• LA RIVISTA

La fede vince il dolore

Timone

Dal numero in uscita del mensile "Il Timone" riprendiamo la testimonianza di Margherita Coletta, vedova di Giuseppe, il carabiniere ucciso a Nasiriyah nel 2003.


“Prima” quella di Margherita era una vita come tante. «Una vita di moglie e di mamma, normale ma straordinaria, perché tra Giuseppe e me c’era un grande amore: nelle difficoltà ci aiutava il fatto di amarci, di donarci». Giuseppe era il brigadiere Coletta, 38 anni, rimasto vittima il 12 novembre 2003 nella strage di Nasiriyah, mentre si trovava in missione di pace in Iraq. Viveva con Margherita a San Vitaliano, in provincia di Napoli; lì prestava servizio alla stazione dei carabinieri, quando non era all’estero per le missioni di pace. Nel 1997, infatti, la leucemia si era portata via il figlio Paolo, sei anni: da quell’esperienza era nata la decisione di impegnarsi per dare conforto e aiuto concreto ai bambini colpiti dalla guerra.

Ricorda Margherita: «Quando mi ha detto che sarebbe andato in Albania, la sua scelta mi aveva colpito. Non ero abituata a questo suo tipo di lavoro, l’idea che stesse fuori tanto tempo... Esplicitamente non me lo ha mai detto (un uomo è più restio a esprimere i propri sentimenti...), ma nel cuore aveva il desiderio di aiutare altri bambini, non avendo potuto fare niente, materialmente, per Paolo. Certo, quando era fuori mi mancava molto la sua presenza, ma condividevo le sue scelte, che erano le nostre scelte: sapevo che lui svolgeva un compito importante. Quello era il suo modo di vivere il Vangelo, magari anche in maniera inconsapevole; quello era il suo modo di essere cristiano: non con le parole, ma con i fatti». Incontrando le persone colpite dalla miseria e dalla guerra, Giuseppe non si limita a svolgere i servizi che gli competono, ma fa amicizia con tutti, specialmente con i bambini, e si fa carico delle loro necessità. Dall’Italia Margherita raccoglie le sue richieste e si adopera per spedirgli aiuti di ogni genere. E non ha smesso di darsi da fare neanche dopo la morte del marito.

Con alcuni amici ha fondato l’associazione “Bussate e vi sarà aperto”, per continuare l’opera umanitaria iniziata da Giuseppe. Non una reazione emotiva, ma la scoperta che la vita cristiana è un’avventura nella quale è possibile trarre il bene dal male: «Quando ci penso mi appare tutto concatenato: la morte di Paolo, Giuseppe che va in missione... Certo, abbiamo sempre avuto la facoltà di decidere in un modo o nell’altro, ma è come se ci fosse già un percorso tracciato, fino a questo passaggio del testimone, per continuare quello in cui credevamo: aiutare gli altri in maniera silenziosa». Poi il camion carico di tritolo che si porta via Giuseppe e altre 27 persone, tra civili e militari, travolge Margherita in un dolore che potrebbe annientarla e la sua quotidianità finisce sotto i riflettori. Ma il giorno dell’attentato trova il coraggio di leggere dal Vangelo parole semplici e sconvolgenti di perdono. Parole così controcorrente che la sera stessa vengono riprese da tutti i telegiornali. I giornalisti le si affollano intorno, gli occhi di molti sono puntati su di lei. Da quel momento è chiamata ovunque a testimoniare ciò che le è accaduto.

Come quel giorno arriva ogni volta all’essenziale: «Se non è potenza di Cristo, come può una piccola donna come me riuscire a sostenere lo sguardo di tanta gente? Tutta la nostra vita è stata portata alla luce del sole: non mi è stato chiesto, è accaduto. Ma è stato tutto naturale: ho solo messo a disposizione degli altri quello che Gesù ha fatto nella mia vita. È una cosa che non si può tenere per sé, altrimenti non porta nulla. Perché nel nostro desiderio di cose grandi c’è sempre Cristo che spinge nel cuore». Nei giorni di Margherita c’è una realtà più grande della sofferenza, che determina ogni istante: «È una forza sovraumana che ti trovi dentro quando tutto ti farebbe pensare a te stessa, a vivere il tuo dolore, a piangere. È una cosa umanamente impossibile, che mi è accaduta nel momento in cui sono venuti a dirmi che mio marito era morto, bruciato vivo assieme ai colleghi ridotti a pezzi in quella carneficina. Non è un aggrapparsi a qualcosa per soffrire di meno: un’illusione non lenisce il dolore, non riesce a darti sostegno. Nella mia vita Gesù era ed è una presenza viva, invisibile ma reale».

Così, con semplicità disarmante, Margherita chiarisce le ragioni del perdono: riconoscere in ogni circostanza il Signore della vita, anche quando questa presenta un conto carico di dolore. E lei lo ha pagato fin da bambina. La sua è una vicenda come tante, che condivide perché «forse può aiutare altri che hanno vissuto le stesse cose». E si racconta, senza timori e senza recriminare: «La mia infanzia è stata molto tormentata. I miei genitori sono divorziati e in casa non c’era un ambiente sano: papà beveva, ci picchiava... però non era in sé, non era cosciente, perché per primo il male lo faceva a se stesso. Se ci ripenso, è come se Gesù avesse messo la Sua mano sul mio capo e mi avesse sempre protetta, sempre amata, anche se magari prima non potevo riconoscerlo. A me sono accadute tante cose belle, anche se attraverso percorsi molto difficili. Però la cosa più bella che Gesù fa nella mia vita è che non mi fa provare rancore verso chi, anche per ignoranza, può farmi del male. Non credo che Cristo ci voglia impeccabili: che cosa sarebbe venuto a fare se non per cercare di trasformare il nostro cuore? Se prima non sperimenti che se non fosse per Sua grazia noi non saremmo nulla, come puoi comprendere gli altri? Gesù ti fa comprendere anche la fragilità degli altri e ti mette nel cuore sentimenti di perdono».

Margherita è una donna solare, autentica, nella quale ogni parola scorre semplice e immediata dalla vita. Possibile, però, che non abbia la tentazione di sentirsi essere perseguitata dalla sorte? Il volto ancora giovane, bello nei tratti mediterranei e decisi, si colora di dolcezza energica: «No, mai! Solo a volte, nei momenti di sconforto e di solitudine, mi manca il sentirmi ancora moglie, il donarmi a mio marito anche nelle piccole cose che possono sembrare banali, ma sono importanti quando vivi un matrimonio in maniera piena, come il cucinare per la persona che ami o persino stirare le camicie (anche se io detesto stirare). Mi rendo conto di quanto questi gesti d’amore sono importanti nel rapporto. Ecco, in quei momenti l’unica cosa che dico a Gesù è: “Rivoglio indietro la mia vita!”. Non da arrabbiata, ma perché insieme eravamo felici. Poi però passa, perché so che Lui conosce il motivo di quello che mi accade e questo mi basta».

La storia di Margherita
racconta la straordinaria normalità di una vita affidata a Dio. Di qui nasce quel perdono che ha colpito tanti, di qui lo stupore di questa donna che non vede nel perdono un mezzo per chiudere sbrigativamente la partita con il dolore. Lei lo ha ben chiaro: «Tanto anche se non ci piace purtroppo il dolore c’è lo stesso... Il problema è che la normalità è diventata anormale: la conseguenza dell’essere cristiani è il perdono». Una logica stringente, ma a viste umane difficile da digerire.

Difficile anche spiegare perché a mettere in chiaro questa logica il giorno dell’attentato sia stata Margherita. Lei si muove sul piano dell’evidenza: «Gesù avrebbe potuto scegliere anche un’altra moglie a cui far dire quelle parole, però magari per il fatto che ho anche perso un bambino la mia storia ha fatto interrogare di più le persone. Cristo vede che i suoi figli sono diventati duri d’orecchi e trova il modo per scuoterli. Così può nascere quanto meno la domanda su chi rende una persona come te capace di perdonare. Ci si chiede chi è l’artefice di questo e si va alla fonte di tutto. Se anche io quel giorno non avessi perdonato gli assassini, Dio probabilmente lo avrebbe fatto. Non è importante che io abbia detto quelle cose, ma che Cristo, in quel momento, le abbia fatte dire. Cristo è stato umiliato, deriso, messo in croce, ha dato la sua vita per noi e ha perdonato: e noi, che siamo suoi figli, come possiamo non perdonare?».