• DOPO IL RESTAURO

La Scala Santa, 28 gradini narrano una storia d’Amore

Fino a Pentecoste i fedeli potranno salire la Scala Santa a contatto con il marmo originario dei suoi 28 gradini, privati dopo quasi 300 anni della loro copertura lignea. Secondo la tradizione si tratta della stessa scala salita da Gesù quando venne interrogato da Pilato, fatta portare a Roma da sant’Elena. Grande l’emozione di chi ha seguito i lavori di restauro, al vedere i segni trovati sullo splendido marmo bianco.

Fino alla solennità della Pentecoste, che quest’anno cade il 9 giugno, i fedeli potranno salire la Scala Santa a contatto con il marmo originario dei 28 gradini che la compongono, temporaneamente privati della loro copertura lignea in conseguenza di un’intensa opera di restauro. Per quasi trecento anni, ed esattamente dal 1723, quando era papa Innocenzo XIII, i gradini di marmo sono stati infatti ricoperti con tavole in legno di noce per proteggerli dall’usura del tempo, visto il gran numero di devoti - provenienti da ogni angolo della cristianità - che per secoli li hanno saliti in ginocchio, meditando sulla Passione di Nostro Signore.

Secondo la tradizione, attestata dal Medioevo, la Scala Santa che si trova oggi a Roma è la stessa percorsa da Gesù per raggiungere la stanza dove subì l’interrogatorio di Ponzio Pilato la mattina del Venerdì Santo. Il suo trasporto a Roma, come quello di altre preziosissime reliquie, sarebbe stato voluto intorno al 326 da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino.

Un altro spostamento, tutto all’interno dell’Urbe, avvenne durante il pontificato di Sisto V (1585-1590), il quale fece portare la scala dal Palazzo Laterano al lato sinistro della piazza di San Giovanni in Laterano, dove si trova ancora oggi, divenendo parte di un ampio complesso edilizio noto come «Pontificio Santuario della Scala Santa», che servì per qualche tempo da patriarchio e la cui progettazione venne affidata all’architetto Domenico Fontana. Tale complesso comprende pure la chiesa di San Lorenzo in Palatio ad Sancta Sanctorum, detta così perché - in modo simile alla parte più sacra del tempio di Gerusalemme (e prima ancora del tabernacolo) che custodiva l’Arca dell’Alleanza - vi si conservavano alcune delle reliquie più venerate: una di esse, tuttora presente, è la cosiddetta Acheropita Lateranense, un’antichissima immagine del Redentore che si tramanda sia stata dipinta da san Luca con l’aiuto di un angelo (da qui il termine acheropita, cioè «non fatta da mano d’uomo»).

Il restauro, eseguito dai Musei Vaticani in collaborazione con i Padri Passionisti, di tutto il complesso del santuario è iniziato alla fine del XX secolo (si concluderà, secondo programma, entro Pasqua 2020) mentre i lavori alla Scala Santa propriamente detta sono stati intrapresi nel 2018. «Il gruppo di lavoro non ha solo restaurato gli affreschi di epoca sistina che la circondano, ma ha anche portato alla luce il marmo antico, raccogliendo sotto la copertura di legno una moltitudine di biglietti manoscritti, ex voto, monete e fotografie lasciati dai fedeli, ed ora conservati dai Padri Passionisti», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, sull’Osservatore Romano.

La decisione di procedere al restauro dei 28 gradini, così come della provvisoria riapertura della Scala Santa nella sua veste originaria, non era stata programmata, ma è venuta spontaneamente, nel corso dei lavori sugli affreschi, dopo aver constatato la bellezza del marmo bianco d’origine orientale. Marmo che porta i segni della devozione dei fedeli che per secoli lo hanno calcato. Da qui l’emozione, comprensibile, di coloro che hanno seguito in prima persona i lavori. «Nei libri era scritto che [i gradini] erano consumati», ha detto a Vatican News padre Francesco Guerra, rettore del Santuario della Scala Santa, «però un conto è leggerlo e un conto è vedere concretamente questi gradini», usurati dal «passaggio dei piedi stessi» e in particolare «della punta del piede», a conferma dell’usanza di salirli in ginocchio.

Nel rimuovere la copertura in legno, inoltre, è stato possibile rinvenire altri particolari descritti in antichi volumi ma rimasti ovviamente invisibili per quasi 300 anni: si tratta di tre croci. «Abbiamo trovato una croce di porfido rosso incastonata nel 2° gradino. Un’altra è stata trovata sull’11° gradino, che era il più consumato di tutti i gradini e dove secondo la tradizione Gesù cadde rompendo il marmo con il ginocchio e lasciando una scia di sangue che venne poi protetta con una piccola grata. Una terza croce di bronzo è stata trovata sull’ultimo gradino», ha spiegato sempre il passionista Francesco Guerra durante la conferenza stampa di presentazione del restauro, tenutasi l’11 aprile, stesso giorno della Messa e benedizione della Scala Santa ad opera del cardinale Angelo De Donatis, vicario della diocesi di Roma. Proprio sotto la grata all’altezza dell’11° gradino c’è una piccola cavità circolare raggiunta dalle dita di innumerevoli fedeli per toccare la macchia di sangue.

Gesù, nel giorno della Sua morte in croce, dovette percorrere la scala verso le stanze di Pilato due volte, la prima nell’interrogatorio che precedette la flagellazione e la seconda dopo aver ricevuto i colpi di flagello, dunque già sanguinante. Fu allora che Pilato, come riferisce l’evangelista Giovanni, mostrò alla folla, aizzata dai sommi sacerdoti, i segni della flagellazione sul Corpo sacratissimo di Gesù pronunciando la famosa frase: «Ecco l’uomo» (Ecce homo). Pensando così di placare la furia dei Giudei che Lo avevano rifiutato. Si sa quale fu la risposta: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». E si sa che Pilato cedette.

Era stato il beato Pio IX, nel 1853, ad affidare la custodia dell’intero Santuario della Scala Santa ai Passionisti, la congregazione fondata 133 anni prima da san Paolo della Croce (1694-1775), il cui insegnamento centrale era il seguente: «È cosa eccellente e santissima pensare alla Passione del Salvatore e meditarla. Questo è il mezzo per arrivare all’unione con Dio». La Settimana Santa che stiamo vivendo è già un’occasione favorevole e, certo, la Scala salita da Gesù sofferente è uno spaccato della più grande storia d’Amore che si possa pensare.