• TOTALITARISMO STRISCIANTE

La battaglia di Alfie. Tutto inizia con l'aborto legale

Nella nostra mirabile epoca di “eutanasia”, prima uccidiamo e poi facciamo domande. In questa mentalità senzadio, gli unici criteri delle decisioni morali sono o il dolore fisico oppure quello psicologico. Tempo fa si poteva capire che la legalizzazione dell’aborto avrebbe inevitabilmente portato a questo.

La battaglia di Alfie

Mentre sto scrivendo, il destino che in Inghilterra attende il piccolo Alfie Evans rimane (o rimaneva) aperto. È una “notizia”, e su questo punto due sono le cose da sapere. La prima è che tutti i resoconti giornalistici sono sospetti, compresi quelli che i lettori vorrebbero fossero veri. Infatti, anche con tutta la buona volontà, che però spesso manca, i giornalisti fraintendono dettagli significativi.

La seconda è che si tratta di una storia incompleta. Alfie potrebbe morire prima che questo articolo venga pubblicato o potrebbe essere ancora vivo in settembre. Le mie preghiere più sincere chiedono che egli resti provocatoriamente vivo, ma siccome nemmeno i dottori dell’ospedale Alden Hay di Liverpool riescono a comprendere la sua “malattia”, chi può dirlo?

La storia “sul campo” sembra chiara. Un bambino sta morendo in un ospedale britannico. I tribunali del Paese hanno sentenziato che al piccolo dev’essere “permesso” morire: distaccandolo dai sistemi base di mantenimento vitale, nonostante gli sforzi disperati dei suoi genitori per salvarlo. In attesa c’è un aeroplano italiano, pronto per trasportare il bambino in Italia, e all’ospedale Bambin Gesù di Roma ci sono dei dottori pronti a riceverlo. Il Vaticano si è offerto di sostenere le spese. Ma in Gran Bretagna un giudice ha deciso che questo NON va permesso e i suoi superiori su su fino alla Corte Europea dei diritti dell’uomo si sono affrettati ad approvare.

Vale la pane di notare che il giudice dell’Alta Corte, Anthony Hayden, è un membro eminente del Bar Lesbian and Gay Group (“BLAGG”), co-autore di un manuale sui bambini e le famiglie omosessuali, e che il caso di Alfie è stato scatenato dal Christian Legal Centre (CLC), un organismo pro-life e pro-family, ovvero che si stanno confrontando due posizioni, la cultura della morte e la cultura della vita, radicalmente diverse su quasi tutti i fronti. Che possibilità aveva il CLC di vincere il confronto?

Martedì, al bambino è stata “staccata la spina”. Ma ancora mentre sto scrivendo respira e il padre riferisce che risponde positivamente alla coccole della madre. Quando, molti mesi fa, il bambino è entrato in coma, gli è stata “diagnosticata” una patologia cerebrale degenerativa sconosciuta. Gli schermi di controllo mostrano un danno cerebrale esteso - sto dando per scontato che i referti siano corretti - e presupporre che dietro vi sia una causa è prassi medica ricorrente almeno dai tempi di Ippocrate. Da ciò non consegue però che si sia compresa quale sia quella causa e togliere al piccolo paziente la ventilazione, l’idratazione e la nutrizione non fa certo progredire gli studi.

Sia il padre del piccolo sia i suoi dottori usano impropriamente il termine “diagnosi” per ignoranza. Come penso concorderebbe anche Ippocrate, l’ignoranza è diffusa e la sapienza rara. Eppure merita sottolineare che una non-diagnosi non può essere una “diagnosi errata”. E dunque le due parti si spingono vicendevolmente in errore. Nella nostra mirabile epoca di “eutanasia”, prima uccidiamo e poi facciamo domande. In questa mentalità senzadio, gli unici criteri delle decisioni morali sono o il dolore fisico oppure quello psicologico. L’espressione “qualità della vita” indica che non c’è spazio per nessuno dei due. Il loro manifestarsi oggi può essere una condanna a morte. Gli esseri umani possono cioè essere sostentati o soppressi in base a parametri veterinari.

Tempo fa io e altri abbiamo sostenuto che la legalizzazione dell’aborto avrebbe inevitabilmente portato a questo. Dicevamo che se le persone, comprese le madri di quelle persone, potevano scegliere a piacimento quale bambino nel ventre è “voluto” (e dunque è l’equivalente morale di un essere umano) e quale “non voluto” (e dunque è l’equivalente morale di un gatto malato), allora le porte dell’inferno si erano spalancate. Guardiamo cosa sta accadendo ora.

Anche se tutti i “temi inerenti alla vita” comportano implicazioni emotive, un fatto resta un fatto. Senza criteri netti e assoluti sulle questioni della vita e della morte, siamo tutti pronti per le camere a gas. La riflessione è sostituita ovunque dalle sensazioni. È normale che il nostro istinto (oso dire datoci da Dio) propenda per la sopravvivenza, ma quando si abroga il principio della dignità intrinseca della vita umana - di ogni vita umana, non solo di alcune - tutto diviene possibile.

Alfie ha dei genitori (ammirevoli) che sono giovani operai cattolici e una legione di sostenitori che sono inequivocabilmente per il diritto alla vita. Le autorità li accusano tutti di “emotività”. Sono sicuro che sono colpevoli. Visto da fuori il caso si presenta molto male per il sistema medico e giuridico britannico, cosa che in parte spiega perché i media progressisti, come la BBC, tengono la storia sottotono. E perché essa sia invece messa in evidenza da alcuni tabloid di destra.

Le emozioni ci sono comunque anche sull’altro fronte. Là c’è disprezzo per i credenti cristiani e, più in generale, per coloro che insistono sulla sacralità della vita umana. Molti giornalisti non si accorgono nemmeno del linguaggio presuntuoso che impiegano per descriverli. Ma se ne accorge subito chi ne è fatto oggetto. Ecco però che torna in gioco il “principio dell’aborto”. I perdenti nella battaglia per la conservazione della nostra civiltà non hanno diritto alle proprie opinioni. Sono “non-persone” per tutti, dai burocrati di governo agli avvocati alla moda ai conduttori televisivi.

Per questo, per fare un esempio ovvio, il presidente Donald J. Trump è ritenuto illegittimo: perché è stato eletto dalla gente di quell’America “di provincia” il cui voto non dovrebbe contare, gente che, in effetti, “avrebbe dovuto essere abortita”. Più o meno accade lo stesso in ogni Paese occidentale, e infatti la risposta che coloro che sono giudicati non-persone hanno dato a coloro che li giudicano non-persone era prevedibile.

Nel frattempo, la polizia ha formato un cordone all’esterno dell’Alden Hay per controllare gli “sporchi” oppositori di quello che altro non è che un omicidio ordinato dallo Stato. E un certo ispettore capo Chris Gibson ha avvisato che i social media dei tipi come loro sono sotto controllo e che «[...] s’investigherà su qualsiasi offesa, inclusi i messaggi ingiuriosi e le minacce, e che, se necessario, si agirà nei confronti di essi». In altre parole, il Grande Fratello vi sorveglia, attenti a ciò che dite.

Anche questo era prevedibile. Quando vengono adottate politiche contra naturam, è necessario ricorrere alla forza. Coloro che difendono il vecchio ordine devono essere silenziati, per paura che possano organizzarsi. Per quelli che io chiamo i “liberal del dopo aborto”, opporsi non è più una questione di libertà di espressione. È un atto di ribellione contro la loro Dittatura del Relativismo.

Alfie deve morire, e chi pensa altrimenti è un nemico giurato dello Stato.

Traduzione di Marco Respinti

* David Warren, forte di una vasta esperienza nel Vicino e Medio Oriente, ex direttore del periodico Idler e già collaboratore di diverse testate canadesi, cura il blog, Essays in Idleness, all’indirizzo davidwarrenonline.com. La versione originale di questo articolo è stata pubblicata il 27 aprile 2018 su The Catholic Thing con il titolo Alfie Versus the State.