• IL DOCUMENTO

Kenya, Sudafrica, Congo: ecco a chi si rivolge il Papa

Sarebbe un errore leggere il messaggio del Papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 pensando che sia rivolto all’Italia e all’Europa. Il messaggio è destinato a tutti i fedeli, anzi a tutto il mondo. E sono molti i Paesi africani e asiatici che si devono sentire accusati dalle parole del Papa. Ma si può anche auspicare che nei prossimi mesi la Santa Sede trovi il modo di aggiungere il diritto di ogni persona a vivere in dignità nel proprio paese insieme alla sua famiglia.
- COSI' VIENE CAMBIATA LA DOTTRINA SOCIALE di Stefano Fontana

Campo profughi in Kenya

Sarebbe un errore leggere il messaggio del Papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 pensando che sia rivolto all’Italia e all’Europa. Il messaggio è destinato a tutti i fedeli, anzi a tutto il mondo, come d’altra parte è detto nelle prime righe, quando il Pontefice invita “tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà” a condividere la “sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime di tratta”.

Non parla certo dell’Italia quando si occupa dei rifugiati. In Italia ne arrivano poche migliaia ogni anno e sono bene accolti, ma nel mondo sono quasi 20 milioni, assistiti insieme a circa 40 milioni di sfollati dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur), attivo in 140 stati, e da migliaia di associazioni, organizzazioni non governative e fondazioni, locali e internazionali.

Quando il Papa dice che le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati “non sono una idonea soluzione, soprattutto quando vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali” si può facilmente capire a chi si riferisce: al Kenya, ad esempio, che per motivi di sicurezza nazionale vorrebbe chiudere il campo profughi di Daadab costringendo a rientrare in patria i somali che vi sono ospitati, anche quelli che provengono da regioni della Somalia ancora controllate dai jihadisti al Shabaab. Oppure pensa ai rifugiati fuggiti dal Burundi, che Tanzania e Repubblica Democratica del Congo rimpatriano in un paese tutt’altro che sicuro, soprattutto per i cittadini di etnia Tutsi.

“Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base”, si legge nel messaggio. La preoccupazione a questo proposito riguarda gli emigranti più ancora che i richiedenti asilo e i rifugiati. Di nuovo Papa Francesco deve avere in mente alcune situazioni critiche: il Sudafrica, ad esempio, in cui vivono milioni di immigrati africani sui quali periodicamente si scatena la rabbia della popolazione autoctona che patisce a causa delle promesse di sviluppo tradite dai governi post-apartheid e sempre più vede gli stranieri come una minaccia. 

Non è il caso dell’Italia, destinazione di flussi migratori illegali che hanno portato nel paese alcune centinaia di migliaia di persone, ma poco ambita da chi emigra regolarmente. Gli ultimi dati globali disponibili forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, relativi al 2015, indicano come primo paese scelto dagli emigranti gli Stati Uniti, con 46,6 milioni di immigrati, seguito dalla Germania con 12 milioni, Federazione Russa, 11,6 milioni, Arabia Saudita e Gran Bretagna. Tra l’altro, l’emigrazione sud-sud supera quella sud-nord: in altre parole, la maggior parte degli africani e degli asiatici emigrano in paesi dei rispettivi continenti ed è li che sono più spesso vittime di discriminazioni, sfruttamento, violenze. 

Nell’ultima parte del messaggio Papa Francesco esorta a una convivenza serena, confidente: “Insisto ancora – dice – sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi”. Sono parole che si immaginano destinate specialmente ai paesi africani e asiatici in cui il tribalismo rende diffidenti, ostili nei confronti degli estranei, restii a riconoscere e far fruttare le “opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati”. 

Il messaggio del Papa si articola in quattro punti. Da qui al 14 gennaio 2018, giornata mondiale del migrante e del rifugiato, si vorrebbe vederne aggiunto un quinto, che parli anche del prezzo elevatissimo, intollerabile, insostenibile di quell’ “arricchimento interculturale” dovuto all’esistenza di migranti e rifugiati, che affermi come primo diritto di ogni persona quello di vivere in dignità e sicurezza nel proprio paese, insieme alla propria famiglia. 

Nel 2015 244 milioni di persone, il 3% della popolazione mondiale, viveva all’estero, una cifra record. Nel migliore dei casi, si tratta di genitori e figli insieme, adulti che lavorano e bambini che vanno a scuola. Se no, sono uomini e donne partiti da soli, lasciando indietro figli, coniugi, genitori, fratelli; peggio ancora, bambini e ragazzini mandati lontano, affidati a estranei. 

Si tratta di innumerevoli reti di rapporti famigliari e tessuti sociali lacerati, fratture dolorose, alienanti, spesso insanabili. Francesco ricorda che Papa Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante 2007 aveva sottolineato il ruolo della famiglia come “luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori”. “La sua integrità va sempre promossa – scrive Papa Francesco – favorendo il ricongiungimento famigliare con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti senza mai farlo dipendere da requisiti economici”. 

I requisiti economici invece sono essenziali. Non si può neanche pensare a famiglie ricongiunte, ma senza mezzi sufficienti, costrette a dipendere dall’assistenza pubblica e privata; e, soprattutto, ricongiunte estirpando da una comunità, da un paese ,due, tre generazioni, interi gruppi famigliari.