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La morte in diretta

Il dramma di Mario Morosini, giocatore del Livorno morto sabato durante la partita della sua squadra contro il Pescara, è rimbalzato su tutti i notiziari. Ma il rispetto per la morte, in qualunque momento o situazione essa sopraggiunga, è inviolabile e la circostanza per cui essa può colpire chi si trova in quel momento sotto i riflettori non giustifica la spettacolarizzazione a cui ancora una volta ci è toccato assistere.

Non fa bene né agli occhi né al cuore vedere le immagini di un giovane che si accascia su un prato e, dopo un ultimo sussulto, resta inanime a terra. Neppure se si tratta di un giocatore di calcio e se quel prato è il campo verde su cui si gioca una partita di Serie B.

Il dramma di Mario Morosini, giocatore del Livorno morto sabato durante la partita della sua squadra contro il Pescara, è rimbalzato su tutti i notiziari televisivi e nei relativi spazi di approfondimento, sia a caldo che – ancora di più – durante una domenica in cui le trasmissioni dedicate allo sport più popolare d’Italia hanno dovuto riempire i loro spazi con qualcosa di diverso dalle telecronache sportive, dato che i campionati sono stati fermati per lutto.

Le immagini del malore fatale riprese dalle telecamere hanno fatto il giro del mondo, provocando emozione e commozione per un giovane uomo a cui la vita aveva già chiesto molti sacrifici e che nel calcio trovava la sua realizzazione.

Dopo l’incidente in campo è passata qualche ora prima che fosse tristemente annunciata la morte di Morosini, ma – soprattutto dopo il tragico epilogo – le immagini non si sarebbero dovute mandare in onda. Cosa aggiungono alla brutta notizia? Quali elementi informativi offrono ai telespettatori per una migliore comprensione dell’accaduto?

Il rispetto per la morte, in qualunque momento o situazione essa sopraggiunga, è inviolabile e la circostanza per cui essa può colpire chi si trova in quel momento sotto i riflettori non giustifica la spettacolarizzazione a cui ancora una volta ci è toccato assistere.