a cura di Andrea Zambrano
  • DAL CARCERE AL TEATRO

La salvezza sulla ribalta

Salvatore Striano è un attore diventato tale dietro le sbarre del carcere. Un passato di crimini e reati, commessi tra i vicoli di Napoli: prima come galoppino del contrabbando di sigarette, poi con le pistole in mano nascoste dietro le nicchie della Madonna nei quartieri spagnoli. Va da sé, che abbia dovuto vivere dieci anni di detenzione, tra l’Italia e Madrid e di nuovo in Italia. Da qualche anno ha iniziato il suo terzo tempo, quello redentivo. Grazie al teatro, che ha conosciuto all’interno del carcere dopo essere stato instradato ai testi di Shakespeare.

Oggi gira l’Italia con interviste, compare in film e fiction come Gomorra, spesso nella parte del camorrista. In fondo è un reduce, un testimone: “O prigionia, sii molto benvenuta! Tu sei forse per me la giusta via alla liberazione” ama ripetere nelle interviste citando il Postumo del Cimbelino. Striano ha raccontato la sua storia di redenzione, meglio, di catarsi aristotelica nel vero senso della parola, grazie a Shakespeare. Non è il primo che viene salvato da una vita di stenti e dolore dalla letteratura. In fondo, ognuno di noi, magari senza saperlo, è stato salvato da un verso, da un passo, da uno stasimo di dramma che dalla carta ingiallita si è fatto carne nella vita.

L’arte, la letteratura, la poesia, il teatro salvano non solo perché ti traggono dalle alghe melmose della nostra incapacità facendoti guardare l’archetipo dei nostri demoni e dei nostri angeli buoni, ma perché a loro volta stimolano chi è in sequela a fare altrettanto, a imitare, sperando di emulare. Non ci sarebbe Ovidio senza Omero, non avremmo Dante senza Virgilio. Ed è così oggi per quegli scrittori che hanno illuminato la loro vita lasciandosi rapire da mostri sacri come Leopardi, per d’Avenia o lo stesso Dante per Antonio Socci.

Questa sera Striano debutterà con uno spettacolo tutto suo: dopo anni da scrittore redento e da comparsa, è regista all’Off/Off theatre di Roma con Dentro la tempesta, piece nata dal suo libro autobiografico la Tempesta di Sasà. Con lui sul palco Beatrice Fazi e Carmine Paternoster.

Nelle interviste che rilascia c’è uno spaccato di dolore e di redenzione che, esattamente come per il Bardo, si mostra profondamente cristiana, ma velata dagli archetipi “della salvazione”: misericordia e clemenza, la giustizia umana e quella divina, il senso del male che si traduce in peccato, il tragico delle tragedie e la speranza del dramma: Shakespeare è stato per Striano un archetipo: lo ha messo di fronte alla realtà. Prima la sua e poi quella degli altri.

Infatti non ha paura di chiamare il male, male. Ha perso la sua innocenza tra i vicoli scrostati, l’ha ritrovata dietro le sbarre, da dove, aveva pure la possibilità di scappare. “Sì, potevo scappare – ha detto – ma in quel momento non me la sentì: pensavo a mia madre ammalata e a mio padre morto, non volevo aggravare la situazione già penosa”. Striano con quel rifiuto, come Socrate nel Fedone, a proposito di letteratura, ha obbedito alla sua coscienza, che è la sentinella del Divino e la Provvidenza che lui non riconosceva lo stava già preparando a qualcos’altro, alla salvezza. Proprio dietro le sbarre: insegnandogli quel teatro che oggi è diventata la sua vita e il suo riscatto. Come il seme che se non muore non porta frutto. Come San Pietro è uscito dal carcere non fuggendo, ma liberato.

Perché in fondo il carcere è stato il suo ventre materno. E’ lì che è nato dato che la madre lo ha partorito da detenuta. Quella fuga che non fece per non dover continuare a scappare è stata paradossalmente il suo ritorno a casa, in un ventre inospitale e umiliante e freddo, ma non per questo meno adatto ad accogliere il raggio di sole della salvezza che alla fine lo ha baciato. La detenzione lo ha fatto rinascere due volte. Shakespeare non avrebbe potuto fare di meglio.

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