• OTTOCENTO DA RISCOPRIRE/XXXIV

La pioggia nel pineto, l’esperienza sensibile della vita

Già sin dalla giovinezza D’Annunzio aveva mostrato interesse per la poesia pubblicando le raccolte Primo vere, Canto novo e Intermezzo di rime. Vent’anni più tardi, realizzati i cicli della rosa, del giglio e del melograno, composte opere teatrali per la compagna Eleonora Duse, l’artista concepisce Le laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroi, un progetto titanico composto da sette sillogi, una per ciascuna delle sette stelle delle Pleiadi: Maia, Elettra, Alcione, Merope, Asterope, Taigete, Celeno. L’opera sarà incompleta fermandosi alle cinque prime raccolte. 

La suggestione francescana appare chiara già dal titolo mutuato dal testo Laudes creaturarum o Cantico delle creature. Tra l’altro il poeta è stato in vacanza, una sorta di luna di miele, con l’amata Eleonora Duse proprio ad Assisi e in altre città umbre nel 1897.

I versi delle prime tre raccolte sono scritti in un arco temporale di sette anni, dal 1896 al 1903, ma le tre sillogi vengono tutte pubblicate con la data 1903. Merope (1912) e Asterope (1912) saranno più tardive.

Maia ha il sottotitolo laus vitae ovvero esaltazione della vita. Con tono scevro di umiltà D’Annunzio definirà la raccolta come l’opera italiana più vitale dopo la Divina commedia. Risentendo del recente viaggio del poeta in Grecia, i versi raccontano di un ritorno all’antichità sui luoghi di un’Ellade tanto grande quanto piccola appare l’Italia contemporanea decaduta.

Divisa in due parti, Elettra è dedicata agli eroi e alle città. D’Annunzio presenta i personaggi più importanti dell’età contemporanea, mentre le città descritte sono quelle del «silenzio», un tempo prestigiose e centro di cultura in Italia, ora solo luoghi di ricordo e di memoria dell’antico splendore, perché non pulsano più di vita attiva, ma sono coperte delle ceneri di un passato che più non ritornerà.

La terza raccolta, Alcyone, racconta del viaggio in Versilia del poeta con l’amata Duse durante l’estate. Si respira il passaggio del tempo, da giugno a settembre, secondo la cadenza della stagione. Sono probabilmente i versi meno decadenti, se con l’aggettivo indichiamo il senso della crisi, ma più decadenti se vogliamo sottolineare uno dei caratteri preminenti dell’epoca, ovvero il gusto e la passione per la musicalità. 

Un esempio su tutti è La pioggia nel pineto, poesia costruita sul ritmo dattilico (sillaba lunga, breve, breve) paragonabile al walzer viennese (passo lungo, breve, breve) che in quegli anni ha tanta eco. Non è solo il ritmo dei versi ad evocare la musica. La stessa pioggia è concepita come un concerto in cui si susseguono strumenti diversi. Le gocce producono un differente suono cadendo sulle foglie delle piante: «Piove su le tamerici/ salmastre ed arse,/ piove su i pini/scagliosi ed irti,/ piove su i mirti/divini,/su le ginestre fulgenti/di fiori accolti,/su i ginepri folti/ di coccole aulenti, […]/La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitìo che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade».

Interviene poi la voce solista della cicala (la figlia dell’aria) e poi quella della rana (la figlia del fango): «L’accordo/delle aeree cicale/ a poco a poco/più sordo/ si fa sotto il pianto/ che cresce;/ ma un canto vi si mesce/ più roco/ che di laggiù sale,/ dall’umida ombra remota./Più sordo, e più fioco/ s’allenta, si spegne».

In questo concerto naturale compaiono due sole figure umane: D’annunzio ed Eleonora Duse, indicata con Ermione, figlia di Menelao, e senhal qui dell’amata. Il poeta invita la donna al silenzio per ascoltare «parole più nuove»: gli imperativi «taci», «ascolta», «ascolta ascolta» sono accompagnati da altri verbi legati all’esperienza sensoriale («Odi?», «non s’ode», «s’ode», etc.). 

Sotto la pioggia Ermione inizia una metamorfosi e sempre più si confonde con la componente arborea. Un unico spirito sembra animare tutta la natura: «E tutta la vita è in noi fresca/ aulente,/il cuor nel petto è come pèsca/intatta,/ tra le pàlpebre gli occhi/son come polle tra l’erbe,/i denti negli alvèoli/son come mandorle acerbe./E andiam di fratta in fratta,/or congiunti or disciolti/(e il verde vigor rude/ ci allaccia i mallèoli/ c’intrica i ginocchi)/chi sa dove, chi sa dove!».

La situazione descritta è molto sensuale. L’amore porta emozioni forti. Ma sono emozioni, nulla più. L’emozione è del momento, passa. Il poeta ne è ben cosciente quando scrive a riguardo dell’amore: «E piove su i nostri vólti/ silvani,/ piove su le nostre mani/ ignude,/su i nostri vestimenti/ leggieri,/ su i freschi pensieri/ che l’anima schiude/ novella,/ su la favola bella/ che ieri/ m’illuse, che oggi t’illude,/ o Ermione».

L’amore appare come un’illusione, seppur bella, destinata a finire, come le tante storie d’amore del poeta hanno dimostrato. Se amore e piacere coincidono, come D’Annunzio sembra raccontare in tante opere, anche le storie più importanti sono favole belle, illusioni che possono persistere solo per il tempo in cui perdura la soddisfazione del piacere. Anche l’idolo del piacere mostra tutta la sua inconsistenza.

Alcuni decenni più tardi, nella poesia «Piove», tratta dalla sezione Satura II (1971), con tono sarcastico e parodistico Montale farà memoria della Pioggia nel pineto e prenderà le mosse proprio dal poeta che aveva pensato di poter rendere la propria vita un’opera d’arte e che aveva divulgato banalizzandola la teoria del superuomo niciano. Se il poeta pescarese ci descrive una pioggia reale che genera nell’uomo e nella donna una sensazione di coinvolgimento panico con la natura e un’esperienza edonistica e sensista, Montale, invece, moltiplica la presenza numerica dell’espressione «piove» ed elimina i verbi che invitano ad ascoltare proprio come se non ci fosse nulla di positivo da udire e da apprezzare. Montale non vuole tanto ricreare una situazione fisica o un’esperienza sensoriale quanto comunicare con un linguaggio metaforico. La pioggia ha una valenza negativa, non genera sensazioni uditive piacevoli come il concerto dannunziano, non cade dalle nubi, come sempre capita, ma si mescola all’inanità dello «sciopero generale» e delle altre attività umane. Che speranza ha allora l’uomo? Nell’ultima stanza Montale si rivolge al Mistero, a Dio, l’unico che può salvare l’uomo. Del resto, da sempre Montale aveva previsto che per l’uomo un imprevisto è la sola speranza. 

La pioggia del pineto e Piove descrivono due modi diversi di stare di fronte alla realtà: il primo si sofferma solo sulla realtà sensibile cercando di goderla e di assaporarla; il secondo si fa provocare da quanto accade traducendosi in una domanda sulla vita e sul Mistero che genera ogni cosa.