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La “generosa” Italia è messa peggio dell’Etiopia

La disoccupazione in Italia è intorno all’11,4%, quella dell’Etiopia, invece, è del 4,5%. Inoltre, il Pil dell’Etiopia cresce del 10,2%, mentre quello italiano di un misero 0,8%. Eppure l’Italia partecipa al piano da 500 milioni di dollari per creare 100mila posti di lavoro in Etiopia. Una situazione davvero paradossale.

Aiuti della cooperazione allo sviluppo

Al vertice Onu sui rifugiati svoltosi a New York il 19 settembre, Gran Bretagna, Unione Europea e Banca Mondiale hanno annunciato un piano da 500 milioni di dollari per creare 100.000 posti di lavoro in Etiopia. Il piano che consiste nella realizzazione di due poli industriali è stato proposto dal governo etiope che si è impegnato a riservare 30.000 posti di lavoro ai rifugiati che vivono nel Paese, mentre gli altri saranno destinati principalmente ai giovani disoccupati locali. L’iniziativa ridurrà l’emigrazione clandestina – ha spiegato il primo ministro britannico Theresa May – e dovrebbe servire da modello per analoghi interventi in altri Stati a elevato tasso di disoccupazione giovanile e ad alta concentrazione di rifugiati 

L’Italia partecipa al progetto in quanto è membro dell’Ue ed è azionista della Banca Mondiale. Ma l’Italia è uno Stato a elevato tasso di disoccupazione e ad alta concentrazione di rifugiati (richiedenti asilo, stranieri con permesso di soggiorno per motivi umanitari e per protezione sussidiaria). La disoccupazione in Italia è intorno all’11,4%, quella giovanile supera il 39%. L’Etiopia ha un tasso di disoccupazione del 4,5% e quella giovanile è al 7,3%. È pur vero che molti etiopi sono agricoltori e pastori e non se la passano bene. Però in Italia vivono male, in condizioni di povertà assoluta, 4,6 milioni di persone, quasi 1,6 milioni di famiglie. Inoltre, il Pil dell’Etiopia cresce e negli ultimi anni, nonostante la crisi economica internazionale, ha registrato performance tra le migliori del mondo: 10,2% nel 2013, 10,3% nel 2014, 9,9% nel 2015. In Italia il Pil è sceso dell’1,7% nel 2013 e dello 0,3% nel 2014, due anni di recessione; nel 2015 è salito dello 0,8%. 

È insolito, lo era fino a non molti anni fa, che un Paese in crisi si impegni a donare e prestare considerevoli somme di denaro a un altro Paese; ed è imprudente, sia dal punto di vista del Paese donatore che del paese beneficiario. Rischia il donatore, che farebbe meglio a non gravare il proprio bilancio di miliardi di euro destinandoli allo sviluppo di un altro Stato, tanto più se, come nel caso italiano, deve far fronte a un debito pubblico astronomico che continua a crescere. Rischia il beneficiario perché fa affidamento per il proprio bilancio e per il proprio sviluppo su capitali che, data la situazione critica del donatore, potrebbero venir meno o ridursi nonostante gli impegni assunti e gli accordi firmati. 

È quello che sta succedendo, in effetti. Le agenzie Onu e le ong denunciano ogni anno che dei donatori non versano interamente e nei tempi concordati i fondi promessi, senza i quali non sono in grado di realizzare gli interventi umanitari necessari e i progetti di sviluppo programmati. «L’Unione Europea è solidale solo a parole e per nulla nei fatti», denunciava nel 2014 un rapporto di Concord Europe, la piattaforma delle ong europee: gli stati membri dell’Ue si erano impegnati a dedicare lo 0,7% del Pil per il sostegno allo sviluppo, ma solo quattro avevano raggiunto la quota e nell’insieme il contributo dell’Ue era pari allo 0,41% del suo Pil. «Solo a parole e per nulla nei fatti», tuttavia è un’affermazione falsa, un giudizio ingiusto. Pur con apporti inferiori a quelli fissati, l’Ue contribuisce alle emergenze umanitarie e ai progetti di sviluppo nei Paesi poveri con decine di miliardi di dollari ogni anno. 

Quanto all’Italia, il suo è un percorso virtuoso. Nel 2014 con lo 0,16% del Pil, molto al di sotto della percentuale stabilita, figurava in 14a posizione nella classifica dei paesi Ue. Adesso, però, la quota è salita allo 0,21% del Pil, più degli Stati Uniti (0,19%) e, in Europa, più di molti Paesi tra cui Spagna, Grecia e Portogallo. La pagina web della Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo illustra nel dettaglio l’ammontare degli aiuti (3.286 milioni di euro nel 2014), i settori di intervento, gli strumenti di erogazione, gli enti governativi finanziatori a livello centrale, statale e locale e le principali iniziative in corso.  

Per chi non lo sapesse l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo è un organismo nuovo di zecca, istituito nel 2014, operativo dal gennaio 2016. La sua è una agenda – si legge sulla sua pagina web –«non “economica”, ma di promozione umana (...) un aiuto concreto a uomini, donne e bambini che altrimenti vediamo morire sulle nostre coste, fuggendo da guerre e sottosviluppo».  

Il tema del futuro – spiega il paragrafo “Strategie” – è «la distribuzione più equa della ricchezza, la garanzia dell’accesso al diritto alla salute e all’istruzione e la sostenibilità ambientale». Al paragrafo “Obiettivi” si legge: «sul fronte domestico, la politica di cooperazione contribuisce, anche per il tramite delle comunità di immigrati presenti sul territorio nazionale, alla delineazione di politiche migratorie condivise, mentre, sul versante esterno, l’appropriazione (ownership) dei processi di sviluppo da parte dei Paesi beneficiari è indicata nella nuova legge come uno dei presupposti per l’efficacia degli aiuti». 

C’è solo da sperare che l’apporto delle comunità di immigrati sia proficuo. Ma sull’efficacia della ownership dei Paesi beneficiari, 60 anni di cooperazione allo sviluppo dicono che è inutile illudersi, almeno per quel che riguarda l’Africa a cui va il 40% circa degli aiuti italiani se non di più.   La nuova Agenzia ha una sede centrale a Roma, una a Firenze e 17 sedi all’estero.