• MIOPIA STRATEGICA

La Nato guarda a Est e si dimentica del fronte Sud

Vertice NATO

La riunione dei ministri della Difesa della Nato, la scorsa settimana, ha dimostrato ancora una volta i limiti di un’alleanza che ormai non sembra più rappresentare gli interessi di molti degli Stati membri, tutti comunque soggetti ai “diktat” di una politica di Difesa dettata dagli anglo-americani, a tutti gli effetti i maggiori azionisti dell’Alleanza Atlantica.

Londra e Washington, in appoggio ad alcuni partner dell’Est tra cui spiccano Polonia e Repubbliche Baltiche, sono infatti i fautori di una NATO sempre più determinata a ritornare alla guerra fredda con Mosca, nonostante gli interessi divergenti dei partner dell’Europa occidentale e meridionale (Italia, Grecia, Francia e Germania). Fa quasi sorridere che il comandante supremo delle forze della Nato in Europa, il generale americano Curtis Scaparrotti, affermi che la Russia deve "cessare di intromettersi" nelle elezioni dei Paesi europei. “E' un qualcosa che abbiamo già visto negli Stati Uniti, e di recente in un certo numero di altri Paesi: i russi dovrebbero smettere di interferire negli affari di altri Paesi, nel loro diritto sovrano di scegliersi i propri governi e la maniera in cui assolvono i loro compiti" ha concluso Scaparrotti, scordando evidentemente che l‘unico governo legittimo destabilizzato e rovesciato in Europa negli ultimi anni è quello ucraino fatto cadere nel 2014 dalla “rivoluzione” ispirata e sostenuta dagli Stati Uniti.

L’annunciato processo di "revisione della struttura di comando dell'Alleanza", con due nuovi quartier generali tesi "a migliorare il movimento di truppe attraverso l'Atlantico e all'interno dell'Europa", cioè l’invio di rinforzi da Usa e Gran Bretagna verso il confine orientale, la dice lunga su un ritorno al confronto Est-Ovest del tutto ingiustificato. La Russia non dovrebbe far paura alla Nato, semmai dovrebbe essere vero il contrario. I Paesi della Nato tutti assieme spendono per le forze armate 20 volte quello che spende Mosca e negli ultimi 20 anni, è stata la Nato ad allargarsi a Est, lambendo i confini russi e destabilizzando l’Ucraina, non la Russia a portare i suoi confini nel cuore dell’Europa. L’ingresso del Montenegro nell’Alleanza e la richiesta di accesso della Georgia costituiscono un’ulteriore riprova della volontà “offensiva” della Nato non certo dei russi.

Con i due nuovi comandi il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha ammesso che si tratta del primo allargamento della struttura di comando dalla fine della Guerra fredda. All'epoca c'erano 33 comandi e 22mila persone impiegate, ma i numeri sono diminuiti negli anni, scendendo a 7 comandi e 6.800 persone. Uno dei due nuovi comandi contribuirà a proteggere le linee di comunicazione marittima tra l'America del Nord e l'Europa, e l'altro dovrebbe "migliorare il movimento di truppe e materiale in Europa”. Comandi logistici quindi, che ancora non è chiaro dove saranno ubicati (forse verrà reso noto a febbraio), tesi a velocizzare l‘afflusso di rinforzi ai confini russi, approvati simultaneamente allo stanziamento di 350 milioni di dollari in aiuti militari alle truppe ucraine approvato dal Congresso di Washington. Uno stanziamento considerato da Mosca pericoloso per la fragile tregua nel Donbass.

Alla Nato il cosiddetto “fronte sud”, che include la lotta al terrorismo islamico e all’immigrazione illegale, interessa ben poco anche se l’Italia ha avuto un contentino con il via libera al rapido potenziamento dell’hub di direzione strategica della Nato per il Sud, con sede a Napoli, per il supporto d’intelligence alla lotta al terrorismo che sarà operativo entro fine anno. Circa la guerra all’Isis la sconfitta dei jihadisti induce i membri della Nato a riconfigurare le missioni da combattimento in atto (tranne l’Italia che non le ha mai attuate) riconfigurandole in missioni di solo addestramento delle forze irachene, anche se è mancata a Bruxelles una riflessione sulla crisi in atto tra Baghdad e curdi che richiederebbe invece qualche analisi.

I ministri della Difesa della Nato hanno deciso di rafforzare di nuovo la missione di addestramento e assistenza "Resolute support" a sostegno all'Afghanistan, passando dalle 13.459 unità attualmente presenti sul terreno a circa 17mila. "Non torneremo ad una missione di combattimento - ha precisato Stoltenberg - ma continueremo nell'attività di addestramento e sostegno". Alla sessione di lavori sull'Afghanistan hanno preso parte anche Arabia Saudita e Qatar che hanno espresso l'intenzione di portare il loro supporto alla missione Nato. Con 1.037 persone impegnate nella missione Nato in Afghanistan, l'Italia è seconda solo agli Stati Uniti (6.941), per presenza nella missione Nato. L’invio di quasi 4 mila uomini in più non cambierà però la pessima situazione sul campo di battaglia che vede i talebani controllare almeno la metà del territorio.

Nel 2011 c’erano 140mila militari Nato in Afghanistan, scesi a 15 mila nel 2014 in base alla convinzione che e truppe di Kabul erano in grado di cavarsela da sole. Inoltre i Paesi membri della Nato non hanno ancora trovato un accordo sul numero di soldati supplementari da inviare in Afghanistan per supportare le forze locali nella lotta contro i talebani. Le truppe supplementari sono prevalentemente americane ma Washington ha chiesto agli altri Paesi Nato di contribuire con 1.000 unità supplementari da affiancare alle 2.800 unità americane. Gli europei sono restii e secondo fonti diplomatiche gli USA dovranno accontentarsi di 700 unità, per un totale di 3.500 rinforzi complessivi. La decisione della Nato di inviare altri soldati in Afghanistan "non cambierà nulla" ha detto Zamir Kabulov, rappresentante speciale del presidente russo per l'Afghanistan ed è difficile dargli torto anche perché dopo 16 anni di intervento Usa/Nato in Afghanistan ancora non c’è una strategia precisa.

Il vertice ha espresso preoccupazione per la crisi con la Corea del Nord, e auspicato un rafforzamento della cooperazione contro la minaccia cyber salutando il protocollo d’intesa firmato tra Turchia e il consorzio italo francese Eurosam che prevede l’acquisizione di tecnologia del sistema antimissile SAMP/T e forse delle batterie missilistiche Aster 30 che potrebbero venir prodotte in Turchia. Ankara ha già confermato l’acquisto delle batterie antimissile russe S-400 (attive contro i missili balistici e da crociera) ma vorrebbe acquisire tecnologia europea per sviluppare prodotti nazionali.

A proposito di difesa antimissile, la decisione presa nei giorni scorsi dalla Svezia di adottare il sistema statunitense Patriot invece dell’italo-francese SAMP/T conferma le preoccupazioni di Stoccolma per la minaccia russa e l’avvicinamento svedese a Usa e Nato ma al tempo stesso costituisce un formidabile siluro ai programmi e alla tanto pubblicizzata difesa europea.