca, e si costruiva quella nomea di nemico della legge sull’aborto americano che proprio ora gli viene rinfacciata dai liberal? Quale azione più opportuna se non quella di rivelare che il paladino dell’antiaborto amico di Bush è in realtà un perverso?

Del resto la cosa non torna nemmeno alla senatrice Susan Collins, Repubblicana sì, ma liberal e grande avversaria di tipi come Kanavaugh. Dal suo swinging vote, che ha già dato cattiva prova di sé in passato su temi sensibili e princìpi non negoziabili potrebbe anche dipendere, al momento buono, la decisione sullo stesso Kavanaugh. Eppure la Collins dice di essere parecchio sorpresa per il fatto che l’accusa sia stata congelata dalla Blasey Ford e dai Democratci per mesi solo per essere gettata sul tavolo a pochi giorni del voto finale con cui giovedì si esprimerà il Senate Judiciary Committee. Già.